Guerra e Pace, la marcia su Roma, Istruzione e Merito oggi

Cultura e Società
Guerra e Pace, la marcia su Roma, Istruzione e Merito oggi
di Franco Cambi | 09 01 2023
Di cosa parliamo in questo articolo?
Si tratta di tre noterelle di uno dei più noti filosofi della Pedagogia e della Formazione a livello internazionale, Franco Cambi. Tre argomenti legati da un filo rosso preciso: i grandi cambiamenti che stravolgono l’Europa e l’intero pianeta, cambiamenti che ci impongono come cittadini europei di ripensare i nostri valori e i nostri modelli educativi. Una ridefinizione ‘antropologica’ di cittadinanza – al tempo stesso italiana, europea, planetaria – non più rinviabile, se vogliamo dare valore ai grandi risultati raggiunti dalla nostra storia passata, se vogliamo ritornare a progettare il futuro, riconciliando da una parte i tempi e i modi e le necessità di interventi immediati, dall’altra il recupero non più procrastinabile di capacità progettuali di prospettiva temporale lunga, coraggiosa, adeguata alle infinite risorse rappresentate dalla società della complessità. Il merito come bene comune, non come privilegio del più forte.

Queste noterelle usciranno a breve sulla rivista “Studi sulla Formazione” (2023, n.2) (https://oajournals.fupress.net/index.php/sf), che ringraziamo per averci dato la possibilità di anticiparle sui “Quaderni di sAu”.
Ambito di Intervento

Cultura e Società

Il Centro di Ricerche sAu è impegnato da tempo per valorizzare un’idea di conoscenza non egemonica ma come costruzione di un bene comune. Frutto, cioè, di una collaborazione non più rinviabile tra ambiti socio-culturali ed economici fino ad oggi tenuti rigorosamente distinti.

Guerra e Pace

L’orizzonte del nostro tempo storico è radicalmente cambiato a partire dal febbraio di quest’anno con la guerra Russia/Ucraina: evento che subito dopo e con la pandemia di Covid ha rivoluzionato ancora la vita delle comunità umane per gli effetti che ha prodotto. Sia il ritorno alla logica della guerra (quella di opposizione tra amico e nemico come ben vide il politologo tedesco Karl Schmitt) sia l’incubo del nucleare come ultima arma hanno risvegliato un ripensamento totale della nostra civiltà, che ci impone di “cambiare strada” come ci ha invitato a fare Morin. Sì, ma ancora prima dobbiamo riflettere proprio su Guerra e Pace: sul superamento definitivo della guerra proprio per gli effetti devastanti che può oggi provocare e per l’inimicizia che mette in campo tra diverse comunità e superamento necessario e urgente da sviluppare e tutelare e diffondere; poi su cosa dobbiamo intendere per pace, non un accordo provvisorio tra comunità che sospendono la guerra, ma un cambiamento radicale di visione della società e dei suoi compiti, oggi di convivenza e di collaborazione e non di conflitto e di imperialismi. Così della guerra dobbiamo mostrare gli orrori e commentarli nella loro disumanità, per delegittimarla nella coscienza dei cittadini in modo totale e proprio per la sua barbarie di ritorno in un tempo che ben conosce, invece, il valore e della parola e dell’intesa. 

Poi si deve rilanciare lo stemma alto e umanissimo della pace intesa sì come “condizione dell’intelligenza e del cuore”, ma anche e soprattutto come la condizione di vita ideale e possibile del sapiens, da coltivare nella stessa organizzazione sociale ad ogni livello.
Articolando poi la pace tra le varie Agenzie internazionali quale loro compito permanente e traducendola lì in pratiche etico-politiche a livello mondiale. Così, però, dobbiamo anche riconoscere che la coppia Guerra/Pace implica un agire pedagogico complesso ma chiaro, posto come l’unico agire che può oltrepassare questo contrasto che costantemente di ripresenta, anche dopo le speranze del 1945 e del 1989 che sembravano aprire a un mondo pacificato, ma solo in apparenza: sotto le parole geopolitiche continuavano a restare accesi i carboni e della sconfitta subita e del riscatto imperialistico. Sì, forse solo la pedagogia può, col suo agire tra coscienze e valori, nel suo dialogo tra soggetti e istituzioni risolvere l’ antinomia tra guerra e pace in un cammino consapevole verso la convivenza delle diversità, sviluppando insieme e una coscienza personale di pace e l’inibizione in ogni collettività della logica della guerra. E ricordiamo l’insegnamento di Dewey contenuto in Democrazia e educazione che rende i due concetti reciprocamente convergenti. Anche tra pace e guerra si può e si deve attivare questo cortocircuito reciproco e integrato: e nella teoria formativa e nella pratica politica. Un compito arduo forse ma non impossibile se riusciamo a ri-orientare la stessa logica del far-politica controllata democraticamente dalla coscienza dei cittadini che esige un silenzio totale da imporre alla guerra. Un cammino utopico? Quindi impossibile? Solo una speranza? Non proprio: una possibilità concreta dentro una comunità autenticamente democratica e vissuta pienamente come tale! Pertanto alimentata da una forte coscienza pedagogica! Valoriale e operativa!
Progetto
Centro di Documentazione e Comunicazione Generativa “Don Lorenzo Milani e Scuola di Barbiana”
Il progetto prevede l’ideazione, la progettazione e la realizzazione di un Centro di Documentazione e Comunicazione Generativa orientato alla progettazione, attraverso il quale sostenere e promuovere attività di formazione che si ispirano al pensiero e all’azione di don Milani, con una particolare attenzione all’importanza della scrittura.
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A cento anni dalla “marcia su Roma”

