Imparare a vivere con meno acqua: l’adattamento è anche una sfida di comunicazione

Sostenibilità quotidiana e Clima

Imparare a vivere con meno acqua: l’adattamento è anche una sfida di comunicazione

Intervista a Marco Merola

di Marco Sbardella | 14 10 2026

Di cosa parliamo in questo articolo? 

La crisi climatica sta modificando profondamente il nostro rapporto con l’acqua. Siccità, riduzione delle riserve nevose, desertificazione e crescente scarsità idrica interessano ormai territori che fino a pochi anni fa sembravano al riparo da questi fenomeni.

Ma adattarsi non significa soltanto sviluppare nuove tecnologie o trovare modalità più efficienti di gestione della risorsa. Significa anche imparare a riconoscerne il valore, mettere in discussione abitudini consolidate e comunicare dati e rischi rendendoli comprensibili nella vita quotidiana.

Ne abbiamo parlato con Marco Merola, giornalista e divulgatore scientifico che da anni si occupa di crisi climatica e strategie di adattamento, partendo da una domanda: che cosa ci racconta l’acqua delle trasformazioni che stanno attraversando i nostri territori e le nostre comunità?

Introduzione

L’acqua è forse una delle più evidenti cartine di tornasole della crisi climatica. La sua presenza o la sua assenza rende visibili trasformazioni che rischiano altrimenti di apparire lontane o astratte. È attraverso l’acqua, infatti, che molti degli effetti del cambiamento climatico entrano concretamente nei territori e nelle vite delle persone: i periodi di siccità sempre più prolungati, la riduzione delle riserve disponibili, la difficoltà di garantire continuità alle attività agricole, ma anche la crescente frequenza di precipitazioni intense e fenomeni estremi.

Eppure dell’acqua continuiamo spesso a parlare soprattutto quando diventa un’emergenza: quando manca, durante una siccità, oppure quando è troppa, durante un’alluvione. In questi momenti l’attenzione pubblica cresce rapidamente, per poi spesso diminuire una volta superata la fase più critica. Più difficile è costruire una cultura capace di occuparsene prima dell’emergenza, considerando l’acqua non soltanto come una risorsa disponibile, ma come un bene da conoscere, preservare e gestire nel tempo, attraverso scelte individuali, collettive e istituzionali.

Questo significa anche imparare a leggere in modo diverso i segnali che arrivano dal clima. Numeri, percentuali, serie storiche e previsioni sono fondamentali per descrivere ciò che sta accadendo, ma non sempre riescono, da soli, a restituire la portata dei cambiamenti in corso. Una delle sfide è quindi trasformare i dati in conoscenza condivisa, collegandoli ai territori, alle esperienze quotidiane e alle decisioni che riguardano il futuro delle comunità.

Ambito di Intervento

Sostenibilità quotidiana e Clima

L’articolo contribuisce alla ricerca del Centro Ricerche sAu, impegnato a colmare la distanza tra il patrimonio di conoscenze oggi disponibile sui temi della sostenibilità e la loro concreta traduzione nei comportamenti individuali e collettivi. L’obiettivo è favorire un dialogo continuo tra ricerca e società, mettendo in relazione chi produce conoscenza e chi può applicarla in pratiche condivise.

Se assumessimo l’acqua come punto di osservazione dei cambiamenti climatici e delle strategie di adattamento, che cosa ci aiuterebbe a capire delle trasformazioni ambientali e sociali che stanno attraversando i nostri territori?

L’acqua è sicuramente una delle principali cartine di tornasole della crisi climatica e degli impatti che questa sta avendo sul pianeta, con una velocità che in alcuni casi sta sorprendendo, rispetto alle previsioni.

C’è un’espressione utilizzata dall’ANBI (Associazione Nazionale dei Consorzi di gestione e tutela del territorio e delle acque irrigue) che trovo particolarmente efficace: “estate idrica invernale”. È un ossimoro ma racconta bene la situazione che stiamo vivendo: trovarsi in condizioni di sofferenza idrica già durante l’autunno, l’inverno o la primavera, cioè proprio nei periodi nei quali dovrebbero formarsi le riserve necessarie ad affrontare la stagione più calda.

