Salute e sanità

Smart glasses, una tecnologia ancora da inventare

La cronistoria dagli spazi commerciali ai luoghi di cura

di Amos Tozzini | 02 10 2026

Di cosa parliamo in questo articolo?

La Realtà Aumentata, in forme diverse, è una tecnologia certamente non nuova, ma che da pochi anni a questa parte sta vivendo uno slancio inedito attraverso una sua ulteriore versione: gli smart glasses. Essi non sono né semplici occhiali, né visori per la realtà aumentata, ma un assistente personale con cui parlare, in grado di vedere quelle che vediamo noi, farci vedere quello che vogliamo vedere e di fornirci informazioni personalizzate e localizzate in tempo reale, che promette, come fecero gli smartphone a loro tempo, di rivoluzionare molte delle nostre abitudini.

In questo articolo, presentiamo la sintesi di una prima parte della ricerca focalizzata sullo stato dell’arte dell’industria degli smart glasses, condotta nell’ambito del progetto “Comunicare gli smartglasses” all’interno del Master in comunicazione Medico-Scientifica e dei Servizi Sanitari del Centro Ricerche sAu e dell’Università degli Studi di Firenze.

Ambito di Intervento

Salute e sanità

Il Centro Ricerche sAu è da anni impegnato nella realizzazione di progetti incentrati sul coinvolgimento di portatori d’interesse con lo scopo di avviare processi generativi di conoscenza in cui aziende sanitarie e ospedaliere, associazioni, istituzioni cooperino per aumentare il livello di health literacy della cittadinanza in campo medico-scientifico. Con un focus sulla medicina del lavoro

Come scienziati cognitivisti e filosofi sanno bene, l’essere umano non ha una percezione della realtà pura. Infatti l’esperienza che facciamo del mondo non è mai perfettamente sovrapponibile al mondo in sé. Piuttosto, ciò che, per usare un termine caro alla fenomenologia, ci appare, è un insieme complesso di sensazioni, prospettive, credenze, emozioni, aspettative, intenzioni. La nostra visione insomma non è mai un semplice vedere, ma è allo stesso tempo un interpretare e un proiettare i nostri desideri, nel tentativo di oggettivarli. Detto altrimenti, una progettualità. 

In questo senso, la Realtà Aumentata (AR), ovvero tutte quelle tecnologie che arricchiscono la nostra percezione sovrapponendo informazioni multimediali all’ambiente fisico, non è altro che la manifestazione più esplicita di ciò. Se da una parte l’AR, al grande pubblico, è stata spesso proposta come un gioco, come una piccola meraviglia per stupire e catturare l’attenzione, dall’altra oggi in molti si stanno rendendo sempre più conto delle sue potenzialità politiche e sociali. Davanti a un pur comprensibile stupore, abbiamo quindi l’obbligo di porci una domanda: cosa può fare, per noi, l’AR?

Gli albori della Realtà Aumentata

La Realtà Aumentata non è solo uno strumento di osservazione, ma anche e soprattutto di azione. Essa infatti è per costituzione una tecnologia che, sovrapponendo dati digitali a ciò che normalmente possiamo osservare, può alterare profondamente la nostra visione, suggerendo pensieri e comportamenti.

Questa capacità pragmatica era chiara a chi per primo l’ha sviluppata e usata. In origine infatti l’espressione “Augmented Reality” era in uso nei laboratori di ricerca della compagnia aerospaziale Boeing, in riferimento a un sistema concepito per facilitare le operazioni di montaggio e manutenzione dei velivoli. Si trattava, in sostanza, di un display che permetteva di visualizzare schemi di assemblaggio e istruzioni operative in formato digitale, direttamente in sovrimpressione sulle specifiche componenti che di volta in volta rientrano nel loro campo visivo.

La Realtà Aumentata nota al grande pubblico attraverso i canali del mercato era però molto diversa. In questa sua veste, essa perdeva ogni funzione pragmatica. Al contrario, essa veniva proposta come una sorta di gioco. Il suo scopo non era facilitare task, ma meravigliare potenziali clienti e avvicinarli a un prodotto: marketing. Gli utenti venivano così invitati a inquadrare con il cellulare QR code che mostravano figure tridimensionali nello spazio di casa propria, a mettersi davanti a una webcam per vedersi addosso vestiti che avrebbero potuto acquistare, o a provare giochi interattivi con i personaggi di famosi marchi.

