Salute e sanità

Robotica e chirurgia: governare il cambiamento senza sensazionalismi

Il ruolo del mondo dell’informazione e della comunicazione nel raccontare innovazione, sanità e tecnologia

I punti salienti di un’intervista a Walter Gatti

di Viola Davini | 23 12 2025

Di cosa parliamo in questo articolo?

L’articolo presenta l’intervista a Walter Gatti, giornalista e esperto di innovazione tecnologica in sanità, che cerca di circoscrivere quali sono le principali sfide che riguardano il mondo della comunicazione e dell’informazione in ambito sanitario.
L’intervista esplora le principali sfide della trasformazione tecnologica — dall’intelligenza artificiale alla robotica, fino alle innovazioni in campo di ricerca biomedica e ai dispositivi medici — e il loro impatto sulla comunicazione, sulla formazione professionale e sulla governance del sistema sanitario.
Il contributo intende promuovere una riflessione sulla necessità di una comunicazione equilibrata e non sensazionalistica, contrastare il rischio di frammentazioni regionali e favorire l’integrazione tra clinici, mondo accademico e territori, in una prospettiva di sanità più equa e umanistica.

Walter Gatti 

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Professionista della comunicazione dal 1992, esperto di sanità e informazione sulla salute. Autore e già docente universitario, con solida esperienza istituzionale, internazionale e nei public affairs

Siamo solo all’inizio della trasformazione tecnologica in sanità. Come possono il Sistema Sanitario Nazionale, i centri di cura, i clinici e le società scientifiche governare questo cambiamento?

Il vero tema della rivoluzione tecnologica è che spesso la pensiamo in termini di macchinari e tecnologie oggettuali, come la meccatronica, la biomeccatronica, l’incidenza dell’AI sulla diagnostica oppure il sempre maggior sviluppo innovativo nell’ambito dei medical devices. In realtà, nell’ambito sanitario la “trasformazione tecnologica” è ampia e riguarda anche la ricerca, la produzione di nuove terapie, la logistica e l’organizzazione delle strutture di cura.
Basti pensare all’oncologia: l’immunoterapia – di cui vent’anni fa non c’era quasi traccia – o le terapie avanzate come le CAR-T cell. Solo in questo campo assistiamo a una rivoluzione impressionante. Allo stesso tempo, assistiamo alla miniaturizzazione eccezionale di devices, pensiamo ai bypass, che oggi misurano pochi millimetri oppure osserviamo lo sviluppo degli stent medicati, che negli anni ‘90 erano pioneristici ed oggi salvano milioni di vite.
Ci troviamo in pratica di fronte a un processo che impatta continuamente e porta innovazioni imprevedibili ogni anno. Non è un caso che, con il Covid, i vaccini mRNA abbiano rivelato una ricerca ormai ventennale, mentre l’immunoterapia si estende ormai dal melanoma a tumori polmonari e gastrointestinali. Insomma: siamo immersi in una rivoluzione impressionante.

La sfida per chi comunica – inclusi i centri del SSN – è governarla evitando sensazionalismi: enfatizzarla la rende incomprensibile, demotiva la formazione professionale e frammenta il sistema (i nostri ventuno sistemi sanitari regionali rischiano una “macchia di leopardo” tra aree virtuose e periferie). Serve parità sistemica, integrando accademia, clinici e organizzazioni complesse.

Qual è, secondo lei, la principale scommessa nella comunicazione dell’innovazione tecnologica in sanità?

Torno su quanto appena sottolineato: penso che la vera scommessa sia non enfatizzare e non rendere epico e leggendario tutto ciò che sta accadendo. Più rendiamo leggendario il cambiamento, meno lo rendiamo comprensibile. E meno rendiamo le professioni consapevoli della necessità di formarsi.
C’è poi un aspetto di sistema: se mitizziamo l’innovazione, rendiamo il sistema meno capace di governare un movimento che non impatta solo sull’accademia o sulle grandi intelligenze, ma sulle persone, sulle organizzazioni complesse, sulle relazioni interne alle professioni.
Il rischio è creare i “professionisti dell’innovazione” da una parte e i “servi della gleba dell’innovazione” dall’altra, mentre invece è tutto il sistema che dovrebbe muoversi allo stesso passo.
Infine, non possiamo permetterci un’innovazione a macchia di leopardo, che è uno dei grandi difetti del nostro Paese. Come già suggerito: non abbiamo un solo Servizio Sanitario Nazionale, ma ventuno sistemi regionali. L’innovazione non può essere accessibile solo a chi vive in regioni virtuose o in aree metropolitane ma deve creare un sistema che sia capace di generare valore sui territori.