Una parte fondamentale della disponibilità di acqua dipende, infatti, dalle riserve nevose. Se durante l’inverno nevica meno, oppure piove dove un tempo nevicava, quei depositi non si formano e nei mesi più caldi non abbiamo più la stessa quantità di acqua derivante dalla loro fusione.

Progetto

Intelligenza Idrica

Intelligenza idrica è un progetto di ricerca-azione che mette in relazione ricerca scientifica, istituzioni, sistemi produttivi e comunità territoriali per costruire una nuova cultura dell’acqua. Attraverso percorsi di ascolto, ricerca e confronto in diversi territori della Toscana, il progetto vuole far emergere criticità, esperienze e pratiche innovative, creando una rete capace di trasformare la conoscenza condivisa in possibilità concrete di azione.

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Per questo trovo efficace l’espressione “estate idrica invernale”: produce una sorta di sano spavento. Ci fa capire che il problema non comincia quando arriva la siccità estiva. Quando l’emergenza diventa visibile, le condizioni che l’hanno determinata si sono già prodotte molti mesi prima.

Negli ultimi anni abbiamo visto situazioni critiche in regioni molto diverse tra loro. Pensiamo alla Sicilia ma anche al Piemonte e al bacino del Po. E se allarghiamo lo sguardo oltre l’Italia troviamo fenomeni analoghi in aree dell’Europa che, nell’immaginario collettivo, difficilmente associamo alla scarsità idrica.

Il punto è proprio questo: sta cambiando anche la nostra geografia ‘immaginaria’ della disponibilità dell’acqua.

Uno dei punti di partenza del progetto Intelligenza Idrica è che dell’acqua si parla quasi sempre quando è troppa o troppo poca. Come possiamo passare da una comunicazione puramente emergenziale a una cultura della prevenzione, della gestione e dell’adattamento?

Direi una cosa volutamente forte: possiamo fare questo passaggio anche attraverso dei “traumi controllati”. Finché apriamo il rubinetto e l’acqua continua a uscire, è molto difficile renderci conto davvero di quanto sia preziosa. Ce ne accorgiamo improvvisamente quando, per un intervento sulla rete, viene sospesa per qualche ora. Anche sapendo in anticipo che non ci sarà acqua, infatti, continuiamo istintivamente ad andare verso il rubinetto e ad aprirlo. Quell’esperienza, pur piccolissima, ci fa capire quanto la disponibilità continua della risorsa sia entrata nelle nostre abitudini.

Quando parlo di trauma controllato penso, quindi, alla possibilità di allenare le persone a immaginare concretamente che cosa significherebbe vivere con una quantità limitata di acqua. Potrebbe essere particolarmente interessante farlo con i bambini, che hanno una grande capacità di recepire e trasformare queste esperienze.

Proviamo, per esempio, a immaginare una giornata nella quale abbiamo a disposizione soltanto pochi litri d’acqua. Improvvisamente siamo costretti a chiederci: che cosa ne facciamo? A cosa rinunciamo? Quali utilizzi consideriamo davvero indispensabili?

Una doccia di alcuni minuti fa consumare decine di litri di acqua potabile. E utilizziamo acqua potabile anche per lo scarico del WC. Sono gesti talmente normali nella nostra esperienza quotidiana che abbiamo perso la percezione della quantità e del valore della risorsa che stiamo utilizzando.

Da questo punto di vista uno dei grandi temi del futuro sarà il riuso delle acque, a partire dalle acque grigie, proprio all’interno delle abitazioni. Abbiamo capacità tecnologiche molto avanzate, eppure continuiamo a utilizzare acqua di elevata qualità anche quando non sarebbe necessario.

Ci sono territori dai quali possiamo già imparare qualcosa sul modo di adattarsi alla scarsità idrica?

Sì e credo sia importante anche superare alcuni stereotipi. Pensiamo, per esempio, alla Calabria. Il Sud viene spesso raccontato attraverso categorie quali arretratezza, disagio o fragilità. Ma proprio territori che storicamente hanno dovuto confrontarsi con una disponibilità idrica più problematica hanno sviluppato, al contempo, capacità di adattamento estremamente interessanti.

