L’inclusione: linfa vitale della società. Intervista a Vittorio Iervese

Cultura e Società

L’inclusione: linfa vitale della società

Intervista a Vittorio Iervese

di Amos Tozzini e Marco Sbardella | 03 07 2026

Di cosa parliamo in questo articolo? 

In questa intervista a Vittorio Iervese, Professore in Sociologia dei Processi Culturali presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia e membro fondatore del DHMore – Centro di ricerca sulle Digital Humanities, proponiamo una riflessione critica sul tema dell’inclusione, per capirne il vero valore all’interno di una società sempre più eterogenea e complessa.
Al Professor Iervese abbiamo chiesto come riconosce un ambiente inclusivo, quali siano le pratiche più efficaci, e quali siano le ricadute sociali che derivano dalla loro attuazione.

Questa intervista è parte di una serie di articoli dedicati all’approfondimento dei temi trattati nel volume Caro Maestro… I Care! Lettere a don Lorenzo Milani di studenti e studentesse, nato nel contesto del progetto Lettere ad un maestro. Gli studenti e le studentesse “scrivono” a don Lorenzo Milani.

Ascolta gli highlights dell’intervista!

Introduzione

La diversità è sempre stata una caratteristica fondante della nostra cultura. Eppure, oggi più che mai il riconoscimento e la gestione delle differenze pongono nuove e urgenti sfide. In questo senso, l’inclusività si pone come un tema fondamentale, ma troppo spesso frainteso e banalizzato. Riconoscerne l’autentico valore diventa perciò la conditio sine qua non per promuovere e costruire una società migliore, non solo per le presunte “minoranze”, ma per tutti.

Come evidenzia nel Suo capitolo del volume, tra principi dichiarati e pratiche effettive c’è talvolta una discrepanza nascosta. Al di là dei proclami e delle dichiarazioni, quali sono gli indicatori che ci permettono di capire se il sistema è davvero inclusivo?

Il primo indicatore per verificare se un sistema è veramente inclusivo è piuttosto semplice. Dobbiamo osservare non soltanto chi può entrare in un sistema, ma che cosa può fare una volta entrato. Per utilizzare una metafora, l’inclusione non si misura soltanto chiedendosi chi è riuscito a entrare dalla porta della nostra stanza, ma osservando chi siede al tavolo, chi può parlare, chi può contribuire a decidere il menù di cosa si mangia, addirittura chi può contribuire ad aiutarci a mettere in tavola qualcosa. Quindi, al di fuori di questa metafora, una scuola, un’istituzione, un’organizzazione non è mai realmente inclusiva solo perché ammette persone con esperienze e con caratteristiche differenti: bisogna verificare che queste abbiano accesso alle informazioni, possano prendere la parola, possano proporre iniziative, che siano ascoltate e possano influire sui processi decisionali. 

In un periodo in cui le nostre istituzioni democratiche sono in qualche modo delegittimate, l’inclusione non riguarda soltanto le minoranze, ma tutti coloro che rivendicano diritti di cittadinanza. In una certa misura siamo tutti parte di una minoranza e in questo senso abbiamo un interesse nel promuovere un concetto di inclusione che permetta attivamente di modificare, migliorare e trasformare i sistemi di cui siamo parte. 

Il secondo indicatore è quello che ci permette di guardare alla distribuzione concreta delle opportunità e delle risorse. Le domande da porsi sono: chi occupa le posizioni di responsabilità? Chi viene ascoltato e chi rimane invece invisibile? Chi può sbagliare senza essere stigmatizzato? Chi deve invece dimostrare continuamente di meritare il proprio posto? 

Ad esempio, le recenti proposte da parte di alcune forze politiche di una cittadinanza revocabile, ovvero condizionata alle performance, vanno proprio nella direzione opposta all’inclusione. 