Progetto

Comunicare gli smartglasses

Nell’ambito del Master in Comunicazione Medico-Scientifica e dei Servizi Sanitari è stato avviato il progetto “Comunicare gli Smart Glasses”, con l’obiettivo di promuovere una corretta informazione e un uso consapevole degli smart glasses da parte delle persone con disabilità visive.

Il progetto ha suscitato molto interesse tanto da portare all’attivazione di una borsa di ricerca da parte di Dipartimento di Neuroscienze, Psicologia, Area del Farmaco e Salute del Bambino NEUROFABRA, cofinanziata dal Centro Ricerche sAu.

Se in un primo momento la possibilità di far apparire nello spazio reale oggetti interattivi virtuali ha suscitato grande attenzione, sul lungo periodo questo interesse si è rivelato un fuoco di paglia. In primo luogo, per una serie di limiti tecnologici: i dispositivi erano ingombranti e difficili da maneggiare, le applicazioni risultavano spesso poco intuitive e richiedevano caratteristiche hardware non comuni, mentre i layer digitali presentavano bug che ostacolavano l’immersività dell’esperienza. Ma soprattutto, per la mancanza di maturità che ha caratterizzato la progettazione. Al netto delle migliorie che sarebbero state nel tempo implementate, l’abitudine all’esposizione ha inevitabilmente eroso quell’effetto “wow” che sembrava essere l’unico valore aggiunto della Realtà Aumentata. Presto infatti le persone si sono rese conto che, allo stato attuale, quella tecnologia non avrebbe offerto loro alcun vantaggio nella quotidianità. In questo modo, scemato l’entusiasmo iniziale, essa è stata derubricata a moda passeggera, un trend del tech tra i tanti che vanno e vengono senza lasciare traccia, trascurandone le autentiche potenzialità.

La Realtà Aumentata infatti non si è esaurita con i modellini 3D e i puzzle games interattivi, e negli anni successivi altri hanno saputo riproporla.

Dagli schermi alle lenti: i primi modelli di smart glasses

Dopo un periodo in cui social network e smartphone si sono imposti al centro del dibattito pubblico, tecnologico, sociale e politico, in anni più recenti il tema della Realtà Aumentata è riemerso. La svolta è avvenuta nel 2013, quando Google ha presentato i suoi Google Glass. 

Rispetto ai dispositivi per l’AR già noti, i Google Glass hanno rappresentato un punto di discontinuità. Fino a quel momento, il passaggio dalla visione standard a quella aumentata era un passaggio netto: ci si metteva in una determinata posizione, si avviava un’app, si accendeva una fotocamera collegata a uno schermo, e attorno a noi comparivano elementi digitali evidenti e diversi dagli elementi analogici in modo quasi grottesco. 

I Google Glass invece rendevano questo processo estremamente più trasparente. All’aspetto, si presentavano come un qualunque paio di occhiali dal design accattivante, riconoscibili solo per un display posizionato a margine della lente destra. Per utilizzarli, bastava l’uso di un touchpad posizionato sulla stecca destra della scocca e dei comandi vocali. Una volta avviati, essi potevano proiettare le previsioni meteo, scrivere e mostrare i messaggi e le mail in arrivo, suggerire le indicazioni stradali o far apparire la pagina di un social. 

Grazie a queste caratteristiche e alla connettività con Internet, app di terze parti e dispositivi diversi, i Google Glass sono stati il primo tentativo di rendere il confine tra mondo fisico e mondo virtuale quasi impercettibile, proponendo un oggetto all’apparenza di uso comune, semplice e discreto da usare, con un’inedita capacità di mescolare dati analogici e dati digitali in un tutt’uno quasi indistinguibile. In questo senso, i Google Glass sono stati il prototipo di una nuova tecnologia commerciale: gli smart glasses.

Il passo avanti dunque non era stato compiuto solo dal punto di vista tecnico. Google infatti aveva lanciato sul mercato i suoi occhiali con l’ambizione di proporre uno strumento che avesse un senso e una funzione nella quotidianità di chi lo avrebbe acquistato, facilitando l’accesso e la gestione delle informazioni. L’insieme di capacità tecnologiche, funzioni e design, sommate al coinvolgimento di celebrità nelle campagne promozionali, avevano generato importanti attese tra i consumatori davanti alla promessa di un prodotto che potesse essere realmente d’impatto.