Sì, quel 28 ottobre 1922 l’Italia legittimò in uno stato liberal-democratico una presa del potere da parte di rivoltosi in camicia nera che si sentivano i portatori dell’avvenire, attuato attraverso al violenza, la sopraffazione e la distruzione del sistema politico in atto. Con alla guida Mussolini, che aspettò a Milano l’esito della spedizione che appariva molto incerto, e dei suoi quadrumviri con la partecipazione di giovani scalmanati dall’ideologia del fascismo (reduci della Grande Guerra, antibolscevichi, nutriti di dannunzianesimo politico esaltato a Fiume e di uso sistematico della violenza con distruzioni e pestaggi e uccisioni): una marcia irrealizzabile nei suoi fini e attesa con la resistenza degli eserciti alla porte di Roma, se la corona per ragioni politiche e dinastiche non avesse firmato l’ordine di farla entrare nella capitale.
Un evento che costò all’Italia due effetti tragici: di farsi modello primitivo di un regime autoritario e dittatoriale che da lì si diffuse in Europa, con Hitler che chiamò Mussolini il suo maestro, poi Franco in Spagna e altri ancora; poi di cambiare il corso e per vent’anni della storia italiana costruendo uno stato-partito eversivo nelle leggi, militarista, che esaltava la propaganda di se stesso e che ammutolì ogni dissenso politico e ogni pluralismo di idee; una vera catastrofe democratica di cui il paese pagò caro il prezzo su su fino al 1943!  Una dittatura forse in sé debole, specialmente fino al 1924, ma che manovrava il consenso e che si faceva imperialista e guerrafondaia e che investì via via la società italiana di leggi speciali e di propaganda di regime.
Certo questo volto reale del fascismo lo conosciamo da lungo tempo, attraverso gli studi di Salvemini, di Salvatorelli, anche di De Felice e
molti altri, ma che presso la popolazione più comune e meno politicizzata è rimasto purtroppo spesso nascosto (e si pensi al ritornello che vuol riconoscere che “Mussolini fece anche cose buone”, criticato di recente da Filippi in modo netto), anche nelle generazioni postfasciste, a causa di una veloce rimozione di quell’esperienza tragica, da parte della politica di maggioranza e della stessa scuola che non l’hanno mai sottoposta a un riesame collettivo e condiviso.
E ciò spiega anche il rinascere dei neofascismi, pur illegali alla luce della Carta Costituzionale e, si disse, tollerati pro bono pacis! Ma questo silenzio sulla vera natura del fascismo, che non ha fatto un’autocoscienza nazionale su quella esperienza, ne ha tenuto in vita le ragioni profonde, che ancora inquinano sotto vari aspetti e in varie parti del paese la vita collettiva , fino alla ripresa oggi da parte della Destra radicale del potere in Italia e che va attentamente tenuta sotto controllo e denunciata nelle sue eventuali e antidemocratiche scelte: sempre possibili a forze con quel punto di partenza! Una vigilanza tardiva ma da rendere efficace se ben nutrita da uno sguardo pedagogico antifascista e apertamente democratico, specialmente in un tempo come quello attuale (2022!) che vede il ritorno in marcia a livello internazionale di sovranismi, autocrazie, populismi vari, tutti con una forte caratterizzazione fascista che non ci mette il cuore (e la mente) in pace. Affatto! Pertanto va tutelato il pensiero democratico, con il suo pluralismo, la sua laicità, la sua passione per la promozione umana e sociale di ogni soggetto, rendendolo sempre più consapevole della sua dignità di cittadino, che a sua volta proprio la scuola deve render consapevole e attiva nelle coscienze giovanili (come impone la legge del 2019).

