Agricoltura e sviluppo del territorio

Il vino tra salute pubblica, mercato e identità culturale

Intervista a Francesco Solfanelli sulle percezioni degli health-warning labels nel settore vitivinicolo

di Marco Sbardella | 30 04 2026

Di cosa parliamo in questo articolo?

L’introduzione degli health-warning labels (HWL) sulle bevande alcoliche è oggi al centro di un acceso dibattito europeo, soprattutto dopo l’iniziativa irlandese che ha reso obbligatorie etichette sanitarie con avvertenze sui rischi connessi al consumo di alcol. Nel caso del vino, il tema assume una rilevanza particolare, poiché coinvolge non solo la salute pubblica, ma anche dimensioni economiche, culturali e identitarie.

In questa intervista, il Professor Francesco Solfanelli riflette sui risultati di una ricerca condotta presso l’Università Politecnica delle Marche, che ha indagato le percezioni di consumatori e operatori del settore rispetto agli HWL attraverso la Q methodology. Dallo studio emergono quattro principali orientamenti di pensiero che restituiscono la complessità di un confronto tutt’altro che riducibile a una semplice contrapposizione tra favorevoli e contrari. Al centro della riflessione si colloca una questione decisiva: come ripensare oggi la comunicazione sul vino, distinguendo tra abuso e consumo moderato, e costruendo strumenti realmente efficaci di educazione al consumo consapevole?

Ambito di Intervento

Agricoltura e sviluppo del territorio

Questo articolo contribuisce alla ricerca del Centro Ricerche sAu sul ruolo sociale e culturale del cibo, per ridefinire e attualizzare il valore di costruzione di comunità che il cibo non può che continuare ad avere, tanto dal punto di vista della sua produzione quanto da quello del suo consumo

Introduzione

Negli ultimi anni il dibattito sugli health-warning labels nel settore degli alcolici ha acquisito una crescente centralità nel contesto europeo. L’ipotesi di introdurre avvertenze sanitarie obbligatorie sulle etichette, già concretizzatasi in Irlanda, ha aperto un confronto che investe ambiti diversi e profondamente intrecciati: la tutela della salute pubblica, la regolazione del mercato, la libertà di scelta dei consumatori, ma anche il valore culturale e simbolico di prodotti come il vino.

In Italia, dove il vino non rappresenta soltanto un comparto produttivo strategico ma anche un elemento costitutivo dell’identità nazionale e territoriale, questa discussione assume una particolare intensità. Interrogarsi sugli HWL significa infatti entrare in una zona di tensione tra esigenze di prevenzione sanitaria e difesa di un patrimonio economico, sociale e culturale fortemente radicato.

Per comprendere meglio queste dinamiche, abbiamo intervistato il Professor Francesco Solfanelli, che con il suo gruppo di ricerca dell’Università Politecnica delle Marche ha approfondito il tema attraverso uno studio dedicato alle percezioni di operatori del settore e consumatori.

Come nasce l’idea di indagare le percezioni sui health-warning labels nel settore del vino?

L’idea di indagare le percezioni sugli health-warning labels nel settore del vino nasce dall’attuale dibattito normativo a livello europeo. Dopo l’iniziativa promossa in Irlanda, che ha introdotto l’obbligo di etichette sanitarie con avvertenze sui rischi legati al consumo di alcolici, il tema è entrato con forza nell’agenda dell’Unione Europea, aprendo inevitabilmente un confronto tra tutti gli stakeholder del mondo vitivinicolo.

In questo contesto, insieme al nostro team di ricerca dell’Università Politecnica delle Marche, abbiamo ritenuto opportuno analizzare le percezioni sia degli operatori del settore, sia dei consumatori rispetto a questi strumenti. La ricerca nasce dalla convinzione che gli HWL possano essere percepiti, da un lato, come un importante presidio di tutela della salute pubblica, ma, dall’altro, anche come un elemento capace di incidere sulla ridefinizione dell’identità culturale del vino in Italia. L’obiettivo del nostro articolo è quindi offrire un contributo al dibattito in corso, cercando di restituirne la complessità.

Debating wine health-warning labels using Q methodology

Questa intervista prende spunto dall’articolo pubblicato sulla rivista Wine Economics and Policy da Francesco Solfanelli, Serena Mandolesi, Ileana Silvestri, Simona Naspetti, Raffaele Zanoli

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Il vino, soprattutto in Italia, è un prodotto identitario e culturalmente carico di significati. Quali difficoltà avete incontrato nel trattare un argomento che tocca insieme salute pubblica, economia e tradizione?

Il vino, soprattutto in Italia, è un prodotto in cui si intrecciano in modo molto forte cultura, tradizione ed economia. Allo stesso tempo, però, il dibattito promosso anche a livello europeo richiama l’attenzione sul tema della salute pubblica, portando in primo piano dati allarmanti sugli effetti dell’alcol.

La difficoltà principale è stata proprio questa: affrontare un tema tanto sensibile evitando semplificazioni. Abbiamo cercato di analizzare il dibattito mettendo in evidenza la pluralità e la complessità dei punti di vista, senza appiattire il confronto su contrapposizioni rigide. Era importante restituire il fatto che intorno al vino si addensano significati molto diversi, spesso in tensione tra loro, e che qualsiasi riflessione sul tema deve saper tenere insieme queste diverse dimensioni.

Perché avete scelto la Q methodology come strumento di analisi? In che modo questa tecnica consente di esplorare le sfumature della soggettività meglio rispetto a un sondaggio o a un focus group tradizionale?

La Q methodology ci è sembrata particolarmente adatta perché consente di comprendere quali profili di pensiero si articolino intorno a un tema complesso come quello degli HWL nel vino. Si tratta infatti di una tecnica utile quando si vuole esplorare la varietà dei punti di vista possibili, senza concentrarsi principalmente sulla loro frequenza statistica nella popolazione.

