Il caso delle ulivete abbandonate in Italia

Agricoltura e sviluppo del territorio
Il caso delle ulivete abbandonate in Italia
Storie di numeri
di Marco Sbardella | 09 01 2023
Di cosa parliamo in questo articolo?
I numeri contano, ma chi decide cosa e come contare e far contare? L’abbandono delle ulivete è un argomento difficile da trattare. Da una parte è sentito come un problema urgente da affrontare; dall’altra è diffusa l’idea che le ulivete siano un pessimo affare. Molti detti popolari avvertono: la Vite per te, l’Ulivo per i nipoti. All’Olio, insomma, è meglio preferire, numeri alla mano, i guadagni certi che provengono dal Vino. E i numeri del bilancio economico di un’impresa non possono ingannare. Piaccia o non piaccia. Ma siamo davvero sicuri che i numeri di cui parliamo siano quelli giusti? Abbiamo i numeri delle ulivete abbandonate? Disponiamo dei numeri relativi, sia in termini di costi, sia di mancati ricavi: economici, sociali, culturali, politici? La risposta è: no, non abbiamo quei numeri. E allora di cosa parliamo? L’articolo mira a fare luce sul fenomeno dell’abbandono delle ulivete, un argomento di grande attualità e urgenza, ma sulle cui reali dimensioni a livello nazionale è estremamente difficile reperire dati. Quello dell’abbandono, infatti, è un problema conosciuto e sentito come urgente dagli amministratori pubblici e dalle associazioni di rappresentanza (si veda a questo proposito la posizione dell’Associazione Nazionale Città dell’Olio) ma sul quale, ancora, ci sono poche certezze.
Questa è la struttura dell’articolo:
  • Il patrimonio ‘scomunicato’ delle ulivete
  • I numeri: quali sono le dimensioni del fenomeno dell’abbandono delle ulivete in Italia?
  • Quali i numeri per capire se si tratta di un’epidemia silenziosa?
  • Lo sviluppo economico e sociale del paese passa (anche) per un’uliveta

Ambito di Intervento

Agricoltura e sviluppo del territorio

Il Centro Ricerche sAu porta avanti progetti di ricerca basati su un’idea di Agricoltura e di sviluppo del territorio volta a superare un paradigma prettamente economicistico, misurandone e valorizzandone gli impatti a livello sociale, ambientale, culturale e di salute della comunità e del territorio.

Il patrimonio ‘scomunicato’ delle ulivete

Il valore sociale, economico e culturale del paesaggio artistico e naturale, e del Patrimonio Culturale Immateriale, influenza immensamente l’immaginario che del nostro paese si ha in tutto il mondo, rappresentando lo stile di vita italiano. Sarebbe un errore fatale scindere il valore materiale da quello immateriale di questo patrimonio, perché questi non sono altro che i due lati della stessa medaglia. Le ulivete rappresentano uno snodo centrale, troppo spesso non riconosciuto, e quindi “scomunicato”, di questo patrimonio, potenzialmente in grado di generare quello che in economia viene chiamato shared value, valore condiviso. E lo sono per la loro capacità di tenere insieme aspetti fondamentali, che pochi altri ambiti come l’olivicoltura possono far convergere in maniera così sistematica: dalla salvaguardia e valorizzazione del paesaggio (la nuova Politica Agricola Comune – PAC – destinerà un eco-schema proprio a questo obiettivo) alla corretta alimentazione come precondizione necessaria alla buona salute (l’olio è alla base della Dieta Mediterranea, che dal 2010 l’UNESCO ha inserito nella lista del già citato Patrimonio Culturale Immateriale), passando per la sperimentazione di nuove forme di socialità (si pensi alle grandi possibilità di un’agricoltura sociale che non sia limitata a una forma di welfare alternativo), per finire con il prossimo
sviluppo del turismo dell’olio, a seguito della pubblicazione nel febbraio 2022 del Decreto Attuativo alla legge sull’oleoturismo.
Il potenziale del settore non è in discussione, ma con sempre maggiore insistenza – purtroppo – si parla del dilagare del fenomeno dell’abbandono delle ulivete. Una cessazione di manutenzione e di cura, e conseguentemente di produzione, che ha tante cause – in primis economiche e anagrafiche – e effetti potenzialmente distruttivi per l’identità e la competitività di questo settore, con impatti che non si limitano, appunto, alla sola sfera economica dell’olivicultura (basti accennare alla perdita di know how o alle ricadute in termini di biodiversità e sostenibilità ambientale, di salute). Tanto più perché questo dell’abbandono è un fenomeno in crescita, e preoccupa gli addetti ai lavori a tal punto da aver spinto l’Associazione Nazionale Città dell’Olio a lanciare una campagna affinché si realizzi un Piano Nazionale Recupero Oliveti Abbandonati. Si tratta di un fenomeno difficile da inquadrare e da comunicare, perché è difficile – ad oggi forse impossibile – conoscere le sue reali dimensioni e la sua distribuzione nei tanti territori a vocazione olivicola che da nord a sud caratterizzano la straordinaria varietà colturale e culturale del nostro paese.