Istruzione e merito

La nuova denominazione del Ministero della Pubblica Istruzione ha sollevato e solleva una serie di dubbi ma, forse insieme, fa riflettere su un criterio educativo oggi di attualità ovvero sul merito da affrontare secondo più punti di vista. C’è una prima via che lo valorizza in senso selettivo e discriminante già nella scuola di tutti, che va dai 3 ai 18/19 anni ( e questa, conoscendo l’ideologia della Destra-Destra oggi al governo e che ha fatto questa scelta di denominazione, appare l’intenzione forse più probabile anche perché più e più volte lì declarata). Ciò reclama di curare i “meriti” precoci creando una scuola a due facce: una di fatto non democratica e anticostituzionale (si rilegga bene l’art. 3 della Costituzione!) che privilegia già nella scuola coloro che manifestano “meriti” eccezionali e si affermano come risorse per la vita sociale del paese nella loro crescita futura, anche se sappiamo che i meriti sono vocazionali e poi sviluppati da una coltivazione larga e plurale, per non farli coincidere con un iper-specialismo settoriale anticipato e spesso cieco e tecnicistico. Poi va ricordato che il vero merito utile nelle società complesse si manifesta in un iter di coltivazione che sviluppi e la cultura generale e quella specifica e vocazionale insieme, per aprire poi a una selezione e ragionata e autocosciente. Anche superando in tal modo l’annuncio del merito in età precoce, sapendo bene che i meriti nascono da un’esperienza di formazione varia e complessa e proprio nelle fasi più alte della crescita, evidenziando e capacità e impegno ben unite in unum.
Così va valorizzata una visione democratica del merito, che sì lo riconosce e lo cura, ma dentro un cammino formativo per tutti senza mai risolverlo in selezione e privilegio, anzi assumendolo come un apporto alla formazione appunto di tutti. Poi con i curricoli personalizzati si favorirà la stessa crescita del merito, sviluppata attraverso laboratori aperti, incontri di studio, lavoro di gruppo, prove anch’esse personalizzate e più mature, in un percorso che fa crescere capacità che arricchiscono la classe e poi anche da coltivare ad personam, ma in un vivere insieme con a anche per gli altri. E senza isolare i superdotati, se non in laboratori ad hoc ma aperti, appunto. Così il merito inteso democraticamente (come ci insegna la Costituzione all’art. 34) proprio nella scuola normale va fatto “fiorire” (come notava la Saraceno di recente) rivelando sì interessi, capacità e vocazioni da valorizzare ma dentro una cultura generale comune, che potrebbe e può anche ri-orientare il merito, come spesso è accaduto ed accade (e ciascuno ripensi a come sono nati e cresciuti i propri pur modesti “meriti”: molte volte per sviluppi successivi e sintesi finali anche tardive: all’Università o post).

La sala di lettura dello Scriptorium

L’impegno del Centro Ricerche sAu su “Cultura e Società”
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Ma come coltivarlo a scuola in generale? Portando nell’insegnamento da parte dei docenti, oltre le conoscenze sistematiche e organiche, un atteggiamento che mostri in ogni disciplina il fascino cognitivo e creativo e la renda sensibile nel suo valore alla mente dei giovani, offrendo alle giovani generazioni un’immagine alta e fascinosa di tutti i saperi, tra i quali poi liberamente i ragazzi possano scegliere il loro percorso di merito, individuato tra capacità e impegno personale. Di cui la stessa valutazione dovrà tener conto. Certo è che per raggiungere questo standard sarà necessaria una formazione dei docenti che unisca e in modo organico competenze disciplinari alte e critiche e rinnovate, forte coscienza pedagogico-didattica e comunicazione relativa al rapporto educativo aperta e dialogica. Un identikit del docente da mettere al centro della sua formazione professionale in molti modi e all’inizio della carriera e durante il suo sviluppo. Così è proprio l’”istruzione pubblica” che fa fiorire il merito e lo fa vivere come risorsa esemplare nella comunità scolastica, per consegnarlo poi alla società e alle sue specializzazioni professionali. Senza mai pensare di sostituirsi precocemente a quest’ultime!

Bibliografia

  • Boarelli, M. (2019). Contro l’ideologia del merito. Roma-Bari: Laterza
  • Fraschilla, A. Sgreccia, C. (20 ottobre 2022). La scuola diseguale, L’ Espresso
  • Marzano, M. (4 novembre 2022). Chi riconosce il vero merito, La Repubblica
  • Sandel, M. (2021), La tirannia del merito. Milano: Feltrinelli
  • Saraceno, C. (1 novembre 2022), Il merito va fatto fiorire, La Repubblica
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  • Anichini, A., Giorgi, P. (2020). Lo straniero di carta. Educare all’identità tra Otto e Novecento. Roma: TAB Edizioni
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Autore

Franco Cambi

Franco Cambi è stato professore ordinario di Pedagogia Generale nell’Università di Firenze. Si è occupato di Filosofia dell’educazione, di Storia della Pedagogia, di Letteratura dell’infanzia e di Filosofia. Ha pubblicato circa 100 volumi (prossimamente uscirà un’opera presso Olschki, nella collana internazionale “scientia Atque usus”, su Educazione alla transdisciplinarietà). Numerosissimi i suoi articoli scientifici. Nel 1998 ha fondato la rivista “Studi sull’educazione. Open Journal of Education”, che ora esce presso la FUP. Oltre a vari incarichi di governo accademico, è stato Presidente dell’IRRE Toscana dal 2002 fino al 2006. Ha insegnato fino a quest’anno all’Università telematica IUL di Firenze.