Agricoltura e sviluppo del territorio
La blockchain: un’opportunità per il settore vinicolo?
Intervista a Roberto Mauriello
di Marco Sbardella | 14 10 2025
Di cosa parliamo in questa intervista?
In un’epoca in cui la trasparenza, la tracciabilità e l’autenticità rappresentano fattori chiave per la competitività del settore agroalimentare, la blockchain emerge come una tecnologia potenzialmente rivoluzionaria, anche per il mondo del vino. Ma cosa significa concretamente adottare questa tecnologia in una piccola o media impresa vitivinicola italiana?
In questa intervista, Roberto Mauriello – ricercatore impegnato nello studio dei processi di innovazione nel settore agroalimentare – illustra le opportunità e le criticità legate all’introduzione della blockchain nel comparto vitivinicolo, con particolare attenzione al contesto italiano. Attraverso casi studio, esperienze dirette e riflessioni più ampie, vengono esplorati i benefici in termini di tracciabilità, valorizzazione del prodotto sui mercati internazionali, semplificazione gestionale e differenziazione competitiva, ma anche le sfide tecniche, organizzative e culturali che ancora frenano una diffusione più ampia di queste soluzioni.
Ambito di Intervento
Agricoltura e sviluppo del territorio
Questo articolo contribuisce alla ricerca del Centro Ricerche sAu sul ruolo sociale e culturale del cibo, per ridefinire e attualizzare il valore di costruzione di comunità che il cibo non può che continuare ad avere, tanto dal punto di vista della sua produzione quanto da quello del suo consumo
Dottor Mauriello ci può spiegare brevemente di cosa parliamo quando parliamo di blockchain?
Questa è una domanda fondamentale, poiché ritengo che uno degli aspetti più complessi, quando si parla di blockchain a un pubblico non accademico, sia proprio quello di definirne il significato. Credo che – semplificando, ma non troppo – si possa dire che la blockchain è un registro elettronico, in formato digitale, condiviso tra i partecipanti di un network, ovvero di una rete che può riguardare, ad esempio, una supply chain (una filiera del valore), come quella vinicola. Può quindi essere intesa come un sistema informativo per la gestione delle informazioni in forma digitale e condivisa tra i partecipanti. Rispetto a un sistema informativo tradizionale, tuttavia, presenta una serie di caratteristiche che la rendono potenzialmente una soluzione molto interessante.
Innanzitutto, ha un elevato grado di decentralizzazione: non è un’autorità centrale a gestire il network e a definire unilateralmente le regole per la registrazione delle informazioni, ma tutti – o comunque una parte significativa – degli attori che fanno parte della rete possono partecipare alla definizione delle regole e dei meccanismi di consenso.
In secondo luogo, offre un alto livello di trasparenza e affidabilità delle informazioni: in una blockchain pubblica, infatti, tutti gli attori della rete possono verificare le informazioni registrate e, soprattutto, essere certi che queste non siano state modificate successivamente. Qualora le informazioni venissero alterate, il sistema genererebbe automaticamente una discrepanza. Applicato a una supply chain, questo aspetto è particolarmente rilevante, poiché scoraggia comportamenti fraudolenti e contribuisce a dare maggiore credibilità all’intera filiera.
Quali sono le opportunità che riguardano l’applicazione della blockchain alle piccole e medie aziende vitivinicole?
Ritengo che questa domanda possa essere affrontata da due diverse prospettive.
La prima riguarda le esigenze di controllo, poiché – come sappiamo – i mercati agroalimentari, soprattutto in ambito europeo e in Italia, sono fortemente regolamentati. Esiste già oggi un Sistema Informativo Agricolo Nazionale, il SIAN, che definisce una serie di regole e normative che le aziende devono seguire per garantire la tracciabilità digitale dei prodotti. Lo Stato ha infatti la necessità di sapere cosa viene prodotto, in quali quantità e dove, sia per finalità di controllo che fiscali. Ad esempio, nel caso delle aziende vinicole, queste devono inserire i dati nel sistema e ottenere l’autorizzazione prima di procedere con l’etichettatura e successivamente con la vendita del vino.
Il problema è che tali sistemi presentano diversi limiti. Anzitutto, si basano sulla presenza di un’autorità centrale – lo Stato – che stabilisce in modo univoco tutte le regole. Questo approccio, però, spesso non risponde alle esigenze operative delle aziende. Dai casi studio e dalle interviste che abbiamo condotto, è emersa più volte la richiesta di strumenti che siano più interoperabili, ovvero capaci di integrarsi con i sistemi gestionali già utilizzati dalle aziende.