Una volta commercializzato però, lo iato tra aspettative e prestazioni effettive è stato tale che l’accoglienza non ha rispecchiato l’hype degli annunci. Tra i problemi più evidenti e discussi, il più rilevante è stato quello della privacy: da un lato la scarsa chiarezza in merito al trattamento dei dati condivisi, dall’altro la mancanza di segnali che avvertissero dello scatto di una foto o dell’avvio di un registo, hanno indotto a guardare con sospetto chi indossava i Google Glass (quelli che vennero battezzati “glassholes”), al punto che in alcuni Paesi, come il Regno Unito, il loro uso è stato fortemente limitato. Ma ciò che davvero ha decretato il fallimento di questa prima versione di smart glasses fu l’ambito d’uso, limitato in definitiva, ad eccezione di qualche sperimentazione ad opera di terzi, all’intrattenimento e al reperimento di informazioni generaliste: niente che uno smartphone già non permettesse di fare con altrettanta facilità. 

Google Glass è stato un importante pioniere, ma ancora lasciava la domanda in sospeso: cosa può fare, per noi, l’AR?

Pivot to e-Health

Sulla scia di quanto fatto da Google, oggi un’altra big tech sta investendo molte delle proprie risorse negli smart glasses: Meta, che dal 2021 è sul mercato con i propri Ray-Ban Meta.

In realtà, il lavoro dell’azienda è partito da lontano. Prima del 2021 infatti, essa era entrata nel mondo della Realtà Virtuale con gli Oculus Quest, un visore simile a un casco da motociclista che, nelle intenzioni di Zuckerberg, avrebbe avuto lo scopo di costruire e promuovere il cosiddetto Metaverso, una tecnologia immersiva che avrebbe dovuto sostituire il web conosciuto. Sebbene l’idea del Metaverso si sia arenata nel giro di poco tempo, le conoscenze accumulate da quell’esperienza sono state dirette verso un altro progetto. Il focus non era più costruire l’alternativa al web nella sua forma attuale, ma al suo principale strumento di accesso: lo smartphone. Da qui l’idea di sviluppare un prodotto altrettanto funzionale, esteticamente gradevole, ma possibilmente più comodo e maneggevole, per navigare in rete e sui social. Gli smart glasses, da questo punto di vista, soddisfacevano tutti i requisiti.

Rispetto ai Google Glass, Meta ha introdotto una duplice innovazione. Sul fronte tecnico, l’integrazione dell’Intelligenza Artificiale (AI) ha permesso la trasformazione da sistemi confinati a precisi, per così dire, binari, a veri e propri assistenti al servizio dell’utente. Sul fronte estetico, la collaborazione con EssilorLuxottica ha reso gli smart glasses degli oggetti di design desiderabili anche solo per essere indossati. Grazie a questa combinazione, l’uscita dei primi modelli sul mercato ha ottenuto riscontri finora mai raggiunti dalla concorrenza.

Un’ulteriore differenza non di secondo piano tra Google Glass e Ray-Ban Meta sta nel costo. Mentre i primi avevano un prezzo di lancio di oltre 1000 dollari, i secondi ne costano poche centinaia, tanto quanto uno smartphone di fascia medio-bassa. Anche questo fattore ha senz’altro contribuito al loro successo commerciale, con circa 8 milioni di paia venduti nel solo 2025. Soprattutto, una conseguenza di una così vasta diffusione è stato l’impiego in contesti ulteriori, diversi da quelli originari. 

Da questo punto di vista, la sanità è tra i settori più vivaci. Secondo uno studio pubblicato su Nature (Wang B., Zheng Y., Han X. et al.; 2025), su 116 casi di uso sanitario degli smart glasses analizzati, 32 riguardavano il supporto alla diagnosi e al trattamento clinico, 30 la telemedicina e la formazione, 23 la chirurgia, 16 la gestione delle malattie croniche, 15 la gestione dello stress e della salute psicologica. 

In particolare, i Ray-Ban Meta hanno suscitato l’interesse della comunità delle persone con disabilità visive. Essi infatti, grazie alle interazioni vocali con l’assistente AI, possono facilitare tante delle piccole attività che compongono la quotidianità di una persona, dalla lettura di un menù alla descrizione dello spazio circostante. Su questo fronte, in realtà, sono già disponibili dispositivi specifici, tra cui gli iSee di iVisionTech, gli Echo Vision di Agiga, gli ausili di OrCam e gli Envision Smart Glasses di Envision. I modelli di Meta però, per quanto non sviluppati per essere veri e propri dispositivi sanitari, hanno il vantaggio di essere più facili da reperire, più discreti quando indossati e più ricchi di funzioni oltre a quelle esclusivamente assistenziali. L’azienda stessa ne ha preso consapevolezza e per questo, oltre a pubblicizzare il proprio prodotto come strumento a supporto per persone con problemi di vista, ha avviato una collaborazione per integrare l’app BeMyEyes, un’applicazione che permette di collegarsi con volontari vedenti e assistenti virtuali tramite videochiamate dal vivo in POV.

