Agricoltura e sviluppo del territorio
Ogni goccia conta
Intervista a Elena Bresci sulle strategie per raccogliere e conservare l’acqua, tra nuove tecnologie e pratiche antiche
di Marco Sbardella e Amos Tozzini | 28 09 2026
Di cosa parliamo in questo articolo?
In un contesto in cui le precipitazioni diventano sempre più irregolari, ogni goccia d’acqua conta. Non basta chiedersi quanta acqua cade, ma quanta riusciamo davvero a trattenere, far infiltrare nel terreno e conservare per i periodi in cui sarà più difficile averne a disposizione. Il suolo, le infrastrutture, le pratiche agricole e le scelte di chi vive e governa i territori diventano così parti di uno stesso sistema. È una sfida che riguarda le zone aride, ma anche territori tradizionalmente più umidi, dove le produzioni agricole devono fare i conti con una disponibilità idrica sempre meno prevedibile.
In questa intervista, Elena Bresci racconta il lavoro del Water Harvesting Lab dell’Università di Firenze che dirige e affronta tre questioni centrali: come favorire l’infiltrazione e la conservazione dell’acqua, anche valorizzando pratiche antiche; quale rapporto costruire tra grandi infrastrutture e piccoli interventi progettati con le comunità locali; e quali difficoltà e prospettive caratterizzino oggi la gestione dell’acqua in Toscana.
Introduzione
Ci accorgiamo dell’acqua, purtroppo, soltanto quando è troppa o quando è troppo poca. Per questo è necessario parlare di conservazione dell’acqua, chiedendosi che cosa possiamo farne nel momento in cui piove. Quanta acqua riesce a infiltrarsi nel terreno? Quanta può essere trattenuta e resa disponibile nei periodi asciutti? Le risposte dipendono dalle caratteristiche del suolo, dalle opere presenti sul territorio e dalle scelte di chi lo abita e lo coltiva.
È su questi aspetti che lavora il Water Harvesting Lab dell’Università di Firenze. Le sue attività, sviluppate anche in Africa del Nord e nell’Africa subsahariana, mettono in relazione tecniche di raccolta dell’acqua, conoscenze tradizionali e coinvolgimento delle comunità. Con Elena Bresci partiamo da queste esperienze per arrivare alla Toscana, dove il cambiamento climatico sta rendendo più urgenti questioni che riguardano la disponibilità d’acqua, le infrastrutture esistenti e la capacità delle aziende agricole di adattarsi.
Il suo lavoro al Water Harvesting Lab dell’Università degli Studi di Firenze parte dalla raccolta e conservazione dell’acqua nelle zone aride: che cosa ci insegnano questi contesti sul valore strategico dell’acqua?
Il Water Harvesting Lab è un centro di ricerca nato nel 2017. Ad oggi, il laboratorio è molto attivo soprattutto in Africa del Nord e in Africa subsahariana attraverso numerose collaborazioni. Come il nome stesso del laboratorio suggerisce, la raccolta e la conservazione dell’acqua sono ormai diventate un’esigenza primaria non soltanto in zone aride ma in paesi con un clima umido. Soddisfare i bisogni idrici del territorio oggi significa intercettare, conservare e distribuire l’acqua nei tempi e nei luoghi necessari.
In questo senso, il concetto di water harvesting invita a cercare di trarre beneficio da qualunque evento di precipitazione. Per farlo, il primo serbatoio su cui lavorare è il suolo, attraverso l’impiego di tecniche per favorire l’infiltrazione che permettono all’acqua di penetrare nel terreno, aumentandone così l’umidità. In questo modo, attraverso tecniche di controllo del ruscellamento per favorire l’infiltrazione, la falda viene ricaricata, ottenendo uno stoccaggio delle riserve. Tali operazioni permettono di superare periodi di scarsità inattesi, quando le precipitazioni risultano minori rispetto alle aspettative o sono addirittura totalmente assenti, offrendo stabilità alle produzioni agricole. Piogge sempre più erratiche, infatti, rendono le attività agricole più vulnerabili e richiedono infrastrutture e investimenti capaci di garantire la disponibilità idrica.