Progetto

Lettere ad un maestro. Gli studenti e le studentesse scrivono a don Lorenzo Milani

Il progetto Lettere ad un maestro. Gli studenti e le studentesse scrivono a don Lorenzo Milani ha inteso sperimentare, con gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado, la Scrittura Generativa per lavorare su tematiche sentite da loro come di grande attualità.

Oltre 200 ragazzi e ragazze di 10 classi di scuole fiorentine hanno riflettuto su temi di attualità e di interesse condiviso (ambiente, sostenibilità, inclusione, razzismo), facendo il punto sui valori alla base della reciproca convivenza e realizzando attività di ricerca e documentazione.

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Un ulteriore indicatore ha infine a che fare con la capacità delle istituzioni di modificare le proprie regole e di essere  permeabile alla partecipazione. Se la richiesta di cambiamento viene rivolta in modo unidirezionale soltanto alla persona che viene inclusa, siamo di fronte a un processo di adattamento o di assimilazione classico, piuttosto che a un’inclusione effettiva. Un sistema perciò è inclusivo nel momento in cui accetta di essere a sua volta trasformato dalla partecipazione di soggetti che prima ne erano esclusi o erano marginalizzati. Questo è peraltro un modo per mantenere vitali quei sistemi che altrimenti soffrirebbero di una certa obsolescenza. Utilizzando una terminologia scientifica, si potrebbe dire che ogni sistema garantisce così la propria autopoiesi, cioè l’auto-mantenimento delle operazioni che gli permettono di rispondere agli stimoli ambientali e di garantire così la propria continuazione e vitalità.

In questi casi propongo un test molto semplice: quando una persona che appartiene, per così dire, a una minoranza, prende la parola bisogna chiedersi se viene ascoltata come portatrice di una competenza, di un’esperienza e per le sue proposte, oppure soltanto come rappresentante della propria differenza? Ovvero, le viene offerto di contribuire a dare forma a quella interazione o solo di imparare come starci dentro? Nel secondo caso l’inclusione è ancora molto parziale e ancora molto deficitaria.

Concentriamoci su quest’ultimo scenario. Quali sono le caratteristiche di un tipo di integrazione che integra passivamente, senza dare possibilità di incidere sui processi decisionali?

Un’integrazione che rende passivi i soggetti, senza dare loro la possibilità di incidere sui processi decisionali, è una forma di integrazione limitata e incompleta. In questi casi le persone vengono inserite nel sistema come utenti, clienti, destinatari di servizi o di interessi decisi da altri. Ciò non è un male, per certi aspetti è anzi una grande conquista, ma è sicuramente un limite. In un contesto simile, si può usufruire di alcune opportunità, ma senza contribuire a definirne le condizioni. 

L’inclusione formale quindi non garantisce l’inclusione reale sul piano comunicativo e politico. Questa specie di paradosso si verifica quando si è presenti in un’istituzione, ma non si ha la possibilità di prendere iniziative, contestare le decisioni, modificarne le regole. Spesso, quando si affrontano questi temi, pensiamo a delle minoranze etnicamente connotate, ma riguarda anche altri. Infatti una formula particolarmente efficace è quella ideata dal movimento internazionale per i diritti delle persone con disabilità: “nothing about us without us”, cioè “niente su di noi senza di noi”. È una questione importante perché un sistema quindi può persino fornire dei servizi molto efficienti e allo stesso tempo continuare ad essere paternalistico, decidendo bisogni, priorità e soluzioni senza coinvolgere le persone interessate. 

Si tratta di una questione cruciale perché un sistema può fornire dei servizi molto efficienti e allo stesso tempo continuare ad essere paternalistico, decidendo bisogni, priorità e soluzioni senza coinvolgere le persone interessate.