I numeri: quali sono le dimensioni del fenomeno dell’abbandono delle ulivete in Italia?

La situazione in Toscana

Sappiamo che il problema c’è, lo denunciano tutti, preoccupati per le ricadute che potrebbe avere sull’“immagine Italia”, ma la domanda fondamentale sembra non trovare una risposta precisa. Esistono certamente dati di livello regionale o locale. Ad esempio, la testata Intoscana.it, portale di informazione e approfondimento della Fondazione Sistema Toscana, nel 2016 pubblicava un articolo in cui si riferiva che sul territorio regionale erano 4 milioni su 17 milioni gli ulivi lasciati inselvatichire. C’è poi il lavoro svolto dal Gruppo Operativo CATChCO2 LIVE, in cui i ricercatori dell’Università di Firenze hanno censito le ulivete in stato di abbandono nell’area del Montalbano (situata tra le province di Firenze, Pistoia e Prato), calcolando che dal  1954   al  2013  il  fenomeno  abbia  riguardato una superficie superiore ai 900 ettari; di questi, più di 400 potrebbero essere recuperati con benefici  diffusi,  sia  dal  punto di vista economico che ambientale.
Rimanendo in Toscana, il Consorzio di Tutela dell’Olio Seggiano DOP ha censito e mappato lo stato di coltivazione e abbandono delle ulivete nei comuni di riferimento, realizzando una mappa interattiva in cui grazie alla georeferenziazione con l’uso di puntini colorati (verdi, gialli, arancioni e rossi) è possibile visualizzare la quantità e la distribuzione di ulivete potate, coltivate, abbandonate o diventate bosco.
Progetto
Nuovo EVO
Il valore dell’olivicoltura per lo sviluppo sostenibile dei territori
Il progetto mira a ridefinire il valore dell’olio, aggregando portatori d’interesse provenienti da ambiti diversificati (produttori, ristoratori, amministratori pubblici, ricercatori, ecc.) intorno a progetti di sviluppo territoriale sostenibile basati sul rilancio del settore olivicolo.
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La situazione in Italia

La situazione, già gravemente a macchia di leopardo, come appena ricordato, diventa ancor più problematica quando si cerca di analizzare la dimensione del fenomeno a livello nazionale: basti pensare che da una recente, seppure parziale, rilevazione fatta dal Lab CfGC e dall’Associazione Nazionale Città dell’Olio sui referenti locali della stessa Associazione – amministratori locali sparsi su tutto  il  territorio  nazionale  –  è  emerso  che  ben tre quarti degli intervistati è a conoscenza di ulivete in stato di abbandono nel proprio territorio. Un’ennesima conferma, certo, della diffusione del fenomeno, ma siamo ancora lontani dal conoscere le sue reali dimensioni. Delusi dalla ricerca online – sono dati che se disponibili dovrebbero essere alla portata di tutti, no? -, ci siamo rivolti a ricercatori esperti della materia e alle istituzioni più autorevoli. In entrambi i referenti abbiamo riscontrato grande interesse e collaborazione: le persone che abbiamo contattato si sono attivate per contribuire a tracciare un quadro il più ampio e articolato possibile, a conferma del vasto e diffuso interesse per la questione, ma i risultati, i numeri emersi, a parere di tutti coloro che hanno collaborato, insufficienti. Dopo aver consultato direttamente e\o indirettamente il MIPAAF (Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali), l’ISMEA (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare), l’ISTAT (compresi i responsabili del recente censimento generale dell’agricoltura), il CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria), l’AGEA (Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura) e l’ICQRF (Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi dei prodotti agroalimentari del MIPAAF)

la sola risposta che, almeno per ora, possiamo continuare a dare alla domanda “Quanto vasta è l’area delle ulivete in stato di abbandono in Italia?” è: non disponiamo dei numeri necessari per capire e per affrontare il problema.

Ma attenzione: mancano i numeri non solo per comprendere il fenomeno dell’abbandono degli uliveti, ma per misurare gli effetti economici, sociali, culturali e politici sull’ecosistema che, direttamente o indirettamente, fa riferimento all’olivicoltura. Si tratta di una di quelle ‘presenze assenze’  che disegnano il paesaggio nascosto del nostro Paese (Pandolfini 2019). A maggior ragione noi vogliamo portare avanti questa ricerca sui numeri che non ci sono, forti della proposta di un Piano Nazionale Recupero Oliveti Abbandonati, lanciata a febbraio 2021 da Michele Sonnessa (Presidente delle Città dell’Olio) e ribadita in occasione di un webinar realizzato nel luglio dello stesso anno nel contesto del nostro progetto L’olivo gentile. Lo splendore ignorato delle ulivete, alla presenza del Senatore Francesco Battistoni, allora Sottosegretario per le politiche agricole e forestali con delega alla filiera olivicola.