Progetto

Robotica, Intelligenza Artificiale,
Chirurgia e Comunicazione

Quale in-formazione per il personale medico-sanitario, i pazienti e il territorio

Il Centro Ricerche sAu propone di avviare una ricerca su come le nuove tecnologie stanno modificando la professione medica e quali competenze comunicative siano necessarie per governare queste trasformazioni, sempre tenendo al centro l’esperienza “umana” del medico e del paziente.

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Quindi rendere l’informazione meno sensazionale significa anche normalizzarla?

Sì. Bisognerebbe rendere l’informazione sull’innovazione tecnologica in sanità comprensibile al cittadino, anche a quello che non ha a disposizione una cultura specifica, offrendo strumenti di comprensione e di decodificazione. E allo stesso tempo bisognerebbe evitare il ricorso al titolone roboante, che spesso è connesso a un uso distorto ed interessato che la politica fa della sanità.
In Italia soprattutto – anche all’estero, ma in misura più moderata – la mitizzazione dell’innovazione sanitaria ha spesso una forte connotazione di comunicazione politica. Quando un sindaco dice: “Nel mio ospedale abbiamo inaugurato un nuovo Da Vinci”, contribuisce ad una narrazione mitica, quasi da corsa all’oro. Il problema non è avere il Da Vinci in sala operatoria, ma cosa se ne fa, come si inserisce nella visione di sanità di qualità di un territorio e quali ricadute reali produce in termini di salute e coesione sociale. Oggi è molto difficile riuscire a comunicare tutto questo con equilibrio.

Che impatto hanno questi cambiamenti sulla comunicazione medico-paziente?

La comunicazione medico-paziente è uno dei grandi temi irrisolti della contemporaneità. Fino a quindici o vent’anni fa il rapporto era fortemente paternalistico: il paziente si abbeverava alla parola del medico. Questo non era necessariamente negativo, ma era così, un dato di fatto. All’inizio degli anni Duemila il peso delle associazioni di pazienti era quasi nullo. Oggi le cose sono cambiate: esiste un certo equilibrio e soprattutto il/la paziente si fa forte di tutto ciò che trova online. Il rapporto non è più biunivoco, ma “triangolato”: c’è il medico, il paziente e poi c’è la parola di “dottor Google”, quasi sempre considerata autorevole, definitiva, illuminante.

Il problema è che il paziente attingendo a una mole notevoli di informazioni rischia di non orientarsi. E in questo eccesso di informazioni, il sensazionalismo tecnologico rischia di creare una cultura in cui la tecnologia è sempre buona, mentre l’umanità del medico e la sua professionalità no. 

Il medico resta una figura autorevole, ma non più come prima. Per questo il medico che riesce a decodificare la tecnologia per il paziente svolge un’opera fondamentale, profondamente umanistica che rimane insostituibile.

Si sente spesso dire: “Il robot sostituirà il medico”. Noi riteniamo che questa sia un’affermazione basata su – o che rischia di alimentare – un immaginario errato. Qual è il suo punto di vista in merito?

Io credo che questa domanda riguardi soprattutto una criticità interna alla professione medica, cioè la paura di essere scalzati. Come sempre, di fronte ai grandi cambiamenti c’è chi li abbraccia, chi si oppone e chi resta fermo ad aspettare. 

Prendiamo i radiologi: per un periodo si sono sentiti fortemente messi in discussione dall’intelligenza artificiale, perché l’IA riesce a leggere cose che l’occhio umano non vede. Ma il giudizio finale deve restare del radiologo.

Prendiamo anche l’esempio dell’ingresso prepotente dell’intelligenza artificiale in sanità. L’AI non va né santificata né demonizzata. È uno strumento che – in  sanità come negli altri settori – supporta il/la professionista. Lo stesso vale per la robotica: è presente ovunque, dalla logistica nelle farmacie ospedaliere fino alla chirurgia. Ma non sostituisce l’uomo nel senso pieno del termine.

L’idea che il robot sostituirà l’uomo e lo libererà dal lavoro è una visione astratta. Il vero problema oggi è non farsi inquietare dall’innovazione e saperla governare facendo lo sforzo (questo si: molto importante) di prevederne gli impatti.

Ambito di Intervento

Salute e Sanità

Il Centro Ricerche sAu contribuisce in questo ambito di intervento attivando un campo d’azione dedicato alla comunicazione della Medicina di Genere, che indaghi punti di forza e criticità degli attuali modelli comunicativi con l’obiettivo di ridefinire, a partire dal genere femminile, una nuova idea di “personalizzazione delle cura”.

Quali sono le principali sfide formative per le organizzazioni sanitarie e per le professioni sanitarie?