In questa fase, il nostro interesse era soprattutto censire e descrivere le diverse posizioni esistenti sul tema. Rispetto a un focus group, ad esempio, la Q methodology riduce il rischio di polarizzazione del confronto, perché ciascun partecipante prende parte all’esperimento di Q sorting in modo indipendente. Questo permette di far emergere con maggiore chiarezza narrazioni differenti, che successivamente possono essere aggregate e interpretate attraverso strumenti statistici classici, come la factor analysis.

Senza il ricorso a questa metodologia, difficilmente sarebbe stato possibile far emergere in modo altrettanto nitido la pluralità dei punti di vista presenti nel dibattito.

Nel vostro studio emergono quattro fattori chiave: Nationalism, Market-oriented, Health-first e Keep us alive. Cosa raccontano, nel complesso, delle tensioni che attraversano oggi il mondo del vino?

I quattro fattori emersi mostrano con molta chiarezza che il dibattito sugli HWL non si esaurisce in una semplice opposizione tra favorevoli e contrari, ma mette in gioco modi diversi di interpretare il significato del vino oggi.

Il fattore Nationalism esprime una reazione di tipo difensivo: il vino è percepito come parte integrante dell’identità nazionale e del patrimonio agroalimentare italiano. In questa prospettiva, l’introduzione di health-warning labels è vissuta non solo come una minaccia economica, ma anche come una minaccia simbolica, capace di intaccare un elemento costitutivo della cultura italiana.

Il fattore Market-oriented, invece, interpreta le etichette come uno strumento di trasparenza. Qui emerge una visione più liberale, secondo cui informare correttamente il consumatore rappresenta un principio essenziale del buon funzionamento del mercato.

Con il fattore Health-first il baricentro si sposta sulla salute pubblica. In questo caso, la priorità è la riduzione dei rischi alcol-correlati, indipendentemente dal valore culturale o economico del vino e delle filiere a esso collegate.

Progetto

Una strategia di Comunicazione Generativa per UniCeSV

Questo articolo è stato realizzato nel contesto della collaborazione tra il Centro Ricerche sAu e il Centro di Ricerca e Formazione per lo Sviluppo Competitivo delle Imprese del Settore Vitivinicolo (UniCeSV) dell’Università di Firenze, nata per promuovere lo sviluppo di nuove progettualità derivanti dalla sinergia tra la ricerca di altissimo livello che UniCeSV realizza e il tessuto socioeconomico di riferimento.

Infine, il fattore Keep us alive esprime una posizione critica nei confronti dell’obbligo di etichettatura sanitaria, mettendo in dubbio l’efficacia reale delle etichette nel modificare i comportamenti dei consumatori e sottolineandone soprattutto i possibili effetti negativi.

Nel loro insieme, questi fattori raccontano una tensione profonda che attraversa oggi il mondo del vino: da una parte la necessità di rispondere alle istanze della salute pubblica, dall’altra l’esigenza di preservare il valore identitario, economico e culturale di un prodotto che in Italia ha un significato ben più ampio del solo consumo.

Dai vostri risultati emerge che le etichette di avvertimento non bastano da sole a modificare i comportamenti. Quali strumenti complementari potrebbero rendere più efficace la comunicazione sui rischi?

Dai risultati emerge con chiarezza che le etichette, da sole, difficilmente sono sufficienti a modificare i comportamenti. Come suggerisce anche il fattore Keep us alive, è necessario investire in una corretta educazione al consumo.

Gli health-warning labels dovrebbero quindi essere accompagnati da strumenti complementari di educazione al consumo consapevole, capaci di distinguere con chiarezza tra abuso e consumo moderato. L’efficacia di questi strumenti dipende dalla possibilità di costruire una vera cultura della responsabilità condivisa, che coinvolga istituzioni, sistema educativo e filiera vitivinicola.

A questo punto, però, si apre una domanda decisiva: se si investe davvero in percorsi educativi efficaci, gli HWL diventano superflui oppure possono comunque rappresentare uno strumento utile, purché inserito all’interno di una più ampia strategia formativa e comunicativa? È probabilmente su questo terreno che si giocherà il futuro della comunicazione sul vino.

Conclusione

L’intervista con Francesco Solfanelli mostra con chiarezza come il tema degli health-warning labels nel settore del vino non possa essere affrontato in modo riduttivo. Non si tratta soltanto di decidere se apporre o meno un’avvertenza sanitaria sulle etichette, ma di interrogarsi sul significato che il vino assume oggi all’incrocio tra salute pubblica, mercato, cultura e identità.

La ricerca condotta attraverso la Q methodology ha il merito di aver portato alla luce una pluralità di narrazioni che attraversano il comparto vitivinicolo e la società nel suo complesso. Proprio questa pluralità rende evidente che il nodo centrale non è semplicemente normativo, ma profondamente culturale e comunicativo.

Su un punto, tuttavia, sembra emergere una convergenza significativa: la necessità di distinguere con chiarezza tra abuso e consumo moderato. È forse da qui che occorre ripartire, immaginando una comunicazione capace non solo di avvertire, ma anche di educare, responsabilizzare e costruire consapevolezza. In questa prospettiva, il futuro del dibattito sugli HWL dipenderà dalla capacità di integrare tutela della salute, rispetto delle identità culturali e qualità dell’informazione pubblica.

Autore

Marco Sbardella

Ph.D., Ricercatore e socio fondatore del Centro Ricerche scientia Atque usus per la Comunicazione Generativa ETS. Consulente presso il Generative Communication Lab

Intervistato

Francesco Solfanelli

Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali (D3A), Università Politecnica delle Marche