Tutto ciò non sostituisce le tecniche già consolidate. In molti paesi in cui operiamo le conoscenze tradizionali sono fondamentali, e per questo il nostro lavoro spesso non introduce nuovi interventi, ma potenzia e migliora con la tecnologia ciò che già viene attuato. Basti pensare ai terrazzamenti, una tecnica antichissima che ancora oggi viene impiegata con efficacia per rallentare l’acqua che scorre sui versanti e favorire l’infiltrazione. Questo fa capire come la gestione della risorsa sia sì una questione, per così dire, tecnica, ma anche profondamente sociale e politica.
La questione, quindi, non consiste semplicemente nel continuare a produrre nello stesso modo utilizzando meno acqua. È necessario ripensare i sistemi agricoli in una prospettiva di maggiore resilienza, adattando le scelte produttive agli effetti dei cambiamenti climatici, alle caratteristiche dei territori e alle risorse effettivamente disponibili.
Progetto
L’intervista è stata realizzata nel contesto del progetto Intelligenza Idrica, dedicato alla costruzione di una cultura sistemica dell’acqua e allo sviluppo di strategie condivise per la sua gestione sostenibile, mettendo in dialogo ricerca scientifica, istituzioni, innovazione tecnologica, sistemi produttivi e comunità territoriali.
Nella collana “sAu Community” del Centro Ricerche sAu è inoltre in corso di pubblicazione il Dossier “Acqua e Futuro. Fare sistema per governare il cambiamento”, un approfondimento dedicato al valore sistemico dell’acqua e ai contenuti emersi dal progetto Intelligenza Idrica. Il Dossier raccoglie esperienze, conoscenze e prospettive con l’obiettivo di favorire il dialogo tra ricerca, istituzioni, sistemi produttivi e società civile.
Sappiamo in alcune zone dell’Africa o dell’Asia le infrastrutture idriche di grandi o grandissime dimensioni hanno un ruolo centrale. In questi contesti, quando si parla di gestione della sicurezza idrica, che rapporto c’è tra questi enormi impianti e strategie diffuse e partecipate dalle comunità locali?
Le tante, piccole opere diffuse sul territorio sono il focus principale del mio lavoro. Si tratta, al contrario delle grandi infrastrutture, di sistemi di tipo bottom-up, che prevedono il coinvolgimento dei fruitori già in fase di progettazione, a monte della scelta della tecnica più appropriata per il luogo. La logica sottesa è che soltanto con scelte condivise si riesca a rendere l’opera un patrimonio collettivo non solo usato, ma anche manutenuto e curato dalla comunità.
È chiaro che queste opere con una diffusione capillare hanno obiettivi diversi da quelli di infrastrutture come grandi dighe. Da questo punto di vista, la soluzione ottimale sarebbe quindi integrare i due sistemi che prevedono misure gestionali e rispondono a bisogni differenti. L’esigenza idrica infatti non è legata soltanto all’uso agricolo, che pure è l’ambito con il fabbisogno idrico maggiore, ma anche a quello domestico e industriale. Questo richiede una visione più ampia, che includa stakeholder di diversa provenienza e che li renda partecipi di un processo sinergico attraverso una strategia condivisa di raccolta, stoccaggio e distribuzione dell’acqua.
In assenza di un approccio condiviso, il rischio è quello dell’abbandono delle aree rurali, dove l’approvvigionamento può risultare più complicato e dove mancano competenze e strutture per adattare le colture alle trasformazioni climatiche a cui assistiamo. Le grandi opere idriche quindi sono una questione, per così dire, di natura transfrontaliera, perché i problemi di chi è a valle del processo dipendono dalle scelte fatte a monte. Perciò oggi la tendenza è a promuovere analisi su ampia scala, che non si limitino al livello dello specifico bacino idrografico.
Questa osservazione ci ricorda come la dimensione collettiva della gestione idrica rischi di essere fonte di conflitto. Alla luce delle sue esperienze e dei suoi progetti internazionali, l’acqua sarà nei prossimi anni soprattutto un fattore di conflitto o di cooperazione tra Paesi?
L’acqua è una risorsa essenziale per la vita e, proprio per questo, dovrebbe essere soprattutto un fattore di cooperazione. Mi auguro che prevalga una visione condivisa, capace di garantire a tutti un accesso adeguato alla risorsa e di superare logiche esclusivamente nazionali o locali. Le quantità e le modalità di utilizzo possono essere oggetto di negoziazione, ma la gestione dell’acqua non può prescindere da una visione d’insieme e dalle esigenze di tutte le comunità che dipendono dalla stessa risorsa.
