Mi piace scrivere a mano perché… 

Tecnologie per valorizzare il tocco umano
“Mi piace scrivere a mano perché…”
Il valore aggiunto della creatività umana
di Alessandra Anichini | 09 01 2023
Di cosa parliamo in questo articolo?
Negli ultimi anni, la decisione di abolire il corsivo nelle classi di scuola finlandesi ha riacceso l’interesse nei confronti della scrittura a mano, considerata attività propedeutica allo sviluppo di abilità e competenze cognitive. Non nutriamo nessun pregiudizio contro l’uso della tastiera, anzi. Tuttavia, saper usare penna e matite significa ancora qualcosa di importante per bambini e adulti. 
I
punti approfonditi nell’articolo riguardano: 
  1. scrittura: atto concreto o astratto?
  2. una ginnastica per la mente
  3. scrittura a mano e soggettività
  4. scrivere per sostare
  5. scrittura come disubbidienza
  6. questioni di stile 

Ambito di Intervento

Tecnologie per valorizzare
il tocco umano

Il Centro Ricerche sAu da anni porta avanti progetti di ricerca e sperimentazione sulle tecnologie vecchie e nuove, per favorire uno sviluppo tecnologico che non automatizzi l’uomo ma che, al contrario, lo aiuti a rafforzare la propria creatività e progettualità.

Scrittura: atto concreto o astratto?

Negli ultimi venti anni, la ricerca ha riscoperto il tema della scrittura a mano ed era prevedibile, dal momento che la tastiera ha gradualmente sostituito tecnologie meno avanzate, come la matita, la stilografica o la penna a sfera. Si sono moltiplicati, così, gli studi che sottolineano le differenze tra i due atti scrittori: dagli aspetti più ergonomici a quelli più cognitivi e fenomenologici, fino a quelli più propriamente sociali. La ricercatrice norvegese Anne Mangen, coordinatrice, tra l’altro, del progetto europeo E-READ- Evolution of reading in the age of digitisation – COST Action (2014-2019), ci offre una rassegna sufficientemente esaustiva di quanti hanno scritto di queste differenze, alcune delle quali ben intuibili anche da parte di occhi meno esperti. Per quanto riguarda l’ergonomia, ad esempio, è chiaro come la scrittura a tastiera coinvolga entrambe le mani (dieci dita, nella situazione ottimale), mentre la scrittura a mano rappresenta uno dei processi corporei più lateralizzati (sono pochissimi gli ambidestri in grado di padroneggiarla con destra e sinistra al contempo).
Ancora: il coordinamento dell’attività manuale e dell’attenzione visiva è diverso nelle due modalità di scrittura. I più abili scrittori a tastiera, infatti, possono mantenere l’attenzione visiva principalmente sullo schermo su cui il testo appare, mentre i meno abili dirigono lo sguardo occasionalmente o prevalentemente verso la tastiera (Johansson, Wengelin, Johansson, & Holmqvist, 2010); durante la scrittura a mano, viceversa, l’attenzione si concentra in genere sulla punta della penna che traccia il testo, rendendo temporalmente e spazialmente unificate e contigue attenzione visiva e azione sensomotoria (Mangen, 2015). In genere si tende, quindi, a sostenere che l’atto di scrittura tramite tastiera sia più astratto e “fisicamente distaccato” rispetto a quello a mano, concreto e “corporeo” (Mangen, 2015).

Una ginnastica per la mente?

La dimensione ergonomica si lega inevitabilmente a quella cognitiva e molti sono gli effetti studiati, con ricadute sugli apprendimenti. Alcuni studiosi sostengono che nel momento in cui un bambino apprende la scrittura a mano, tende ad utilizzare la maggior parte delle capacità cognitive disponibili nello sforzo di sagomare le singole lettere, a scapito dell’attenzione al contenuto. Altri, viceversa, affermano come nella scrittura a mano la capacità cognitiva sia più libera di elaborare e manipolare i contenuti e quindi di appropriarsene (Feder & Majnemer, 2007). La scrittura a mano consentirebbe una migliore memorizzazione (Mangen, 2015), motivo per cui le annotazioni a mano sarebbero preferite dagli studenti durante lo studio.
Del rapporto tra scrittura a mano e memorizzazione ha parlato, in Italia, Benedetto Vertecchi, promotore della ricerca Nulla dies sine linea, un’indagine che, a partire dal 2014, ha coinvolto alunni di scuola primaria e ha esplorato i vantaggi per gli studenti di un rapporto costante con carta e penna. 
Da tempo il pedagogista difende il valore di una tradizione didattica che le nuove tecnologie sembrano minare all’interno della scuola e si oppone a quella che considera una sorta di “deriva tecnologica”. Negli Stati Uniti, Laura Dinehart ha sottolineato il rapporto tra apprendimento della scrittura a mano e successo scolastico, anche sostenendo l’opportunità di iniziare attività di prescrittura fino dalla scuola dell’infanzia, poiché scrivere a mano nei primi anni di vita favorisce lo sviluppo delle abilità di lettura (James e Engelhardt, 2012; Longcamp et al., 2005).
Progetto
Centro di Documentazione e Comunicazione Generativa “Don Lorenzo Milani e Scuola di Barbiana”
Il progetto prevede l’ideazione, la progettazione e la realizzazione di un Centro di Documentazione e Comunicazione Generativa orientato alla progettazione, attraverso il quale sostenere e promuovere attività di formazione che si ispirano al pensiero e all’azione di don Milani, con una particolare attenzione all’importanza della scrittura.
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Scrittura a mano e soggettività