Questo discorso riguarda il welfare, ma anche l’efficacia dell’azione politica, perché senza il coinvolgimento di alcuni di questi soggetti portatori di bisogni specifici, non è possibile nemmeno orientare la nostra azione collettiva. Tutto ciò è già accaduto in passato, se pensiamo, ad esempio, all’urbanistica del dopoguerra, concepita prevalentemente attorno alle esigenze di un cittadino tipo: maschio, bianco, occupato, normodotato, ecc. Quel tipo di città oggi sta dimostrando tutti i suoi limiti e le sue inadeguatezze. Le rivendicazioni di diritti di cittadinanza di genere hanno negli anni sensibilizzato la progettazione urbanistica su esigenze che prima venivano ignorate non tanto per la volontà di discriminare, ma a volte anche per l’incompetenza e l’incapacità di individuare soluzioni diverse, alternative e più vicine ai bisogni di quei soggetti esclusi.

Questa sensibilità è in realtà un arricchimento per tutti, anche per chi non fa parte di specifiche categorie. In questo senso, le forme di partecipazione condivisa sono da considerarsi parte del bene comune, una possibilità di arricchimento per tutti e quindi come ulteriore elemento di complessità e di possibilità.

Il volume

Caro Maestro… I Care! Lettere a don Lorenzo Milani di studenti e studentesse

Il volume nasce per comunicare i risultati di un progetto al quale hanno partecipato nell’anno scolastico 2024/2025 oltre 200 studenti e studentesse delle scuole secondarie di secondo grado della Città Metropolitana di Firenze: Lettere a un maestro. Gli studenti e le studentesse “scrivono” a don Lorenzo Milani.

Lei parla dell’ “essenzialismo” come di un approccio alla base di molti stereotipi. Quali sono gli effetti dell’essenzialismo nelle relazioni sociali e come questo “errore cognitivo” ha prodotto nel passato e nel presente leggi discriminatorie?

L’essenzialismo consiste nell’attribuire a un individuo delle caratteristiche considerate naturali, strutturali in modo quasi ontologico e comuni a tutto il gruppo al quale viene associato. Questo paradigma rischia di far scivolare facilmente dall’osservazione di una differenza alla previsione di un comportamento, nel presupposto che una persona pensi, agisca o possieda determinate capacità solo in quanto appartenente a una certa cultura, a un certo gruppo, a un genere, o ad una categoria sociale. Il passaggio fondamentale avviene quando l’essenzialismo entra nelle istituzioni e nelle norme. È in quel momento che esso crea barriere e trasforma una differenza presunta in un destino.

Non si tratta perciò esclusivamente di un errore cognitivo. È anche uno strumento sociale e politico, perché semplificare le persone in una tassonomia abbastanza prevedibile consente di stabilire delle gerarchie, di dare ordine, di distribuire dei privilegi, e, per contrario, di giustificare anche delle esclusioni. Storicamente, molte norme discriminatorie si sono fondate proprio su questa trasformazione degli stereotipi in presunte verità oggettive. Si pensi alle leggi razziali, alla segregazione, all’esclusione delle donne dai diritti politici e dalle professioni, alla criminalizzazione dell’omosessualità, alla limitazione dei diritti delle persone con diverse abilità. Questo meccanismo genera una sorta di spirale della disuguaglianza che sopravvive ancora oggi quando le persone vengono valutate non per ciò che fanno e dicono, o per come stanno nelle relazioni sociali, ma piuttosto sulla base di comportamenti e caratteristiche presunti derivanti dalla loro origine o identità. 

L’essenzialismo dunque è anche una forma per ridurre la complessità, perché accettare la differenza è difficile e la semplificazione rassicura e orienta anche nella complessità crescente che la contemporaneità ci propone.

Ha usato una parola significativa: spirale. Nel Suo contributo ha sottolineato il problema di come le minoranze, nonostante siano sempre più integrate, siano ancora poco partecipi nei processi decisionali e non abbiano ruoli di rilievo: si tratta di una causa o di un effetto del nostro sistema di inclusione? E come contrastare questo fenomeno?