Abbiamo parlato di ciò che avviene in altre parti del mondo, ma ora le chiedo: dal suo punto di vista, qual è lo stato attuale e quali le prospettive future per la gestione dell’acqua in Toscana?
La Regione Toscana rappresenta un esempio interessante a livello nazionale, perché ha una grande varietà di colture e di approcci gestionali, con aree soggette ad irrigazione collettiva e altre che non la prevedono.
Con il Water Harvesting Lab, abbiamo analizzato la situazione attraverso il progetto AG-WaMED. Un caso che abbiamo studiato da vicino è quello della Val d’Orcia, un’area che non prevede irrigazione collettiva e dove le aziende vitivinicole si confrontano con difficoltà dovute agli effetti del cambiamento climatico su colture non irrigue. Qui infatti la pioggia non è più sufficiente per coprire fabbisogni di colture che richiedono grandi quantità d’acqua. Per far fronte a questa situazione, gli agricoltori sono ricorsi ai laghetti collinari, impianti costruiti già tra gli anni ‘70 e gli anni ‘80 del secolo scorso che oggi però, per effetto della sedimentazione, hanno volumi ridotti e che richiedono inoltre un adeguamento alla normativa vigente. Questi due fattori ne hanno fortemente limitato l’uso, dal momento che le piccole aziende non riescono a sostenere i costi. Questo ha allargato ulteriormente il divario tra le aziende di grandi dimensioni e le aziende più piccole, con le prime che hanno avuto più strumenti a disposizione delle seconde per attrezzarsi. Per affrontare questa situazione, la Regione Toscana ha così emanato delle norme per chiarire le misure necessarie all’adeguamento di queste strutture.
Diverso è invece il caso dell’irrigazione collettiva. La risorsa infatti viene gestita a livello centrale e da lì distribuita. La gestione, da questo punto di vista, è molto più semplice. Il problema è averne la disponibilità in particolare nel sud della Toscana, dove l’intrusione salina limita fortemente la disponibilità di acqua. È a queste zone che si dovrà riservare una maggiore attenzione.
Territorio, risorsa idrica e sicurezza: la missione dei consorzi di bonifica. Intervista a Fabio Zappalorti
Fabio Zappalorti sottolinea il ruolo strategico e multifunzionale dei consorzi di bonifica, che vanno oltre la manutenzione idraulica per occuparsi di gestione dell’acqua, difesa del suolo, agricoltura e ambiente. Di fronte al cambiamento climatico, diventa centrale un approccio integrato basato su innovazione, collaborazione e pianificazione. I consorzi emergono così come presidi territoriali essenziali per sicurezza e qualità del paesaggio.
Conclusione
L’acqua non è soltanto una risorsa da gestire: è una condizione fondamentale per la vita delle comunità, per la loro capacità di abitare un territorio, garantirne il sostentamento, costruire relazioni e immaginare il futuro. Per questo parlare di acqua significa parlare anche di responsabilità condivisa, di equità e di scelte collettive.
La sfida dei prossimi anni sarà allora quella di riconoscere fino in fondo il valore strategico dell’acqua, superando una visione che la considera soltanto in termini di disponibilità o di efficienza d’uso. Costruire una vera intelligenza idrica significa mettere in relazione conoscenze, istituzioni, territori e comunità (locali e non solo…), creando le condizioni perché l’acqua diventi un fattore di cooperazione e non di divisione.
È su questa capacità di sviluppare una consapevolezza comune e una visione di lungo periodo che si giocherà una parte importante della resilienza dei territori. Perché ogni goccia conta, ma conta soprattutto il modo in cui una comunità sceglie di riconoscerne il valore, condividerla e prendersene cura.
Autore
Marco Sbardella
Ph.D., Ricercatore e socio fondatore del Centro Ricerche scientia Atque usus per la Comunicazione Generativa ETS. Consulente presso Lab CfGC.
Svolge ricerca negli ambiti dello sviluppo rurale, del climate change e della comunicazione sanitaria.
Autore
Amos Tozzini
Laureato in Pratiche, linguaggi e cultura della comunicazione presso l’Università degli Studi di Firenze. È collaboratore presso il Centro Ricerche “scientia Atque usus” per la Comunicazione Generativa ETS.
Intervistata
Elena Bresci
Professoressa Ordinaria, Idraulica agraria e sistemazioni idraulico-forestali, Università degli Studi di Firenze