Progetto
Una strategia di Comunicazione Generativa per UniCeSV
Questo articolo è stato realizzato nel contesto della collaborazione tra il Centro Ricerche sAu e il Centro di Ricerca e Formazione per lo Sviluppo Competitivo delle Imprese del Settore Vitivinicolo (UniCeSV) dell’Università di Firenze.
Una collaborazione nata per promuovere lo sviluppo di nuove progettualità derivanti dalla sinergia tra la ricerca di altissimo livello che UniCeSV realizza e il tessuto socioeconomico di riferimento (imprese, istituzioni locali, consorzi, ecc.). Perché il settore vitivinicolo può essere un vettore straordinario di sviluppo economico, sociale ed ambientale per i nostri territori.
In secondo luogo, la tracciabilità per fini di controllo si interrompe al momento della produzione della bottiglia. Tutta la parte successiva – quella che riguarda la commercializzazione, i dati di vendita, le aree geografiche di distribuzione – non viene tracciata. E qui si apre il secondo grande tema: la possibilità di usare le tecnologie digitali, e in particolare la blockchain, per avvicinarsi alle preferenze dei consumatori e alle nuove modalità di consumo.
Diversi studi mostrano infatti che i consumatori, soprattutto nel settore vinicolo, sono sempre più attenti a origine, provenienza e qualità del prodotto. Sono anche disponibili a utilizzare strumenti come i codici QR sulle etichette per accedere a queste informazioni. In questo senso, la blockchain può rappresentare una soluzione che unisce le esigenze di controllo e quelle di mercato: consente di garantire la tracciabilità lungo tutta la filiera, dalla produzione alla vendita, assicurando sicurezza, trasparenza e affidabilità sia agli enti di controllo sia ai consumatori. Le informazioni registrate, essendo immodificabili, aumentano la credibilità dell’intero processo produttivo.
Un altro aspetto rilevante riguarda le caratteristiche specifiche del settore vitivinicolo. Abbiamo scelto di concentrarci su questo ambito perché presenta dinamiche particolarmente interessanti: ad esempio, il fatto che la crescita del mercato non sia più trainata dall’aumento dei volumi di consumo – che anzi, dopo la pandemia, sono in calo – ma da un aumento della domanda di prodotti di alta fascia. Tuttavia, per riconoscere un vino di alta qualità, i consumatori hanno bisogno di informazioni affidabili e, in particolare, le nuove generazioni tendono a informarsi in modo diverso, più digitale e immediato rispetto alle fasce d’età più adulte.
Infine, non va dimenticato il problema della contraffazione, che riguarda in particolare i vini di pregio. L’ingresso di grandi player internazionali, ad esempio dal mercato asiatico, con forti capacità di investimento e ampi territori coltivabili, rende sempre più difficile tutelare l’originalità e l’autenticità dei prodotti di nicchia. In questo scenario, la blockchain può rappresentare una delle risposte possibili, insieme ovviamente a interventi normativi e a controlli fisici, che però da soli non sono in grado di coprire l’intero processo.
E al contrario, quali le criticità e gli ostacoli?
A mio avviso, le sfide principali sono di duplice natura.
La prima riguarda una dimensione prettamente tecnologica. Attualmente, infatti, esistono poche soluzioni realmente accessibili per le piccole imprese. Anche nella letteratura di settore si fa riferimento principalmente a grandi aziende, come Walmart o Ernst & Young, le quali collaborano con colossi tecnologici come IBM. Questo scenario rischia di escludere le piccole e medie imprese, che spesso non dispongono né delle risorse economiche né delle competenze interne per adottare soluzioni simili.
Nel nostro studio, abbiamo inoltre rilevato diverse barriere legate alla mancanza di familiarità con la tecnologia e alla difficoltà delle piccole imprese ad attrarre personale con competenze tecnico-tecnologiche in grado di facilitare l’adozione di strumenti come la blockchain.
In molti casi, infatti, le scelte strategiche dipendono direttamente dal management o dai proprietari, che però spesso possiedono un background più orientato ai processi produttivi tradizionali piuttosto che all’innovazione digitale. Questo crea un ulteriore scarto tra le potenzialità offerte dalle tecnologie emergenti e la reale capacità di implementarle in modo efficace nel contesto operativo delle piccole aziende vitivinicole.
Conosce aziende vitivinicole italiane che hanno adottato con successo la blockchain? Quali risultati hanno ottenuto?