Possiamo dire che è contemporaneamente un effetto e una causa. È un effetto, perché deriva da disuguaglianze precedenti accumulate da processi storici, come l’accesso differenziato all’istruzione, la precarietà economica, le discriminazioni, le reti sociali più deboli, frutto di criteri di selezione apparentemente neutrali, ma costruiti sulla storia e sulle caratteristiche dei gruppi dominanti. Diventa però anche una causa, perché l’assenza o l’auto-esclusione dai luoghi decisionali di alcuni gruppi o di alcune rappresentanze tende a riprodurre lo stesso sistema che ha dato vita a questa mancanza. Se chi prende le decisioni appartiene sempre agli stessi gruppi, i problemi individuati, le priorità stabilite e le soluzioni proposte vengono definite da prospettive limitate.

Alla base di ciò non c’è necessariamente una volontà esplicita di discriminare: più semplicemente, spesso alcune esperienze rimangono totalmente fuori dal campo visivo. Per contrastare questo fenomeno non basta perciò invitare simbolicamente qualche rappresentante delle minoranze. In questi casi, tecnicamente, si parla di tokenism, cioè di un’appropriazione delle opinioni altrui solo per legittimare scelte già fatte. Quello che occorre invece è intervenire sui meccanismi di selezione, rendere trasparenti le procedure, rimuovere gli ostacoli economici e organizzativi, lavorare sui modi di partecipazione.

Facciamo un esempio che riguarda il sistema educativo. Da ormai diversi anni a scuola si parla delle cosiddette hidden skills, cioè delle capacità o delle “competenze nascoste” di cui sarebbero in possesso molti ragazzi, ragazze, bambini e bambine, e che potrebbero innescare forme di partecipazione e apprendimento.

Oltre a saper parlare, saper scrivere, saper fare di calcolo, quindi quelle due tre cose che permettono in qualche modo di standardizzare la valutazione, sono portatrici e portatori e che possono innescare forme di partecipazione e apprendimento. Queste competenze rimangono invisibili perché nascoste da aspettative in realtà rigide. Valorizzarle è importante perché permettono di coinvolgere le persone non soltanto alla fine dei processi, cioè quando le decisioni sono pressoché già state prese, oppure quando c’è già stata una definizione stessa dei problemi e delle alternative possibili.

La partecipazione infatti deve essere precoce e continuativa. Altrimenti il rischio è di farla diventare una consultazione rituale utilizzata per legittimare decisioni altrui. Questo è fondamentale perché, proprio alla luce di ciò, le minoranze talvolta non entrano nei luoghi decisionali o partecipativi perché non sentono di poter agire in quanto le regole di ingaggio sono state definite in modo immutabile senza di loro.

A questo proposito, Lei sostiene il valore della cultura come strumento di agency. Come la produzione culturale può favorire l’empowerment delle minoranze?

Su questo, c’è una frase attribuita a una scrittrice afro-americana, che è stata peraltro inserita molto tardi nella Library of Congress: Maya Angelou. Angelou diceva che “non c’è agonia più grande che portare dentro di sé una storia mai raccontata”. Questa frase è emblematica di come la cultura, in tutte le sue manifestazioni ed espressioni, può dare forma pubblica a esperienze che altrimenti rimarrebbero doppiamente private: ovvero sia confinate alla sfera intima personale che private di un loro riconoscimento. Senza un’espressione culturale, tali esperienze potrebbero restare indicibili.

Però la questione non è soltanto permettere a qualcuno di raccontare la propria storia. La cultura permette che quella storia possa entrare nel processo sociale e nella memoria collettiva, per modificare il modo in cui una società rappresenta se stessa. Permette cioè che possa diventare un patrimonio comune. Essa quindi produce empowerment quando le persone non sono rappresentate soltanto come oggetto del racconto altrui, ma diventano autrici e autori, soggetti che hanno il potere di decidere cosa raccontare di sé e come farlo. In questa accezione, cultura è ciò che si fa tutti i giorni per la costruzione del senso quotidiano, non soltanto le opere artistiche o culturali con la C maiuscola. In questo modo, la produzione culturale può quindi rendere visibili esperienze che il discorso dominante ignora, mettendo in discussione gli stereotipi e creando nuovi linguaggi per nominare ciò che prima non trovava spazio pubblico.