Nella piana di Sibari, per esempio, si sperimentano forme di coltivazione del riso con quantità di acqua molto inferiori a quelle che normalmente associamo alle risaie. È un territorio che deve confrontarsi anche con problemi di salinizzazione e nel quale, proprio per questo, è necessario utilizzare con grande attenzione l’acqua dolce disponibile.

Ci sono poi esperienze internazionali che mostrano quanto si possa fare attraverso il riuso e l’irrigazione di precisione. Nel deserto del Negev, in Israele, ho visto in funzione sistemi nei quali l’acqua viene riutilizzata e portata alle colture attraverso la microirrigazione, goccia a goccia.

Questi esempi mostrano una cosa importante: adattamento non significa necessariamente rinunciare a vivere o a produrre, ma imparare a farlo diversamente.

Anche in Italia abbiamo competenze e tecnologie per affrontare molti di questi problemi. Eppure, sopravvivono pratiche non più compatibili con il contesto attuale: irrigazioni effettuate nelle ore più calde della giornata, grandi quantità d’acqua distribuite ‘a pioggia’, l’idea che un campo sia stato irrigato bene soltanto quando si creano delle vere e proprie pozzanghere. Dobbiamo modificare questa cultura.

Quindi la tecnologia, da sola, non è sufficiente?

No. La grossa sfida dell’adattamento è anche convincere le persone che possiamo e dobbiamo vivere utilizzando meno risorse. Manteniamo stili di vita e modalità di consumo che appartengono a un contesto diverso da quello nel quale ci troviamo oggi. Il problema è che rinunciare a qualcosa che consideriamo acquisito è estremamente difficile.

Questo è probabilmente uno degli aspetti che mi preoccupa maggiormente: la crisi climatica non ci chiede necessariamente di rinunciare a tutto ma certamente ci obbliga a ripensare alcuni comportamenti.

Possiamo continuare a vivere bene ma dobbiamo imparare ad avere uno stile di vita meno impattante. La domanda non può più essere soltanto: “Posso permettermelo?”. Deve diventare anche: “Quali conseguenze produce questa scelta sulle risorse e sulla comunità?”

Quando comunichiamo la crisi climatica utilizziamo moltissimi dati: litri d’acqua consumati, temperature, emissioni, percentuali. Ma un numero, anche quando è corretto, non necessariamente viene compreso. Come possiamo far sì che quei dati acquistino significato?

La parola fondamentale è contesto. Per me dovrebbe essere quasi una felice ossessione di chiunque faccia comunicazione o giornalismo: non limitarsi a riferire un dato ma fornire il contesto che permette di comprenderlo.

Dire che fare una doccia ci fa consumare 70 litri d’acqua può non significare niente. Settanta litri sono molti? Sono pochi? Se però pensiamo a cos’altro potremmo fare con quei 70 litri, oppure confrontiamo quella quantità con la disponibilità giornaliera di altre popolazioni, improvvisamente il dato acquista una dimensione diversa.

Ogni goccia conta. Intervista a Elena Bresci sulle strategie per raccogliere e conservare l’acqua, tra nuove tecnologie e pratiche antiche

Nell’intervista a Elena Bresci, Professoressa Ordinaria dell’Università di Firenze e direttrice del Water Harvesting Lab, il tema dell’acqua viene affrontato a partire dalle strategie per raccoglierla, conservarla e renderla disponibile nei momenti di maggiore scarsità. Dalle pratiche tradizionali alle nuove tecnologie, fino al rapporto tra grandi infrastrutture, territori e comunità locali, l’intervista offre uno sguardo sulle sfide della gestione idrica e sulle prospettive future anche per la Toscana.

Lo stesso vale per un gesto semplicissimo come premere uno dei due pulsanti dello scarico del WC. Pochissimi pensano, ogni volta che lo fanno, alla quantità di acqua potabile che stanno utilizzando. Contestualizzare significa trasformare un concetto astratto in qualcosa che può essere ricondotto all’esperienza. Ed è particolarmente importante nella comunicazione della crisi climatica, perché è un fenomeno che si scontra con bias culturali molto forti.

Abbiamo informazioni sulla crisi climatica da decenni. Perché continuiamo ad avere tanta difficoltà a trasformarle in comportamenti?