Abbiamo avuto l’opportunità di approfondire il caso di un’azienda vitivinicola che utilizza la tecnologia blockchain in una fase già matura, da diversi anni. Come spesso accade, le piccole imprese sono piuttosto riluttanti a condividere dati numerici precisi, anche perché, non disponendo di un sistema contabile strutturato come quello delle grandi aziende, non registrano in modo sistematico ogni singola operazione.
Nonostante ciò, ci è stato spiegato che l’adozione della blockchain ha portato benefici concreti, in particolare sul piano della gestione documentale. Diverse attività che in passato richiedevano numerosi passaggi di verifica e controllo sono oggi più snelle e rapide, grazie all’automazione e alla maggiore affidabilità del sistema.
Un ulteriore vantaggio evidenziato riguarda il mercato estero. Si tratta infatti di un’azienda che, come molte piccole realtà vinicole italiane, produce vini di fascia alta destinati principalmente all’esportazione verso mercati come quello americano, cinese o altri contesti internazionali.
In questo senso, la possibilità di associare in modo univoco l’identità della bottiglia a quella dell’azienda e del territorio di origine rappresenta un elemento distintivo di autenticità. Questo non solo rafforza la fiducia del consumatore, ma può anche generare un ritorno economico diretto, permettendo all’azienda di aumentare i prezzi di vendita e i margini di profitto, senza dover modificare il prodotto in sé.
Exploring blockchain adoption in the italian wine industry: insights from a multiple case study
Questa intervista prende spunto dall’articolo pubblicato sulla rivista Wine Economics and Policy da Livio Cricelli, Roberto Mauriello e Serena Strazzullo
E per quanto riguarda i consumatori italiani?
Attualmente, la blockchain viene utilizzata principalmente per le esportazioni. Questo avviene, da un lato, perché i consumatori italiani non sono ancora del tutto abituati all’uso di strumenti digitali come i codici QR o le piattaforme di tracciabilità interattive, mentre in mercati come quello americano tali tecnologie sono già ampiamente diffuse e apprezzate.
Dall’altro lato, si tratta di una soluzione che diventa particolarmente interessante quando può tradursi in un effettivo aumento del margine di profitto. In Italia, il mercato del vino è caratterizzato da una forte competizione tra brand di alta qualità, rendendo più difficile distinguersi soltanto attraverso elementi come l’origine o la tracciabilità.
Al contrario, nei mercati esteri – dove il valore percepito del “made in Italy” è molto elevato, soprattutto nel settore vitivinicolo – la possibilità di garantire l’autenticità e la qualità del prodotto attraverso la blockchain rappresenta un potente strumento di differenziazione. In questi contesti, la tecnologia può essere efficacemente sfruttata come leva commerciale, capace di aumentare la fiducia del consumatore e, di conseguenza, il valore riconosciuto al prodotto.
Conclusioni
Dall’intervista al dott. Mauriello emerge chiaramente come l’adozione della blockchain nel settore vitivinicolo italiano rappresenti una sfida, ma anche una grande opportunità. Le esperienze raccolte dimostrano che, nonostante le difficoltà legate a limiti tecnologici, organizzativi e culturali, esistono casi concreti in cui questa tecnologia ha generato benefici tangibili, soprattutto in termini di efficienza gestionale e valorizzazione commerciale del prodotto nei mercati esteri.
In un contesto competitivo in cui il valore del “made in Italy” gioca un ruolo strategico, strumenti come la blockchain possono contribuire a rafforzare l’identità territoriale, garantire trasparenza e autenticità lungo tutta la filiera e aprire nuove possibilità di dialogo con consumatori sempre più attenti e digitalmente connessi.
Sebbene la strada da percorrere sia ancora lunga, soprattutto per le piccole e medie imprese, è proprio in queste realtà che si possono sperimentare modelli innovativi e su misura, capaci di coniugare tradizione e innovazione in modo sostenibile e distintivo. La blockchain, in questo senso, non è la soluzione definitiva, ma può diventare un tassello importante di un ecosistema più ampio, orientato alla qualità, alla fiducia e alla competitività internazionale.
Autore
Marco Sbardella
Ph.D., Ricercatore e socio fondatore del Centro Ricerche scientia Atque usus per la Comunicazione Generativa ETS. Consulente presso il Generative Communication Lab.
Svolge ricerca negli ambiti dello sviluppo rurale, del climate change e della comunicazione sanitaria.
Intervistato
Roberto Mauriello
Dipartimento di Ingegneria Civile, Architettura, Territorio, Ambiente e di Matematica (Dicatam) – Università degli Studi di Brescia