Agricoltura e sviluppo del territorio

L’acqua fuori misura
Intervista ad Anna Dalla Marta sulle nuove geografie dell’acqua tra scarsità, eccessi e adattamento

di Marta Guarducci | 28 09 2026

Di cosa parliamo in questo articolo?

L’aumento delle temperature è ormai un dato strutturale del clima italiano, mentre le precipitazioni mostrano andamenti più complessi, segnati da forti differenze geografiche e stagionali e da una crescente alternanza tra lunghi periodi asciutti ed episodi di pioggia intensa. A cambiare non è quindi soltanto la quantità di acqua disponibile, ma anche il modo in cui questa si distribuisce nello spazio e nel tempo. Nell’intervista la professoressa Anna Dalla Marta analizza le trasformazioni in corso nel ciclo dell’acqua in Italia, le diverse vulnerabilità dei territori e le conseguenze per l’agricoltura. Dalla gestione del suolo all’efficienza dell’irrigazione, dal miglioramento genetico alla capacità di accumulo e di riuso dell’acqua, emerge la necessità di passare dalla gestione dell’emergenza a una programmazione capace di anticipare condizioni sempre più variabili e difficili da prevedere.

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Anna Dalla Marta è Professoressa Associata nel settore Agronomia e coltivazioni erbacee presso il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agrarie, Alimentari, Ambientali e Forestali (DAGRI) dell’Università di Firenze

Introduzione

Siccità prolungate, temperature elevate, precipitazioni concentrate in poche ore. Fenomeni apparentemente contraddittori stanno diventando sempre più familiari e pongono una questione centrale: che cosa sta realmente cambiando nel rapporto tra clima e acqua in Italia?

Il dato più evidente è il progressivo aumento delle temperature, ma per comprendere gli effetti sulla disponibilità idrica non basta osservare quanto piove nel corso di un anno. Diventano decisivi anche la distribuzione delle precipitazioni, la durata dei periodi asciutti, l’umidità dei suoli, l’accumulo nevoso, le portate dei fiumi, le falde e l’evapotraspirazione.

In un Paese climaticamente e geograficamente complesso come l’Italia, inoltre, gli effetti non sono uniformi. Il Centro-Sud, le aree alpine, le zone costiere, i territori a forte vocazione agricola e quelli fortemente urbanizzati affrontano vulnerabilità diverse. Per questo, spiega la Professoressa Anna Dalla Marta, non esiste una soluzione valida ovunque: occorre imparare a leggere le specificità dei territori e soprattutto programmare l’uso dell’acqua prima che la scarsità diventi emergenza.

Negli ultimi anni siccità prolungate, temperature elevate e precipitazioni molto intense sembrano convivere sempre più frequentemente. Al di là della percezione legata ai singoli eventi estremi, quali sono i cambiamenti strutturali che i dati ci permettono ormai di riconoscere nel clima italiano?

Il dato strutturale più solido è l’aumento delle temperature, che interessa ormai tutte le stagioni. Non è quindi soltanto una questione di estati più calde. Il 2024 è stato l’anno più caldo della serie storica e ha registrato un’anomalia invernale di oltre 2 gradi rispetto alla media 1991-2020. Il segnale è proseguito nel 2025, quando la temperatura media è rimasta 1,03 °C sopra la media, e nel 2026: l’estate è stata la più calda osservata in Italia dal 1950, con una temperatura media di 24,3 °C; nel mese di agosto l’anomalia ha raggiunto i 3,5 °C.

Sulle precipitazioni il segnale è meno uniforme. Non osserviamo semplicemente una diminuzione generalizzata, ma forti differenze geografiche e stagionali, periodi asciutti più lunghi e piogge che possono concentrarsi in intervalli più brevi. Il risultato è che l’acqua non soltanto può essere più scarsa in alcune aree e stagioni, ma arriva in tempi e forme meno favorevoli alla sua conservazione e al suo utilizzo.

Il quadro strutturale è quindi quello di un’Italia più calda in tutte le stagioni e caratterizzata da regimi delle precipitazioni più irregolari e differenziati sul territorio.