Gli studi in questione, molti dei quali a sostegno della scrittura a mano e in particolare dell’utilizzo del corsivo, sono la risposta ad atti istituzionali che, prima negli Stati Uniti (2012, Common Core State Standards) e poi nella Finlandia del vecchio continente (2016), hanno sostituito l’apprendimento del corsivo con la scrittura su tastiera, proprio per scongiurare quella fatica manuale che rappresenterebbe un intralcio alla comprensione dei contenuti, oltre che un anacronismo nel mondo innovativo degli schermi e delle tastiere. 
La scrittura manuale viene sostenuta nella misura in cui implica un coinvolgimento maggiore del corpo nell’atto scrittorio, una vicinanza più diretta tra mano, penna e pagina. Il ricorso al corsivo contribuirebbe al corretto sviluppo di abilità motorie, favorendo la fluidità dei movimenti anche tramite il controllo della pressione della penna sul foglio. Scrivere a mano è anche propedeutico a pensare, più di quanto lo sia la scrittura automatizzata. Inoltre, il corsivo è un po’ lo specchio della nostra personalità, l’identità dello scrivente, personale e unica, che si rivela sulla pagina. Di questo aveva già parlato Franco Frabboni, fino dai primi anni del XXI secolo, e studi di psicologia clinica hanno stabilito un rapporto stretto tra traccia scrittoria ed espressione della personalità (Giuliana Ammannati, autrice del libro Il mio nome in corsivo, ha dedicato anni ad una ricerca sulle difficoltà della scrittura in corsivo di giovani dai 14 ai 19 anni).

Scrivere per sostare

Non è facile prendere posizioni nette su questo tema, senza la paura di lasciarsi catturare da nostalgie personali che se per qualcuno rievocano la scoperta meravigliosa di un tratto armonico in suo potere, per altri sono solo la frustrazione di una comunicazione oscura agli interlocutori, incapaci di decifrare una grafia incerta o la fatica di una penna che non scorre e ricopre di macchie indesiderate la superficie bianca di un foglio. Anche la scrittura a mano è una tecnica e fa uso di tecnologie, non sempre “fraterne” ed usabili. La scrittura a mano è corpo, la scrittura con la tastiera è artificio meccanico, anche se entrambe sono un atto del tutto innaturale ed artificiale. Certo è che la scrittura a mano è un gesto “artigiano”, meno industriale, seppur regolato da norme e indicazioni sulle modalità di tracciare un carattere, più connotata di quel “tocco umano” che rende oggi ogni prodotto più apprezzabile.  Possiede l’“aura” di benjaminiana memoria, assegnata ad ogni prodotto unico nel suo genere.
Può essere ascritta a quella categoria di azioni che producono artefatti in grado di definire la “mano intelligente” dell’uomo, quella che non solo crea oggetti, ma genera pensieri e sentimenti come il sociologo Richard Sennett ci ha rivelato nel primo volume della sua trilogia, L’uomo artigiano: “soltanto quando il soggetto è in grado di concentrarsi riuscirà a coinvolgersi emotivamente” (Sennett, 2013, p. 168).  Al di là delle significative ricerche che la difendono a spada tratta, possiamo sostenere come la scrittura a mano rappresenti oggi, forse, la possibilità di concedersi il lusso di un indugio, di recuperare il gusto di gesti lenti che restituiscano al pensiero un ritmo meno incalzante. La tastiera è sinonimo di velocità fino dal momento in cui la macchina da scrivere ha rivelato la possibilità di tecniche di battitura degne di record. Viceversa, nessun docente si sarebbe mai sognato di dire ad uno studente “scrivi veloce”, quanto semmai “scrivi bene ed ordinato”.