All’atto pratico, significa costruire dei legami, trasmettere delle memorie, offrire modelli di identificazione, aprire spazi nei quali le persone, anche coloro le quali hanno meno risorse, possano riconoscersi come capaci di agire e di contare qualcosa.

Questo punto è fondamentale: la visibilità infatti non coincide automaticamente con l’empowerment. Un’opera può suscitare anche empatia, ma ciò non basta a modificare le disuguaglianze stesse che descrive. Per questo è importante avere consapevolezza di chi controlla le risorse, le forme di produzione, la distribuzione e l’interpretazione dei prodotti culturali.

La multiculturalità nel dibattito pubblico tra polarizzazione e frammentazione mediatica
Intervista a Giorgia Bulli

L’intervista a Giorgia Bulli, Ricercatrice in Scienze Politiche presso la Scuola “Cesare Alfieri” di Firenze, approfondisce gli spazi e i modi con cui la multiculturalità viene affrontata nel dibattito pubblico attuale.

Con la Professoressa Bulli abbiamo affrontato le ragioni alla base della riqualificazione del concetto di multiculturalità, da risorsa a minaccia; il ruolo dell’emotività nella retorica politica di oggi; il rapporto tra frammentazione mediatica e social network; gli effetti attuali e possibili dell’intelligenza artificiale nei dibattiti online e nell’accesso alle informazioni; i potenziali benefici dei social per la partecipazione democratica.

I processi culturali, dunque, hanno sì una valenza simbolica ma anche pragmatica. Non bisogna infatti dimenticare che ci sono questioni economiche, politiche e sociali che non possono essere affrontate soltanto con modelli simbolici. Oltre a questi, servono strumenti per intervenire nella sfera pubblica, costruire nuove relazioni e generare nuovi processi, che sono di fatto l’elemento vitale di una società. Specialmente l’Italia, ma anche buona parte d’Europa dove l’invecchiamento della popolazione ha portato a una sorta di gerontocrazia, soffre proprio di questa stagnazione socioculturale e ha bisogno di attivare processi trasformativi non reazionari.

In definitiva, quando siamo disposti a lasciarci trasformare dall’altro, insieme all’altro, e a concepire una nuova forma di coordinamento vuol dire che l’inclusione ha pienamente compimento. Questa credo che sia non soltanto la sfida di questo volume, ma anche una delle grandi sfide del nostro tempo.

Conclusioni

L’intervista sottolinea chiaramente un aspetto che non possiamo mai dimenticare, ossia che l’inclusione non coincide solamente con l’accesso, ma con la possibilità di partecipare attivamente e soprattutto incidere e trasformare i contesti di cui si fa parte. Un sistema, quindi, è davvero inclusivo quando non si limita ad accogliere le differenze, ma accetta di lasciarsi modificare da esse, riconoscendo a tutti il diritto di contribuire alla definizione delle regole, delle priorità e delle narrazioni collettive. Contrastare stereotipi, essenzialismi e forme di partecipazione solo simbolica significa allora rafforzare la qualità della democrazia stessa. In questa prospettiva, l’inclusione non è una concessione rivolta a pochi, ma una risorsa comune: un processo dinamico capace di generare innovazione, coesione sociale e nuove possibilità di futuro per l’intera comunità.

Autore

Amos Tozzini

Laureato in Pratiche, linguaggi e cultura della comunicazione presso l’Università degli Studi di Firenze. È collaboratore presso il Centro Ricerche “scientia Atque usus” per la Comunicazione Generativa ETS.

Autore

Marco Sbardella

Ph.D., Ricercatore e socio fondatore del Centro Ricerche scientia Atque usus per la Comunicazione Generativa ETS. Consulente presso il Generative Communication Lab

Intervistato

Vittorio Iervese

Vittorio Iervese è Professore in Sociologia dei Processi Culturali presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia e membro fondatore del DHMore – Centro di ricerca sulle Digital Humanities.