Agricoltura e sviluppo del territorio
Indicazioni geografiche e sviluppo territoriale: quale ruolo per i Consorzi?
Intervista a Stefano Corsi
di Marco Sbardella | 06 10 2025
Di cosa parliamo in questo articolo?
In questa intervista, il professor Stefano Corsi dell’Università degli Studi di Milano presenta i risultati della ricerca portata avanti, nel contesto di un Dottorato che ha coordinato, sulla DOCG del Sagrantino di Montefalco.
Le sue risposte evidenziano il ruolo centrale che le certificazioni possono svolgere nel facilitare traiettorie di sviluppo socio-economico per i territori di riferimento, uno sviluppo da cui tutti gli attori della filiera possono trarre vantaggio.
Perché questo avvenga, però, è necessaria un’orchestrazione e una cooperazione tra tutti i soggetti coinvolti (aziende, istituzioni, altre realtà attive nel territorio): un compito che può e deve essere svolto dai Consorzi, che per loro natura e mission dovrebbero orchestrare gli sforzi compiuti da soggetti diversi nell’ottica del raggiungimento di un obiettivo comune.
Ambito di Intervento
Agricoltura e sviluppo del territorio
Questo articolo contribuisce alla ricerca del Centro Ricerche sAu sul ruolo sociale e culturale del cibo, per ridefinire e attualizzare il valore di costruzione di comunità che il cibo non può che continuare ad avere, tanto dal punto di vista della sua produzione quanto da quello del suo consumo
Professor Corsi partiamo dalla fine, provando a rispondere alla domanda che dà il titolo all’articolo. Le indicazioni geografiche possono incidere realmente sullo sviluppo (socio-economico, ma non solo) dei territori rurali?
«Riguardando produzioni alimentari e agroalimentari strettamente legate al territorio di origine, l’intera filiera produttiva, in tutto o in parte a seconda delle normative, deve mantenere un legame con il territorio. Proprio per questo, il rapporto tra territorio e indicazioni geografiche è un argomento ampiamente studiato in letteratura.
Noi abbiamo contribuito a questa ricerca con uno studio sul Sagrantino di Montefalco DOCG, analizzando una realtà estremamente particolare, di cui parleremo più avanti.
Per rispondere alla sua domanda: sì, le indicazioni geografiche possono rappresentare – e in molti casi rappresentano – un elemento di forza e sviluppo per il territorio. Tuttavia, affinché questo fenomeno abbia un impatto concreto, è necessario che sia supportato, regolamentato e guidato da scelte strategiche da parte delle comunità locali e di chi gestisce le indicazioni geografiche, come i consorzi. Le indicazioni geografiche, da sole, non sono sufficienti a garantire lo sviluppo di un territorio, ma se integrate con altre attività e iniziative convergenti, possono contribuire a una crescita solida e duratura.»
«Il Sagrantino di Montefalco è un vino dalle caratteristiche uniche, che nel nostro articolo emergono con particolare evidenza. Si tratta di un prodotto con una storia antichissima, le cui origini si perdono nel tempo. Ad esempio, alcuni affreschi di Benozzo Gozzoli raffigurano un vino locale che molti studiosi ricollegano al Sagrantino già in epoca medievale, a testimonianza del suo profondo legame con il territorio.
Tuttavia, il Sagrantino è anche un vino particolare, che per molti anni è stato utilizzato prevalentemente per la produzione di vini passiti. Solo in un secondo momento ha iniziato a essere vinificato in rosso, segnando un punto di svolta fondamentale. Questo passaggio ha trasformato il Sagrantino da un vino che oggi definiremmo “da dessert” a un vino fortemente strutturato e di grande carattere.
Questa evoluzione ha avuto un impatto significativo sul territorio: il vino e la regione di Montefalco si sono intrecciati in un’identità comune, radicata nella storia e nella tradizione. Questo legame ha rappresentato una base fondamentale per la definizione delle indicazioni geografiche.