Oggi le principali sfide etiche legate all’uso dei robot nella relazione medico-paziente ruotano soprattutto attorno alla comunicazione. Se il dialogo diretto tra medico e paziente è già complesso di per sé, lo diventa ancora di più quando è mediato dalla tecnologia, come accade nella telemedicina o nei sistemi di chirurgia robotica.
Una prima questione etica fondamentale è che il medico abbia piena consapevolezza della propria identità professionale e degli strumenti che utilizza: tecnologie, robot, software. Quando queste competenze fanno parte del percorso formativo integrale, il loro uso è più sicuro e responsabile; al contrario, una conoscenza superficiale o posticcia aumenta esponenzialmente i rischi.
Il paziente di oggi è informato, cerca risposte chiare e rassicurazioni, ma soprattutto ha bisogno di fidarsi. Deve percepire nel medico una figura competente e credibile.

L’autorevolezza del professionista è il perno di ogni relazione terapeutica efficace, sia nei percorsi di successo sia nella gestione degli esiti negativi. Quando il medico ha chiaro il proprio ruolo e le basi su cui costruisce il rapporto, diventa più naturale comunicare benefici, limiti e rischi delle tecnologie utilizzate.

Questa autorevolezza, però, non riguarda solo il singolo medico, ma l’intero team. Oggi l’eventuale errore non è più attribuibile a una sola persona, ma può derivare dal funzionamento complessivo del sistema. Il paziente deve avere la percezione di entrare in un ambiente, come la sala operatoria, in cui tutti gli attori lavorano in modo coordinato e coerente.

Infine, anche l’organizzazione sanitaria ha una responsabilità etica: deve mettere a disposizione strumenti comunicativi chiari e trasparenti, che aiutino il paziente a comprendere il percorso di cura in cui viene inserito, gli eventuali rischi, le ricadute in termini di safety e i vantaggi per la sua salute e per la sua vita quotidiana futura. Questo rappresenta il fondamento etico dell’intero sistema di cura.

Conclusioni

Le parole di Walter Gatti segnalano esigenze comunicative e informative che, se correttamente interpretate, possono rendere più efficace la relazione tra medico, paziente e servizi sanitari, così come il dialogo con i/le professionisti/e della comunicazione e dell’informazione che operano negli uffici stampa, nella comunicazione istituzionale e nel mondo dei media.

L’innovazione tecnologica, lungi dall’essere solo una questione di strumenti, rappresenta dunque un’occasione per ripensare la centralità della dimensione umana della cura. Governarla significa dotarsi di linguaggi appropriati, evitare derive sensazionalistiche e costruire una narrazione capace di accompagnare cittadini e professionisti nella comprensione del cambiamento.

In questo senso, la comunicazione diventa parte integrante della governance del sistema sanitario: uno spazio in cui si costruisce fiducia, si rafforza l’autorevolezza delle competenze e si favorisce l’integrazione tra tecnologia, organizzazioni e persone. Solo attraverso un patto comunicativo nuovo, fondato su una responsabilità condivisa, l’innovazione potrà tradursi in valore reale per la salute, l’equità dei territori e la qualità complessiva dei percorsi di cura.

Keeping Doctors and Patients Human in a Robotic Age. Key Insights from an Interview with Donald Norman

The article features an interview with Donald Norman on emerging technologies in medicine, doctor-patient communication, and the future of scientific education. Topics include augmented reality, robotic surgery, personalized 3D models, AI, and human-centered design. Norman advocates for interdisciplinary, collaborative, and ethical education, grounded in project-based learning and real-world problem-solving.

Bibliografia/Sitografia

Autrice

Viola Davini

Ph.D., Ricercatrice e socia fondatrice del Centro Ricerche “scientia Atque usus” per la Comunicazione Generativa ETS
Consulente presso Lab CfGC del PIN di Prato

Intervistato

Walter Gatti

Professionista della comunicazione dal 1992, vanta una consolidata esperienza nel marketing sanitario, nell’informazione sulla salute e nella comunicazione istituzionale e di public affairs, con competenze multimediali e digitali. Autore di libri sull’uso responsabile del web e dei social media in ambito healthcare, è stato docente universitario a contratto di comunicazione presso l’Università di Firenze. Ha collaborato con editori e testate nazionali, istituzioni, federazioni professionali e società scientifiche, ricoprendo anche ruoli di responsabilità come ufficio stampa di ospedali d’eccellenza e direttore dell’Ufficio Stampa del Consiglio Regionale del Veneto. Mantiene solidi rapporti con agenzie di comunicazione, enti regolatori e associazioni sanitarie, affiancando all’attività professionale un costante impegno in ambito culturale, di volontariato e solidarietà.