Il fenomeno sta raggiungendo dimensioni tali che anche i professionisti sanitari non hanno potuto fare a meno di rilevare. Stando allo studio Use of Wearable Devices and Generative AI in the Workplace by People With Visual Impairments (Michele C. M., Jamie B., Anne S., 2026), l’impiego dei dispositivi wearable (per la maggior parte smart glasses) tra le persone con disabilità visive coinvolte è passato dal 5,6% al 9,8%, pari a un aumento relativo del 75%. Tra questi, 27 dei 36 dispositivi adottati sono Meta Glasses, utilizzati soprattutto per la lettura di testi, il riconoscimento di oggetti e il collegamento con persone vedenti. Considerando tutte le attività, lo studio evidenzia che, al lavoro come fuori dal lavoro, il 50% del campione li ha utilizzati più volte al giorno o per l’intera giornata. 

Guardando alle esperienze delle persone che usano gli smart glasses come dispositivo sanitario, è evidente quanto questa tecnologia abbia già un impatto concreto per la salute fisica, psichica e sociale. Infatti, la qualità delle prestazioni offerte (Kelly S, 2026; Seiple W. et al., 2025) vanno ben oltre la riuscita dei singoli task. Come dimostra lo studio Reshaping Inclusive Interpersonal Dynamics through Smart Glasses in Mixed-Vision Social Activities (Jieqiong D., et al., 2026), essa, riducendo la necessità di accompagnamento continuo, può modificare la collaborazione tra persone cieche e persone vedenti durante attività sociali condivise, restituendo alle prime

maggiore autonomia, maggiore controllo sull’avvio delle attività, minore sensazione di rappresentare un peso, e un accesso più simmetrico alle informazioni del gruppo.

Per questo stanno già avvenendo interessanti sperimentazioni con gli smart glasses volte a indagarne i potenziali usi nel supporto alle disabilità visive a 360 gradi. Tra le molte, due meritano particolare attenzione: Superpower Glasses, un sistema basato su Google Glass e AI, progettato per aiutare i bambini con disturbo dello spettro autistico a prestare maggiore attenzione ai volti, riconoscere le espressioni facciali, e comprendere le emozioni durante interazioni sociali reali, il cui impiego ha dimostrato risultati simili a quelli di altri approcci più tradizionali; e WhatsAI, un framework open source che trasforma gli occhiali Meta Ray-Ban in una piattaforma estensibile per sviluppare strumenti di assistenza visiva basati su IA generativa destinati a persone cieche o ipovedenti in modo personalizzato. 

I dati e le ricerche citati mostrano dunque come la Realtà Aumentata possa forse aver trovato la direzione verso la propria maturità, con il passaggio da strumento di intrattenimento a dispositivo sanitario per le disabilità visive. 

Quale visione degli smart glasses?

Nel loro uso di massa, la Realtà Aumentata e gli smart glasses sono nati come tecnologie commerciali, pensate per intrattenere e per vendere. Ma dietro questa apparente semplicità, essi sono un medium tra noi e il mondo, che filtrano la realtà veicolando valori e scopi precisi. Il loro impiego in un settore strategico come quello sanitario richiede perciò un’analisi attenta, che ne ponderi rischi e benefici.

Le potenzialità, da una parte, sono promettenti. Non tanto perché consentano azioni prima precluse alle persone con disabilità visive, quanto per la loro economicità e la loro immediatezza. Essere avvertiti della presenza di un ostacolo nelle vicinanze, leggere ciò che è scritto sulla confezione di un medicinale, sul menù di un ristorante o su un cartello per strada sono azioni già possibili con lettori-scanner o con l’aiuto di una persona, ma gli smart glasses permettono di fare tutto ciò attraverso un semplice comando vocale, senza ulteriore dispendio di tempo e di energie. All’atto pratico, la promessa autentica che questi dispositivi sembrano garantire è quella della libertà e dell’autonomia nella complessa banalità domestica quotidiana. 

