Una Noterella su “Tecnologie per valorizzare il tocco umano”
Internet è di destra?
Una noterella sulla serie di articoli All Politics is Digital Politics di Robert Topinka, pubblicati su The Guardian
di Marco Sbardella | xx xx xxxx
C’è una tendenza ricorrente, e in parte rassicurante, a pensare i social media come uno spazio abitato da “altri”: i giovanissimi su TikTok, i complottisti su Facebook, i troll di estrema destra su X. Ma questa narrazione non regge più. Con oltre cinque miliardi di utenti globali, la rete non è un sottosistema della società: è il suo ambiente comunicativo dominante. È da questa constatazione di fondo che muovono i tre articoli di Topinka pubblicati su The Guardian.
Il filo che li unisce non è semplicemente la denuncia della crescita dell’estrema destra online, quanto piuttosto l’analisi di come le piattaforme digitali abbiano trasformato la forma stessa della politica. Internet non ha solo cambiato i canali attraverso cui circolano le informazioni, ma ha modificato le condizioni di possibilità del discorso pubblico: tempi, linguaggi, incentivi, gerarchie simboliche. Come scrive esplicitamente Topinka: “The internet has totally changed the way in which politics is conducted. […] liberals have totally failed to grasp this fact. The right, however, are thriving in this new world.” In questo nuovo contesto, la distinzione tra informazione, intrattenimento e mobilitazione politica si è progressivamente dissolta.
Tecnologie per valorizzare il tocco umano
Questo articolo contribuisce alla ricerca del Centro Ricerche sAu per l’ideazione, la progettazione e la realizzazione di nuove tecnologie che facciano perno sull’intelligenza critica e la creatività umana, a partire dalla definizione di una Scrittura Generativa intesa come superamento delle dinamiche assemblative che troppo spesso sono alla base delle attuali tecnologie per la scrittura collaborativa.
La politica nell’era degli algoritmi
Uno dei passaggi più rilevanti dell’analisi di Topinka riguarda la fine dell’era “broadcast”. La comunicazione di massa novecentesca, mediata da pochi grandi attori editoriali, è stata sostituita da un ecosistema frammentato, dominato da influencer, streamer e podcaster capaci di raggiungere pubblici comparabili – se non superiori – a quelli dei media tradizionali. Ma questa trasformazione non è neutra: le piattaforme premiano ciò che genera attenzione, coinvolgimento emotivo, reazioni rapide. Non ciò che è vero, né ciò che è socialmente utile.
È qui che emerge una prima asimmetria fondamentale. Le idee politiche che si prestano a essere tradotte in contenuti brevi, provocatori, identitari e facilmente remixabili godono di un vantaggio competitivo strutturale. Non sorprende, dunque, che l’estrema destra si trovi particolarmente a suo agio in questo ambiente. La sua forza non sta solo nei messaggi espliciti, ma nella capacità di modellare il clima emotivo, di costruire “vibrazioni” condivise, di offrire narrazioni semplici in cui un “loro” indistinto è responsabile di ogni frustrazione.
Dalle utopie digitali all’“estremismo ambientale”
Per tanto tempo, in molti – compreso quel Manuel Castells che nel 2012 pubblicava Reti di indignazione e di speranza e l’autore di questo articolo, che nel 2008 si laureava con una tesi dal titolo EZLN. Il primo movimento rivoluzionario globale – hanno pensato (sperato?) che la rete, grazie alla sua natura distribuita e decentralizzata, potesse essere un’alleata fondamentale nella lotta per un futuro migliore e un presente più giusto. Come ricorda Topinka: “Back when Twitter was still the ‘town square’ and Facebook a humble ‘social network’, progressives had an advantage: from the Arab spring to Occupy Wall Street, voices excluded from mainstream media and politics could leverage online social networks and turn them into real-life ones, which at their most potent became street-level protests that toppled regimes and held capitalism to account.” Poi però, quella speranza è cessata e la situazione presente ricorda quel celebre dipinto di Goya intitolato Il sonno della ragione genera mostri.
Anche se probabilmente poco noti al pubblico italiano, i casi analizzati da Topinka – dal successo di figure reazionarie riabilitate dalle piattaforme, fino alla normalizzazione di concetti un tempo confinati ai margini più estremi del discorso pubblico – mostrano come l’engagement online possa tradursi in potere politico reale. Non è solo una questione di visibilità, ma di incentivi strutturali: “This convergence of monetary incentives with ideologically charged engagement produces a kind of ambient extremism in contemporary politics.” Idee come la “remigrazione”, teorie cospirative come il “great reset” o l’ossessione per l’identità digitale non si impongono perché convincono razionalmente, ma perché circolano in ambienti saturi di emozione, dove il confine tra ironia, provocazione e proposta politica è deliberatamente ambiguo.