Quali i numeri per capire se si tratta di un’epidemia silenziosa?
Nell’ormai lontano 1962 è uscito negli Stati Uniti un libro che ha segnato una pietra miliare nella consapevolezza di quanto potente sia l’azione umana nel creare o distruggere gli ecosistemi.
Scritto da una biologa – Rachel Carson -, il libro fu intitolato Silent Spring, Primavera silenziosa. “Silenziosa” perché DDT e pesticidi stavano silenziando la voce dei tanti volatili che da sempre avevano segnato l’arrivo della primavera. Oggi, prendendo spunto da questo titolo, viene da chiedersi se la diffusione del fenomeno dell’abbandono non sia in effetti un sintomo ulteriore di un’epidemia silenziosa – e invisibile -, e quali siano i parametri e le metriche, i numeri che ci possono aiutare a comprendere cosa stia effettivamente accadendo. In questa prospettiva il recupero colturale assume un ruolo strategico ben oltre la valorizzazione del prodotto ‘olio’. Per comprenderlo, avremo bisogno di conoscere i numeri della ricaduta che questo immaginario ha su tantissime altre attività socio-economiche.
Un volano di sviluppo particolarmente efficace, e non soltanto in quei territori caratterizzati da lunga persistenza storica delle colture tradizionali e dal mantenimento di una forte identità culturale.
Già, l’unicità del nostro paesaggio. Sarebbe importante cercare di “dare i numeri” giusti circa l’immenso valore aggiunto che esso costituisce, tenendo ben presente l’inevitabile ricaduta che quest’ultimo ha su tutto ciò che dell’Italia risulta essere apprezzato, amato e desiderato, in quanto associabile all’idea del “bel paese”. Così come sarebbe fondamentale capire i numeri che le nostre belle ulivete concorrono a realizzare.
Numeri che traducano un generico valore in un valore di bilancio economico, sociale, culturale. Numeri da conoscere perché il sistema Italia non inizi a indebolirsi, a crettarsi.
Basti qui ricordare che i luoghi di coltura olivicola, in senso produttivo, sono molto spesso aree interne e localizzate in piccoli comuni, che vivono processi di abbandono non solo colturale ma anche urbano e socio-economico. Fenomeni che la crisi pandemica ed economica, da cui ancora non siamo del tutto usciti, potrebbe ulteriormente aggravare, colpendo soprattutto particolari categorie di cittadini, come le donne e i giovani (ma non solo).

Lo sviluppo economico e sociale del paese passa (anche) per un’uliveta

Attivare iniziative di contrasto all’abbandono delle ulivete può rappresentare un’opportunità di innesco di circoli virtuosi tra dimensione sociale e produttiva, anche oltre le iniziative di Agricoltura Sociale classicamente intesa. In questo contesto, contrastare l’abbandono equivale a rigenerare una cultura millenaria, una dimensione civile e di benessere economico e ambientale che ripensi la produzione agricola e la qualità della vita come occasione di ripresa e sviluppo del Paese.
Se l’agricoltura e la coltivazione sono attività complesse, orientate a costruire e preservare luoghi, comunità, sistemi di relazioni ambientali e biologiche, il buon governo dei paesaggi non può limitarsi alla salvaguardia estetica o alla musealizzazione fine a se stessa. Occorre andare oltre la custodia dei singoli “oggetti” e individuare nelle pieghe e nelle relazioni del territorio i bisogni e le opportunità per progettare i luoghi di domani rispettando l’unicità di ogni contesto.
Un censimento nazionale delle ulivete in stato di abbandono è un’impresa difficile, ma non irrealizzabile. Partendo ad esempio dall’ipotesi di un confronto. Fra i dati catastali e/o i risultati del recente Censimento Generale dell’Agricoltura da una parte, e le immagini satellitari o le riprese realizzate con i droni dall’altra. Da questo tipo di attività si potrebbero ricavare numeri davvero importanti, indispensabili per avviare il necessario processo di ridefinizione – o forse riscoperta? – del vero valore dell’olio e delle ulivete, che in nessun caso può essere ricondotto e limitato al prezzo di mercato. Saremo davvero felici di collaborare con tutti gli enti, le istituzioni, le associazioni, i centri di ricerca e i singoli ricercatori o cittadini che hanno interesse e bisogno di portare avanti questa ricerca.

La sala di lettura dello Scriptorium

L’impegno del Centro Ricerche sAu su Agricoltura e Sviluppo del Territorio
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  • Pandolfini, E. (2019), Il paesaggio nascosto. Quale comunicazione per i luoghi della complessità, Firenze, Olschki.
  • Sbardella, M. (2019), La sostenibilità scomunicata. Cosa stiamo sbagliando e perché, Sant’Arcangelo di Romagna, Apogeo
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Autore

Marco Sbardella

Ph.D., Ricercatore e socio fondatore del Centro Ricerche scientia Atque usus per la Comunicazione Generativa ETS
Consulente presso Lab CfGC
Svolge ricerca negli ambiti dello sviluppo rurale, del climate change e della comunicazione sanitaria.