C’è un concetto che trovo molto interessante, sintetizzato nell’acronimo PAIN: Personal, Abrupt, Immoral, Now. Indica quattro ‘situazioni’ di rischio concreto ed evidente alle quali tendiamo a reagire con immediatezza e senza indugio. In pratica, dice un sociologo americano, un pericolo deve riguardarci personalmente, essere improvviso, essere percepito come moralmente inaccettabile e avvenire adesso. La crisi climatica si sottrae a tutte queste categorie. È un processo che viene percepito come lento, distribuito nel tempo e nello spazio; spesso pensiamo che riguarderà qualcun altro o che i suoi effetti arriveranno in futuro. Anche per questo comunicare il cambiamento climatico è particolarmente difficile.

A questo si aggiunge lo scenario di forte disparità sociale ed economica. Pensiamo, per esempio, alla cooling poverty, la difficoltà per una parte crescente della popolazione di sostenere economicamente il raffrescamento delle abitazioni durante estati sempre più calde. È facile capire come lo stesso evento climatico non produca gli stessi effetti su tutte le fasce sociali. Per raccontare correttamente la crisi climatica dobbiamo tenere insieme fenomeni ambientali, condizioni economiche, comportamenti individuali e disuguaglianze sociali.

Quale responsabilità hanno allora giornalisti, divulgatori e comunicatori?

Una responsabilità molto grande. Mi colpisce vedere persone che conoscono perfettamente l’evolversi della crisi climatica e, magari, la raccontano al pubblico, utilizzare sui social una narrazione che banalizza proprio quegli stessi fenomeni. Pensiamo alle fotografie pubblicate per celebrare giornate eccezionalmente calde fuori stagione o il raggiungimento di una meta esotica con un volo intercontinentale: “Che bello, siamo ancora al mare a ottobre o novembre”. Il problema non è andare al mare ma il significato che attribuiamo pubblicamente a un’anomalia climatica.

Chi comunica dovrebbe essere coerente e allineare i propri comportamenti a ciò che racconta. Questo non significa negarsi ogni piacere o trasformare le scelte quotidiane in colpe. Significa riconoscere che anche il modo in cui raccontiamo i nostri stili di vita contribuisce a costruire la cultura di riferimento.

La contraddizione che vedo è questa: abbiamo sempre più informazioni sulla gravità della crisi e, contemporaneamente, continuiamo spesso a rappresentarci il mondo come se non stesse accadendo nulla di poi così grave.

Conclusioni

L’acqua ci mostra una delle principali contraddizioni della crisi climatica: una risorsa indispensabile alla vita continua a essere percepita come illimitata proprio perché, almeno per una parte della popolazione, è ancora e sempre immediatamente disponibile.

L’intervista a Marco Merola mostra come la sfida dell’adattamento non possa essere ridotta alla sola dimensione tecnologica. Innovazione, riuso delle acque, microirrigazione e gestione più efficiente delle risorse sono essenziali, ma devono procedere di pari passo con una inevitabile transizione culturale. Tradotto, significa imparare a riconoscere il valore dell’acqua prima che venga a mancare; collegare i grandi fenomeni climatici alle scelte quotidiane; fornire contesti capaci di trasformare numeri astratti in informazioni comprensibili e significative.

Da questa prospettiva, comunicare l’acqua significa contribuire a costruire capacità di adattamento. Non serve raccontare soltanto l’emergenza, quando si manifesta, ma aiutare persone, comunità e territori a immaginare e praticare modi diversi di utilizzare una risorsa destinata a diventare sempre più preziosa.

Autore

Marco Sbardella

Ph.D., Ricercatore e socio fondatore del Centro Ricerche scientia Atque usus per la Comunicazione Generativa ETS. Consulente presso il Generative Communication Lab

Intervistato

Marco Merola

Marco Merola è giornalista e divulgatore scientifico specializzato in ambiente, cambiamento climatico e adattamento. Ha collaborato con testate italiane e internazionali ed è ideatore di Adaptation, progetto dedicato alle strategie con cui territori, comunità e sistemi produttivi affrontano gli effetti della crisi climatica.