Dalla Library di sAu
All politics is digital politics
Una serie di 3 articoli su come le piattaforme digitali hanno cambiato il modo in cui facciamo politica e su come diversi schieramenti hanno reagito – o non sono riusciti a reagire – a questi cambiamenti, pubblicati sul giornale inglese The Guardian da Robert Topinka, reader in digital media and rhetoric alla Birkbeck, University of London.
Il fraintendimento della disinformazione
Un punto particolarmente rilevante, per una riflessione che voglia essere utile alla sinistra – o, più in generale, a chi si riconosce entro i confini di ciò che un tempo veniva definito Arco Costituzionale – riguarda il fraintendimento liberale della disinformazione. Concentrarsi esclusivamente sulla distinzione tra vero e falso significa non cogliere il funzionamento profondo delle piattaforme. I contenuti fuorvianti sono ovunque; ciò che ne determina l’efficacia è la capacità di catturare attenzione e di inserirsi in narrazioni emotivamente potenti. In questo senso, una lotta alla disinformazione ridotta al fact-checking e alla moderazione è destinata a essere strutturalmente in ritardo.
Da qui discende una prima conclusione politica: non possiamo permetterci di abbandonare la rete all’estrema destra. Lasciare questi spazi senza conflitto significa accettare che siano altri a definire ciò che appare “normale”, “possibile”, “dicibile”. La politica online non serve solo a vincere elezioni, ma a plasmare l’immaginario, a stabilire i confini del senso comune. Su questo terreno, la destra è in vantaggio da anni.
Tuttavia – ed è questo il punto più delicato che emerge dagli articoli di Topinka – la risposta non può essere una semplice imitazione. La sinistra rischia di cadere in una trappola se confonde la necessità di stare online con l’idea che la politica possa ridursi a una guerra di contenuti, slogan e performance. Le grammatiche delle piattaforme non sono neutrali e tendono a favorire proprio quei tratti – semplificazione, polarizzazione, personalizzazione estrema – che storicamente avvantaggiano discorsi di destra.
La sfida strategica della politica dopo internet
Qui si apre una tensione strategica di non semplice soluzione. Da un lato, è evidente che una politica che ignori l’ambiente digitale è destinata all’irrilevanza. Dall’altro, la sinistra non può sostituire le politiche materiali con la sola propaganda social senza snaturare se stessa e senza perdere sul terreno che le è più proprio. Le piattaforme premiano l’indignazione e l’identità, non la costruzione paziente di interessi collettivi.
Gli esempi di vitalità citati da Topinka – creatori ironici, campagne capaci di tradurre visibilità online in intervento politico reale – indicano che esistono margini di manovra. Non suggeriscono però soluzioni semplici. Piuttosto, invitano a pensare la politica digitale come uno spazio di conflitto parziale: uno spazio da abitare senza feticizzarlo e da collegare costantemente a pratiche, organizzazioni e politiche che esistono anche fuori dallo schermo.
In questo senso, la lezione dei tre articoli non è un invito all’entusiasmo tecnologico, ma alla lucidità. La politica “dopo internet” è già qui. Ignorarla è impossibile; subirla è pericoloso. La sfida, soprattutto per la sinistra, è tenere insieme due esigenze che sembrano contraddirsi: contendere l’egemonia culturale online (no, la storia non è ancora finita, e sì, questo concetto è ancora utilizzabile) senza accettare fino in fondo le regole di un gioco che tende strutturalmente a favorire l’avversario.
È in questa tensione, irrisolta ma ineludibile, che si gioca oggi una parte decisiva del conflitto politico. E chissà se qualche indicazione su come muoversi in queste “terre di mezzo” non possa essere cercata anche nella cassetta degli attrezzi storica di chi, in passato, ha provato – bene o male – ad abolire lo stato di cose presente. Due suggestioni, almeno: il détournement di memoria situazionista e il motto caro ai movimenti del ’77: una risata li seppellirà.
Autore
Marco Sbardella
Ph.D., Ricercatore e socio fondatore del Centro Ricerche scientia Atque usus per la Comunicazione Generativa ETS. Consulente presso Generative Communication Lab della Fondazione PIN – Polo di Prato dell’Università di Firenze.
Svolge ricerca negli ambiti dello sviluppo rurale, del climate change e della comunicazione sanitaria.