Conservare l’Umanità di Medici e Pazienti in un’Era Robotica. Intervista a Donald Norman

L’articolo presenta un’intervista a Donald Norman sulle tecnologie emergenti in medicina, sulla comunicazione medico-paziente e sul futuro della formazione scientifica. Gli argomenti trattati includono Realtà Aumentata, chirurgia robotica, modelli 3D personalizzati, intelligenza artificiale e progettazione incentrata sull’uomo. Norman promuove un’educazione interdisciplinare, collaborativa ed etica, fondata sull’apprendimento basato su progetti e sulla risoluzione di problemi concreti.

Le possibili criticità, tuttavia, espongono a molteplici rischi. In primis, per tutti i limiti tecnologici ancora irrisolti: i modelli linguistici sono tutt’altro che scevri da errori, i comandi vocali non sono responsivi quanto sarebbe necessario, la durata della batteria non riesce a coprire l’intero arco della giornata e le prestazioni negli spazi aperti e affollati sono molto inferiori a quelle negli spazi chiusi. 

Ma i pericoli a cui siamo più esposti sono di natura, per così dire, politica. Il più evidente e discusso è quello relativo alla privacy, non solo, come nel caso di Google Glass, per chi viene registrato senza il proprio consenso, ma anche per chi di quegli occhiali fa uso, nella misura in cui il trattamento di  informazioni personali non è trasparente quanto la sicurezza dei dati sensibili richiede. Si tratta però dell’epifenomeno di una questione più profonda: il fatto cioè che stiamo delegando, normovedenti e non, una vera e propria estensione dei nostri sensi, che danno forma alla nostra percezione del mondo e alle nostre interazioni sociali, a soggetti con fini diversi da quelli della res publica.

Alla luce di ciò, nella convinzione che sia proprio in quella complessa banalità domestica quotidiana che si gioca la sfida per l’assistenza alle persone con disabilità visive, l’arrivo degli smart glasses nel mondo della sanità non può essere accolto acriticamente. Al contrario, affinché gli interessi dei cittadini non vengano ignorati, occorre avviare un percorso di progettazione partecipata che coinvolga attivamente la società civile insieme alle istituzioni politiche e ai centri professionali: usus e scientia insieme. 

Nonostante lo stupore per uno strumento che per meno di 300 euro può fare cose che fino a poco tempo erano fantascienza, non possiamo accontentarci di quello che viene generalmente proposto. Ancora una volta, serve andare oltre lo stato dell’arte, e costruire quello che davvero risponderebbe ai bisogni delle persone, osando domandarci: cosa può fare ancora, per noi, l’AR?

Call for Research & Partnership — Smart Glasses 

Nell’ambito di un progetto dedicato agli Smart Glasses e alle tecnologie di Realtà Aumentata, siamo alla ricerca di partner, centri di ricerca, organizzazioni, professionisti e aziende interessati a condividere esperienze, studi, sperimentazioni e casi d’uso.

La ricerca si concentra in particolare sulle applicazioni in ambito sanitario, sociale, assistenziale e inclusivo, con l’obiettivo di comprendere il valore concreto di queste tecnologie, le condizioni che ne favoriscono l’adozione e il loro possibile impatto nei contesti di utilità sociale.

Siamo interessati a raccogliere ricerche scientifiche, progetti pilota, documentazione, casi applicativi, evidenze sul campo e testimonianze professionali, includendo sia esperienze già consolidate sia sperimentazioni più recenti.

La call è inoltre aperta ad aziende produttrici, sviluppatori di tecnologie immersive e realtà innovative interessate a esplorare partnership, nuovi scenari applicativi e il potenziale degli Smart Glasses in contesti orientati alla salute, all’accessibilità, all’autonomia e alla qualità della vita.

L’obiettivo è costruire una rete di ricerca e collaborazione capace di mettere in relazione competenze, tecnologie ed esperienze, contribuendo anche allo sviluppo di una futura campagna informativa e di sensibilizzazione sul tema.

Sono benvenute segnalazioni di studi, progetti, sperimentazioni, tecnologie, partnership e iniziative già in corso.

 

Scrivi a direzione@sau-centroricerche.org

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Bibliografia/Sitografia

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Autore

Amos Tozzini

Laureato in Pratiche, linguaggi e cultura della comunicazione presso l’Università degli Studi di Firenze. È collaboratore presso il Centro Ricerche “scientia Atque usus” per la Comunicazione Generativa ETS.