Progetto

Intelligenza idrica. Il vero valore dell’acqua
Condotto dal Centro Ricerche sAu
in collaborazione con:
FCS

L’intervista è stata realizzata nel contesto del progetto Intelligenza Idrica, dedicato alla costruzione di una cultura sistemica dell’acqua e allo sviluppo di strategie condivise per la sua gestione sostenibile, mettendo in dialogo ricerca scientifica, istituzioni, innovazione tecnologica, sistemi produttivi e comunità territoriali.

sAu Community
Acqua e Futuro  
Fare sistema per governare il cambiamento    

Nella collana “sAu Community” del Centro Ricerche sAu è inoltre in corso di pubblicazione il Dossier “Acqua e Futuro. Fare sistema per governare il cambiamento”, un approfondimento dedicato al valore sistemico dell’acqua e ai contenuti emersi dal progetto Intelligenza Idrica. Il Dossier raccoglie esperienze, conoscenze e prospettive con l’obiettivo di favorire il dialogo tra ricerca, istituzioni, sistemi produttivi e società civile.

Uno dei paradossi più evidenti del cambiamento climatico è che possiamo assistere, anche negli stessi territori, a lunghi periodi di scarsità idrica e a precipitazioni improvvise e molto intense. Come si spiega questa apparente contraddizione e che cosa sta cambiando nel ciclo dell’acqua in Italia?

Siccità e precipitazioni intense non sono fenomeni opposti, perché descrivono aspetti e tempi diversi del ciclo dell’acqua. La siccità è un deficit che si accumula per settimane o mesi: diminuiscono l’umidità del suolo, le portate dei fiumi, i livelli delle falde e le riserve. Un nubifragio dura invece poche ore e può produrre molta acqua senza compensare quel deficit.

L’aumento delle temperature rafforza entrambi i processi. Accelera l’evaporazione e l’evapotraspirazione, quindi il territorio perde acqua più rapidamente. Allo stesso tempo, per ogni grado di aumento della temperatura, e a parità di altre condizioni, l’atmosfera può contenere fino al 7 per cento in più di vapore acqueo. Questo non significa che pioverà sempre di più, ma che, quando si formano le condizioni adatte, una precipitazione può essere alimentata da una maggiore quantità di umidità.

Conta poi la velocità con cui l’acqua raggiunge il suolo. Se la pioggia cade con un’intensità superiore alla capacità del terreno di assorbirla, l’acqua scorre in superficie, provoca allagamenti ed erosione e contribuisce meno alla ricarica delle falde. Possiamo quindi ricevere molta acqua in poche ore e continuare ad avere riserve insufficienti: è questa diversa distribuzione nel tempo, insieme alle maggiori perdite causate dalle temperature, che sta rendendo il ciclo idrologico più critico.

Quando parliamo di cambiamento climatico in Italia rischiamo di descrivere come unitario un territorio climaticamente molto diverso. Gli effetti che osserviamo sono omogenei oppure stanno aumentando le differenze tra regioni, stagioni e territori?

L’Italia presenta già strutturalmente condizioni climatiche molto diverse, non solo tra Nord e Sud – tante volte sentiamo dire che “il meteo spacca in due l’Italia” – ma anche tra versante tirrenico e adriatico, tra aree montane, pianure e coste. Abbiamo un territorio meravigliosamente complesso e il cambiamento climatico si inserisce in questa complessità.

Possiamo dire che, in generale, l’aumento delle temperature riguarda tutto il Paese ed è quindi una tendenza comune, anche se con intensità diverse.

Per le precipitazioni, invece, le differenze territoriali e stagionali sono molto più marcate. Il 2024, per esempio, si è chiuso con un surplus del 38% al Nord e un deficit del 18% al Sud e nelle Isole.

È chiaro che un singolo anno non definisce una tendenza, ma dimostra quanto una media nazionale possa nascondere situazioni opposte.

Anche gli scenari futuri non sono uniformi. La diminuzione delle precipitazioni estive appare particolarmente rilevante nel Centro-Sud, mentre nelle aree alpine le temperature invernali più miti aumentano gli eventi piovosi rispetto a quelli nevosi; si riducono la durata e lo spessore del manto nevoso e la fusione avviene più precocemente.

Abbiamo quindi un riscaldamento generalizzato, ma effetti diversi a seconda delle caratteristiche climatiche, geografiche e stagionali dei territori.

Quali aree risultano oggi più vulnerabili rispetto alla scarsità e all’eccesso di acqua?

Rispetto alla scarsità idrica, il Sud e le Isole presentano una vulnerabilità strutturale, perché hanno già estati più aride e temperature mediamente più elevate. Qui, quindi, la riduzione delle precipitazioni e l’aumento delle temperature agiscono su un equilibrio già fragile. Nel 2024, in alcune zone della Sicilia e della Sardegna, si sono registrati fino a 146 giorni consecutivi senza pioggia: un dato che dà la misura di quanto questi periodi critici possano essere persistenti.