Grazie alla nuova interpretazione del Sagrantino come vino rosso strutturato, il territorio ha beneficiato di una crescita sotto diversi aspetti. Si è assistito allo sviluppo del turismo enogastronomico, della ristorazione e dell’ospitalità, contribuendo alla valorizzazione dell’intera area.
Progetto
Una strategia di Comunicazione Generativa per UniCeSV
Questo articolo è stato realizzato nel contesto della collaborazione tra il Centro Ricerche sAu e il Centro di Ricerca e Formazione per lo Sviluppo Competitivo delle Imprese del Settore Vitivinicolo (UniCeSV) dell’Università di Firenze.
Una collaborazione nata per promuovere lo sviluppo di nuove progettualità derivanti dalla sinergia tra la ricerca di altissimo livello che UniCeSV realizza e il tessuto socioeconomico di riferimento (imprese, istituzioni locali, consorzi, ecc.). Perché il settore vitivinicolo può essere un vettore straordinario di sviluppo economico, sociale ed ambientale per i nostri territori.
Al tempo stesso, il territorio ha restituito valore al vino, permettendo ai visitatori di scoprirlo e apprezzarlo.
Non va dimenticato che l’area su cui abbiamo condotto il nostro studio, ossia la zona dei cinque comuni della denominazione del Sagrantino, si trova in Umbria, vicino a località di grande attrattiva come Assisi e Gubbio. Questo territorio, dalla storia millenaria, è stato in parte riscoperto proprio grazie alla notorietà e alla diffusione del Sagrantino di Montefalco.»
Partendo da questo caso specifico e generalizzandolo, quali sono gli aspetti della ricerca che a suo parere possono essere applicabili ad altri contesti geografici?
«Dal punto di vista metodologico, questa ricerca si è basata su un approccio qualitativo, un metodo che, in alcuni ambiti come quello dell’economia agraria, risulta atipico. Solitamente, siamo abituati a lavorare con dati numerici, ma in questo caso si è resa necessaria una strategia differente rispetto a quella comunemente adottata.
L’analisi dei dati quantitativi, infatti, presenta diverse complessità. Nello specifico, era difficile – se non impossibile – reperire dati territoriali sufficientemente approfonditi e con serie storiche adeguatamente lunghe per condurre un’analisi in grado di restituire un quadro chiaro degli effetti dell’applicazione della denominazione d’origine sul territorio. Per questo motivo, abbiamo optato per un metodo qualitativo, basato principalmente su interviste semistrutturate.
Questa tecnica prevede interviste a portatori di interesse e operatori locali che possiedono una conoscenza approfondita delle dinamiche territoriali. Sebbene esista uno schema di riferimento, le interviste mantengono un certo grado di flessibilità, adattandosi alle esigenze specifiche, permettendoci così di cogliere fenomeni rilevanti in relazione alla nostra domanda di ricerca.
Questa digressione metodologica è essenziale per rispondere a un ulteriore interrogativo: questo tipo di ricerca è applicabile in altri contesti? La risposta è sì, a condizione di stabilire ottimi contatti con il territorio e selezionare con attenzione i portatori di interesse e gli operatori realmente in grado di fornire informazioni significative.
Nel nostro studio, come descritto nell’articolo, abbiamo seguito questo approccio per raccogliere dati e successivamente estrarre e organizzare le citazioni in base a una logica che ci ha permesso di formulare indicazioni e interpretazioni del territorio e del fenomeno studiato.
Inoltre, all’interno dello stesso progetto, abbiamo applicato questa metodologia anche a due territori francesi, che saranno oggetto di ulteriori pubblicazioni future.
Le metodologie qualitative, rispetto a quelle quantitative, offrono il vantaggio di far emergere fenomeni che non sono facilmente misurabili attraverso numeri o unità di misura. Tuttavia, forniscono una descrizione dettagliata e profonda del territorio e del contesto analizzato, contribuendo a una comprensione più ricca e articolata della realtà studiata.»
