Una Noterella su “Ricerca e Terzo Settore”
Un’analisi sociologica
di Lorenzo Marretti | 28 01 2026
Il Centro Ricerche “scientia Atque usus” per la Comunicazione Generativa ETS (Centro Ricerche sAu) è impegnato da sempre nel ripensare i luoghi e gli strumenti della ricerca scientifica, oltre che i profili stessi dei ricercatori e di stakeholder e gatekeeper, in uno scenario antropologico nuovo e inedito per la costruzione di territori in salute a 360°.
La salute mentale è una componente essenziale di uno stato generale di benessere, che comprende anche la salute fisica e sociale. Attraverso un’attenta analisi di questi elementi e una collaborazione stretta con il mondo accademico e scientifico è possibile costruire processi di ricerca realmente cooperativi, capaci di generare innovazione per la costruzione di Territori in Salute.
In questa direzione l’articolo prende in esame la spinosa tematica del disagio mentale tra le fasce giovanili della popolazione ed il ricorso fatto da queste ultime all’intelligenza artificiale. La domanda alla base della riflessione è: soluzione low cost o ricerca di nuove forme di empatia?
Ambito di Intervento
Ricerca e Terzo settore
Il Centro Ricerche sAu intende ripensare i luoghi e gli strumenti della ricerca scientifica, oltre che i profili stessi dei ricercatori e delle organizzazioni, in uno scenario antropologico che vede l’intero pianeta trasformarsi in un laboratorio di dimensioni e di potenzialità immense. Gli Enti del Terzo Settore impegnati nelle attività di ricerca possono svolgere un ruolo essenziale nell’orientare gli enti di ricerca pubblici e privati verso un rapporto radicalmente diverso con il mondo dell’usus.
Giovani, AI e salute mentale
Per quanto concerne i disagi psicologici, pare che circa il 63% dei giovani si rivolga all’intelligenza artificiale quando riscontra problemi afferenti a questa categoria di disturbi.
Dal 2022 ad oggi si registra il 38% di italiani con un disturbo di natura psicologica, all’incirca 4 cittadini su 10. Di questi, ben il 68% non hao ricorso a nessun tipo di aiuto.
Se si prendono in considerazione gli adolescenti, ovvero i soggetti appartenenti ad una fascia d’età che va dai 12 ai 20 anni, nonostante ampi studi abbiano dimostrato che essa tende a protrarsi fino ai 30 anni, la tendenza a non fare ricorso a percorsi di analisi è ormai oggetto di studio da diverso tempo.
Ricerche più o meno recenti hanno dimostrato che i giovani rifuggono la terapia per i seguenti motivi: scarsa consapevolezza riguardo al benessere e malessere mentale; stigma sociale e imbarazzo nell’aprirsi all’analista; senso eccessivo di riservatezza che si rispecchia poi nel rapporto con il professionista ed infine ragioni di carattere strutturale quali ostacoli logistici e disponibilità varie.
Il Master consulenziale sviluppa progetti che migliorano la comunicazione tra istituzioni, associazioni, aziende e cittadinanza.
Ogni corsista – oltre alle attività didattiche e ai laboratori – partecipa alla progettazione e allo sviluppo di interventi reali che innovano la comunicazione di tutte quelle organizzazioni che si occupano di ricerca e di servizi di ambito socio-sanitario
L’impatto della tecnologia nei processi di isolamento
La domanda da porsi è se la tecnologia, nello specifico l’universo digitale che ruota attorno ai social network, giochi un ruolo di primo piano nei processi di isolamento e nella crescita esponenziale dei disturbi psicologici osservata nei vari dati degli studi e delle analisi precedentemente descritti.
La risposta non ha natura univoca ma piuttosto appare come il connubio di più elementi e situazioni: la spinta verso una direzione tutt’altro che positiva, infattim è stata causata dal dualismo Lockdown e utilizzo scarsamente consapevole del digitale. Tale natura o causa binomiale rende il quadro più equilibrato e non attribuisce ad un utilizzo smodato o maldestro dei social tutta la colpa.
Questo perché si può evidenziare e osservare che probabilmente, se vi è una causa ed una conseguenza in questo binomio “Lockdown – Dieta digitale inadeguata”, si può catalogare il primo fattore come genitore e il secondo come figlio o conseguenza che dir si voglia. Una conseguenza amplificata, ingigantita ma comunque pur sempre una conseguenza.
Non sarebbe infatti possibile asserire il contrario, cioè che il Lockdown è conseguenza diretta di un utilizzo smodato dei social. È in quell’isolamento forzato dettato da ragioni di carattere sanitario che le persone hanno trovato rifugio in una realtà “altra”.
Per affrontare questo tema è necessario effettuare una sorta di mappatura di quelli che sono i disagi maggiormente frequenti, in particolar modo nei giovani. Nello specifico: Ansia (30%); Problemi del sonno (20%); Depressione (17%); Instabilità emotiva (13%) ed infine attacchi di panico (12%).
Disagi psicologici nei giovani: un’eredità del Lockdown?