In generale, sono esposte anche le aree a forte vocazione agricola in tutto il Paese, perché durante la stagione irrigua la domanda d’acqua aumenta proprio mentre la disponibilità tende a diminuire. Anche zone storicamente ricche di acqua stanno mostrando una crescente vulnerabilità. Nell’agosto 2026, la severità idrica era classificata come alta sia nel distretto del Po sia in quello delle Alpi Orientali.

A questo si aggiunge il fatto che, nelle aree alpine, la diminuzione dell’accumulo nevoso e la perdita di massa dei ghiacciai stanno modificando la quantità e soprattutto i tempi con cui l’acqua diventa disponibile nelle aree a valle.

Ci sono poi le zone costiere, esposte alla salinizzazione delle falde, soprattutto quando i prelievi aumentano e la ricarica diminuisce.

Rispetto all’eccesso d’acqua, diventano invece determinanti le caratteristiche e la gestione del territorio. Sono particolarmente vulnerabili le aree urbane e impermeabilizzate, i territori costruiti lungo fiumi e torrenti, i piccoli bacini nei quali le piene si formano rapidamente e le zone soggette a frane.

In questo caso il clima è una parte del problema. La vulnerabilità dipende anche da quanto abbiamo costruito nelle aree esposte, da come utilizziamo il suolo, dalla manutenzione del territorio e dall’efficienza delle infrastrutture per la regimazione e la gestione delle acque.

Territorio, risorsa idrica e sicurezza: la missione dei consorzi di bonifica.
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Fabio Zappalorti sottolinea il ruolo strategico e multifunzionale dei consorzi di bonifica, che vanno oltre la manutenzione idraulica per occuparsi di gestione dell’acqua, difesa del suolo, agricoltura e ambiente. Di fronte al cambiamento climatico, diventa centrale un approccio integrato basato su innovazione, collaborazione e pianificazione. I consorzi emergono così come presidi territoriali essenziali per sicurezza e qualità del paesaggio.

Se guardiamo ai prossimi decenni, la questione principale sarà avere complessivamente meno acqua oppure dover convivere con una disponibilità molto più variabile e difficile da prevedere?

La risposta è, purtroppo, entrambe le cose.

Gli scenari indicano una tendenza alla diminuzione della disponibilità idrica naturale, soprattutto nel Centro-Sud e nei mesi estivi. Ma, dal punto di vista della gestione, la difficoltà maggiore sarà probabilmente la crescente variabilità.

Un dato aiuta a comprendere la dimensione del problema. Secondo le stime ISPRA, la disponibilità idrica naturale è passata dai 67 miliardi di metri cubi del 2022, minimo storico, ai circa 158 miliardi del 2024, grazie soprattutto alle abbondanti precipitazioni nel Nord. In appena due anni, quindi, siamo passati da un minimo storico a una disponibilità superiore alla media nazionale, ma distribuita in modo assolutamente disomogeneo.

In futuro potremo avere oscillazioni di questo tipo più difficili da gestire: periodi prolungati di deficit alternati a stagioni molto piovose, con forti differenze tra territori. Inoltre, l’aumento delle temperature farà crescere l’evapotraspirazione, riducendo la quantità d’acqua che rimane effettivamente disponibile anche quando le precipitazioni non diminuiscono. Il problema non sarà quindi soltanto avere meno acqua in media, ma avere meno acqua nei luoghi e nei periodi in cui serve, e una disponibilità complessivamente meno regolare e prevedibile.

Che cosa comporta questo cambiamento per il modo in cui programmiamo l’uso dell’acqua, l’agricoltura e, più in generale, la gestione del territorio?

Comporta cambiare il modo in cui programmiamo e, soprattutto, stabilire in anticipo come utilizzare la risorsa quando diventa insufficiente.

Sul piano della gestione dell’acqua e del territorio, questo significa ridurre le perdite delle reti, migliorare la capacità di accumulo, favorire il riuso sicuro delle acque reflue depurate e coordinare meglio i diversi usi. Significa anche proteggere i suoli e le zone umide, favorire la ricarica delle falde e restituire spazio ai corsi d’acqua, invece di intervenire soltanto quando la crisi è già in corso.

Per quanto riguarda l’agricoltura, le cose da fare per adattarsi a questo cambiamento sono molte. Sicuramente bisogna rendere più efficiente l’irrigazione, intervenendo sia sugli impianti sia sulla gestione irrigua, ma non è soltanto una questione tecnologica.