Dal suo punto di vista, quale ruolo hanno oggi, e quale potrebbero avere in futuro, i consorzi?
«I consorzi rappresentano un elemento fondamentale per lo sviluppo delle denominazioni d’origine, poiché sono gli enti responsabili della loro gestione, regolamentazione e promozione.
Nel nostro caso, abbiamo avuto l’opportunità di collaborare con il Consorzio del Sagrantino di Montefalco, intervistando sia il Presidente sia alcuni membri aderenti. Il ruolo del consorzio è potenzialmente di grande rilevanza, ma si trova ad affrontare una duplice funzione: da un lato la regolamentazione, dall’altro la promozione.
Questi due aspetti spesso comportano la necessità di conciliare interessi diversi. All’interno di un consorzio, infatti, convivono soggetti che, pur operando nello stesso settore, possono avere dimensioni, obiettivi e strategie differenti. Questo rende il ruolo del consorzio altamente politico e, in alcuni casi, complesso da gestire.
Non sempre, infatti, i consorzi riescono a essere attori efficaci nello sviluppo del territorio. Anzi, il loro funzionamento attuale talvolta tende – ma non è questo il caso di cui stiamo parlando – a mettere in evidenza più le difficoltà che i successi. Tuttavia, numerosi consorzi hanno svolto un lavoro di grande valore, contribuendo in modo significativo alla valorizzazione del territorio e delle sue produzioni.»
Can Geographical Indications foster local development? Evidence from Montefalco Sagrantino DOCG
Questa intervista prende spunto dall’articolo pubblicato sulla rivista Wine Economics and Policy da Diego Grazia, Stefano Corsi e Chiara Mazzocchi.
Se doveste riassumere in un messaggio chiave il valore delle Indicazioni Geografiche per lo sviluppo rurale, quale sarebbe?
«Dall’analisi dei nostri dati sono emerse due dimensioni fondamentali: la definizione di un’identità e la creazione di un modello locale di sviluppo. A mio parere, queste due parole chiave sintetizzano gli elementi centrali della nostra ricerca.
Da un lato, è essenziale che vi sia un’identità chiara e riconoscibile: il vino deve rappresentare un elemento unico e distintivo del territorio. Il Sagrantino di Montefalco, con le sue peculiarità – come l’elevata tannicità e il corpo strutturato – è un prodotto perfettamente distinguibile, che incarna l’unicità della sua terra d’origine. Le caratteristiche del vino devono quindi essere strettamente connesse a quelle del territorio, creando un legame forte non solo con l’enogastronomia, ma anche con l’insieme delle strutture e delle risorse locali, tutte riconducibili a un medesimo contesto e concetto identitario.
La seconda dimensione riguarda un modello di sviluppo territoriale, in cui amministratori, aziende e operatori locali collaborano attivamente per promuovere e valorizzare il territorio. Nel corso della nostra ricerca abbiamo intervistato amministratori locali, aziende produttrici e altri soggetti coinvolti nello sviluppo dell’area, i quali hanno confermato che a Montefalco questo modello esiste e funziona.
Ovviamente, vi sono ancora molte possibilità di sviluppo: alcuni operatori ritengono che l’approccio adottato per il Sagrantino possa essere esteso ad altri prodotti del territorio, mentre altri preferiscono concentrarsi esclusivamente su questo vino. Tuttavia, queste diverse visioni non entrano in conflitto, bensì arricchiscono il dibattito e le prospettive future.
Un aspetto particolarmente rilevante di questo progetto è che è nato nell’ambito di una collaborazione con l’azienda Arnaldo Caprai di Montefalco, che ha finanziato un dottorato di ricerca attraverso un progetto PON. Sottolineo questo elemento perché è stato determinante per il successo della nostra ricerca, in quanto la collaborazione con un’azienda del territorio ci ha permesso di instaurare un rapporto diretto con gli operatori locali, accedendo a informazioni e contatti fondamentali. Arnaldo Caprai, infatti, è una delle aziende che ha contribuito a costruire l’identità del Sagrantino e a guidarne la trasformazione in un vino rosso strutturato, segnando la svolta storica di cui abbiamo parlato. L’azienda, quindi, ha facilitato il nostro ingresso nel territorio, permettendoci di condurre la ricerca con un approccio più immersivo e partecipativo.