Negli ultimi anni, la salute mentale dei giovani ha mostrato segnali di crescente fragilità, con un aumento significativo dei disturbi psicologici e un ricorso sempre più frequente all’intelligenza artificiale come forma di supporto.
Secondo dati Altroconsumo 2025, circa il 63% dei giovani dichiara di rivolgersi all’AI per affrontare problemi di natura emotiva o mentale, in un contesto in cui il 68% degli italiani con disagio psicologico non ha mai chiesto aiuto professionale.
Il fenomeno si inserisce in un quadro complesso, dove il binomio “Lockdown–uso digitale inconsapevole” ha contribuito a rafforzare dinamiche di isolamento e vulnerabilità emotiva. Le forme più diffuse di disagio tra i giovani includono ansia, insonnia, depressione e stress.
L’AI emerge così come strumento ambivalente: da un lato rappresenta una potenziale risorsa “low cost” (low quality?) di ascolto e sostegno, dall’altro pone interrogativi etici e relazionali sul ruolo della tecnologia nella costruzione di nuove forme di empatia digitale.
Comunicare la salute per il Terzo settore
Il Desk “SOS Comunicazione in Salute” è un prodotto del Centro Ricerche sAu, pensato come strumento di ascolto, di monitoraggio e d’intervento per l’effettivo miglioramento di ogni forma di comunicazione medico-scientifica e dei servizi sanitari – non solo digitale – cercando di dare agli aspetti comunicativi relativi all’E-HEALTH il senso di un valore aggiunto reale che vada oltre un’innovazione di sola facciata.
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Il ruolo dell’AI: soluzione low cost o nuova forma di empatia?
Il titolo del seguente paragrafo potrebbe apparire provocatorio ma la questione che pone potrebbe rivelarsi più realistica e concreta di quanto in realtà non sembri. Se si riprendono i dati numerici sopra citati infatti si può introdurre un ulteriore dato: di quel vasto campione sofferente di problematiche e disagi psicologici, circa il 26% ha ammesso di aver utilizzato l’intelligenza artificiale per chiedere assistenza o supporto emotivo.
Se si filtra e si restringe il perimetro ai giovani sotto i 27 anni di età, la percentuale di chi ha chiesto aiuto all’AI per quanto concerne i propri disagi sale al 63%. Tralasciando per un attimo le varie barriere menzionate in precedenza, il tema dell’umanizzazione dell’intelligenza artificiale apre uno spaccato interessante.
Molto spesso, troppo spesso viene posta la questione di quanto ci sia di umano nei robot in grado di soppiantare le nostre competenze, i nostri mestieri e, come in questo caso, la nostra capacità di essere empatici. In sintesi, il rischio che venga insidiata la nostra capacità di condividere il “pathos”, dal greco “sofferenza” altrui. La questione sarebbe dal ricercare all’interno del perimetro che contiene il progetto sociale che si cela dietro i nuovi robot e l’intelligenza artificiale. Quale tipo di umanità si sta costruendo attraverso le nuove tecnologie e non attribuire a queste ultime responsabilità de-generative in questo senso.
Le nuove tecnologie sono il nostro specchio e non viceversa, perciò quando ci si chiede quanta umanità sia presente nei robot in grado di insidiare la nostra natura, si dovrebbe forse ribaltare il paradigma e domandarsi quanto di robotico ormai sia permeante nel modo di operare e di vivere delle persone. La tecnologia non apprende in modo errato, si nutre degli input che le vengono forniti. In questo tipo di fenomeni, forse, si può tentare di comprendere, assieme a molte altre cause, l’utilizzo massiccio dell’AI da parte delle nuove generazioni per quanto concerne i loro disagi. Il riconoscimento di un linguaggio artificiale che sta permeando tutto, unito al continuo delegare all’AI ogni aspetto della vita quotidiana. Tale contenuto non intende attribuirsi carattere accusatorio o giudicante ma seguire, trattando del rapporto tra giovani, salute mentale e nuove tecnologie, un famoso aforisma dello psichiatra Sigmund Freud: “Nell’impossibilità di poterci veder chiaro, almeno vediamo chiaramente le oscurità”.
Bibliografia/Sitografia
- Rorato, V. (2025): Salute mentale, il 63 % dei giovani si rivolge all’Intelligenza artificiale quando ha una difficoltà emotiva, Corriere della Sera, 10 ottobre, 2025
- AXA Italia (2024): AXA pubblica la quarta edizione del Mind Health Report.
- World Health Organization (WHO) (2022): OMS: Covid-19 aumenta del 25 % i casi di ansia e depressione
- Altroconsumo (2025): Un italiano su quattro convive con ansia o depressione: l’indagine
- PubMed (2020): Why do children and adolesecents not seek and access professional help for their mental problems? A systemativ review of quantitative and qualitative studies, (PubMed article).
- PMC (2021): Study on the impact of digital interventions and AI-based support tools on mental health outcomes (PMC article).
- PubMed (2024): Research on psychological distress and digital help-seeking behaviors in youth populations (PubMed article).