Una parte fondamentale riguarda la gestione del suolo: aumentare la sostanza organica, contrastare il compattamento, gestire meglio i residui colturali e adottare, dove le condizioni lo consentono, rotazioni, colture di copertura e lavorazioni che migliorino la struttura del terreno, l’infiltrazione e la capacità di trattenere l’acqua. Non esiste però una pratica valida ovunque: le soluzioni devono essere costruite in relazione al clima, al tipo di suolo e al sistema produttivo.

In questo quadro, il miglioramento genetico è fondamentale. Le Tecniche di Evoluzione Assistita possono accelerare lo sviluppo di varietà più tolleranti alla siccità, alla salinità e agli altri stress climatici. Non sono la soluzione, ma uno degli strumenti necessari per adattare le produzioni senza perdere qualità e sostenibilità economica.

È chiaro, però, che per realizzare questi interventi servono assistenza tecnica, investimenti, infrastrutture efficienti e una gestione coordinata dell’acqua.

L’acqua come chiave del futuro agricolo. Intervista a Marco Napoli su come ripensare l’agricoltura attraverso una visione sistemica della risorsa idrica

Acqua, suolo e agricoltura sono parti di uno stesso sistema. Nell’intervista a Marco Napoli, Professore Associato dell’Università di Firenze, approfondiamo le sfide che i cambiamenti climatici pongono all’agricoltura mediterranea e il ruolo della gestione del suolo, delle risorse idriche e dell’innovazione digitale nella costruzione di sistemi agricoli più resilienti.

Quando si parla di cambiamento climatico, il dibattito pubblico tende spesso a concentrarsi sul singolo evento estremo: l’alluvione, la siccità, il record di temperatura. Quali indicatori dovremmo invece imparare a osservare per capire davvero come stanno cambiando il clima e la disponibilità d’acqua nel nostro Paese?

Il singolo evento può essere molto rilevante per i suoi effetti, ma per capire come cambia il clima dobbiamo osservare tendenze di lungo periodo. Per le temperature non conta soltanto il record raggiunto in un determinato giorno, anche se può certamente colpire. Dobbiamo guardare l’andamento delle temperature medie e minime, la frequenza e la durata delle ondate di calore e il numero delle notti tropicali.

Anche per le precipitazioni il totale annuale, da solo, non è sufficiente. Bisogna considerare il numero dei giorni di pioggia, la durata dei periodi asciutti, l’intensità delle precipitazioni e la loro distribuzione tra le stagioni. La stessa quantità annuale può infatti avere effetti molto diversi se cade in modo regolare oppure si concentra in pochi episodi intensi.

Per valutare la disponibilità d’acqua, agli indicatori climatici dobbiamo affiancare quelli che descrivono il bilancio idrico: l’umidità del suolo, l’accumulo nevoso, le portate dei fiumi, i livelli delle falde e degli invasi e l’evapotraspirazione. Questi dati ci permettono di capire quanta acqua sia effettivamente presente e disponibile nel territorio, una quantità che non coincide necessariamente con il totale delle precipitazioni.

È la lettura congiunta di tutti questi indicatori, su periodi sufficientemente lunghi, che permette di distinguere la normale variabilità meteorologica da un cambiamento strutturale del clima e della disponibilità idrica.

Conclusione

Dalle parole della Professoressa Anna Dalla Marta emerge come la questione dell’acqua non possa più essere ricondotta a una semplice misura quantitativa. A mutare sono i tempi, i luoghi e le forme della sua disponibilità, dentro una geografia sempre più irregolare, segnata dalla compresenza di scarsità ed eccessi.

L’acqua è oggi “fuori misura” perché sfugge agli equilibri che ne hanno a lungo orientato l’uso e la gestione. Siccità prolungate, precipitazioni intense, temperature crescenti e maggiore evapotraspirazione impongono di ripensare il rapporto tra clima, suolo, agricoltura e territorio.

La sfida non è dunque soltanto disporre di più acqua, ma costruire capacità di adattamento: leggere le differenze, anticipare le criticità e governare una risorsa sempre più variabile con strumenti, infrastrutture e strategie adeguati ai diversi contesti.

Autrice

Marta Guarducci

Socia fondatrice del Centro Ricerche “scientia Atque usus” per la Comunicazione Generativa ETS; assegnista di ricerca presso l’Università di Firenze; membro della redazione della collana “sAu Community”

Intervistata

Anna Dalla Marta

Professoressa Associata nel settore Agronomia e coltivazioni erbacee presso il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agrarie, Alimentari, Ambientali e Forestali (DAGRI) dell’Università di Firenze