Infine, un elemento essenziale di questo progetto è la sua natura di dottorato industriale, che rappresenta un ponte tra università e impresa. Questa collaborazione non ha solo una finalità scientifica e accademica, ma anche un impatto pratico e concreto sul territorio. L’università, attraverso questo progetto, si apre all’impresa e alla società civile, mentre l’azienda investe direttamente nella ricerca, sostenendo la crescita di un giovane ricercatore e contribuendo allo sviluppo del territorio con una prospettiva di lungo termine.
Tuttavia, sono emerse anche le sfide poste dalla gentrificazione e dalla commercializzazione eccessiva, che minacciano l’autenticità e la sostenibilità dell’offerta enogastronomica. Di fronte a queste criticità, l’intervista sottolinea l’importanza di adottare strategie che equilibrino innovazione e tradizione, promuovendo un turismo consapevole che rispetti la ricchezza delle diversità regionali italiane. Per questo, mentre il turismo enogastronomico italiano naviga tra le acque della globalizzazione e dell’innovazione, rimane essenziale preservare l’essenza culturale e la qualità che lo hanno reso rinomato in tutto il mondo. Sarà quindi cruciale per l’Italia continuare a investire in politiche di sostenibilità, di autenticità e di diversificazione dell’offerta, facendo sì che il successo del suo turismo enogastronomico non diventi un boomerang, ma continui a rappresentare un ponte tra passato e futuro, tra comunità locali e visitatori, tra tradizione e innovazione.»
Conclusioni
Con il professor Corsi abbiamo approfondito i risultati di una ricerca che ha coordinato con lo scopo di valutare, usando metodologie di tipo qualitativo come le interviste in profondità, il contributo che un’indicazione geografica può apportare allo sviluppo socio-economico di un determinato territorio.
Il caso del Sagrantino di Montefalco DOCG conferma che un’indicazione geografica può essere molto più di un semplice marchio di qualità: può diventare il perno attorno a cui si sviluppa un modello territoriale integrato, capace di creare sinergie tra economia, cultura e turismo. La ricerca ha evidenziato come la costruzione di un’identità territoriale forte, unita a un sistema di governance efficace, possa trasformare una denominazione in un vero motore di sviluppo. Tuttavia, affinché questi effetti si traducano in sviluppo sostenibile, è necessario un coordinamento strategico, in cui i consorzi giochino un ruolo centrale nel bilanciare interessi diversi e garantire una gestione coerente delle risorse.
Il caso di Montefalco dimostra che la collaborazione tra università, imprese e istituzioni può generare conoscenza applicabile e soluzioni concrete. Il coinvolgimento dell’azienda Arnaldo Caprai, attraverso il finanziamento di un dottorato industriale, ha permesso di rafforzare il legame tra ricerca e realtà produttiva, evidenziando come l’innovazione scientifica possa diventare uno strumento operativo per lo sviluppo locale.
Questa esperienza apre prospettive interessanti per altri territori che desiderano valorizzare i propri prodotti agroalimentari attraverso strategie di branding territoriale e modelli di sviluppo territoriale sostenibile.
Autore
Marco Sbardella
Ph.D., Ricercatore e socio fondatore del Centro Ricerche scientia Atque usus per la Comunicazione Generativa ETS. Consulente presso il Generative Communication Lab.
Svolge ricerca negli ambiti dello sviluppo rurale, del climate change e della comunicazione sanitaria.
Intervistato
Stefano Corsi
Professore associato di Economia agraria, alimentare ed estimo rurale presso l’Università degli studi di Milano, dove insegna Gestione dell’impresa vitivinicola ed elementi di marketing.