Scrittura come disobbedienza

La scrittura a mano rappresenta anche una piccola disobbedienza, quella di difendersi dai cliché, dagli stereotipi dei programmi di scrittura, pronti a soddisfare ogni nostro desiderio formale, con la lusinga di evitarci fatiche e fallimenti, facendo assomigliare, da subito, i nostri testi alle pagine a stampa di un libro. La scrittura a mano ci offre la possibilità di apprezzare la nostra reale originalità, non quella fittizia mediata e orientata da modelli preconfezionati, ma della nostra grafia, elemento di grande distinzione contro la standardizzazione dei caratteri stampati, anonimi, seppure ricercati ed esteticamente gradevoli. La scrittura a mano è più libera (o almeno può esserlo oggi, dopo che le tecnologie l’hanno liberata dalla funzione meccanicamente riproduttiva di un tempo), così come la pittura lo è stata di più dopo l’avvento della fotografia.    Ce lo hanno rivelato anche gli studenti coinvolti in una ricerca svolta da Indire (l’Istituto Nazionale per la Documentazione, l’Innovazione e la Ricerca Educativa, che ha sede a Firenze, Roma, Napoli e Torino) negli anni 2021/2022, presso l’Istituto comprensivo “Ugo Amaldi” di Cadeo e Pontenure, in provincia di Piacenza. Si tratta di ragazzi di scuola secondaria di primo grado, già avanti nel percorso scolastico e abituati a scrivere da almeno sei anni. A noi ricercatori che li abbiamo intervistati, hanno detto di amare la scrittura al computer perché è più facile e più veloce, consente la correzione e salva dagli errori. Garantisce, insomma, una migliore efficienza. Se scrivere significa svolgere un compito, rispondere a quesiti, o superare un test, perché mai si dovrebbe scrivere a mano su carta? Se invece quell’atto significa prendersi il tempo per riflettere, annotare, ragionare, allora la carta va benissimo e se si devono prendere appunti, segnare note a fianco ad un testo, la mano è ancora lo strumento preferito dagli studenti. La scrittura a mano specializza così la sua funzione, ora che un’altra tecnologia è in grado di ottemperare meglio ad alcune funzioni che le sono state attribuite. I ragazzi esprimono una saggezza profonda e non vorremmo privarli della possibilità di poter scegliere. 

Bibliografia/Sitografia

  • Ammannati, G. (2008). Il mio nome in corsivo. Riflessioni ed echi di stampa da una ricerca pedagogico-clinica sulla scrittura degli adolescenti. Città di Castello: Edizioni Scientifiche
  • Dinehart, L. H. (2015). Handwriting in early childhood education: Current research and future implications. Journal of Early Childhood Literacy. Volume 15, Issue 1, March 2015, 97-118
  • Feder, K. P. Majnemer, A. (2007). Handwriting development, competency, and intervention Handwriting development. Developmental Medicine; Child Neurology, 49(4), 312-317
  • James, K. H., Engelhardt, L. (2012). The Effects of Handwriting Experience on Functional Brain Development in Pre-Literate Children. Trends in Neuroscience and Education, 1(1), 32–42
  • Johansson, R., Wengelin, Å., Johansson, V. et al. (2012). Looking at the keyboard or the monitor: relationship with text production processes. Reading and Writing, 23(7), 835–851
  • Longcamp, M., Zerbato-Poudou, M.T., Velay, J.L. (2005), The influence of writing practice on letter recognition in preschool children: a comparison between handwriting and typing. Acta Psychologica, 119, 67-79
  • Mangen, A., Velay, J.L. (2010), Digitizing literacy: reflections on the haptics of writing, in M. H. Zadeh, Advances in Haptics, IntechOpen
  • Mangen A., Anda L. G., Oxborough G. H, e Brønnick K. (2015), Handwriting versus keyboard writing: Effect on word recall. Journal of Writing Research, 7(2), 227-247
  • Mueller P. A., Oppenheimer D.M. (2014) The Pen Is Mightier Than the Keyboard: Advantages of Longhand Over Laptop Note Taking. Psychological Science, 25(6), 1159–1168
  • Seminario AGP (2014) La scrittura a mano nell’era dei nativi digitali: analisi prospettive e sfide, Roma 9 Marzo 2014
  • Sennett, R. (2013). L’uomo artigiano, Feltrinelli: Bologna
  • The Importance of Teaching Handwriting in the 21st Century (2012), Hanover Research Washington DC
  • Venturelli A. (2011). Scrivere, l’abilità dimenticata. Milano: Edizioni Mursia
  • Vertecchi B. (2016). I bambini e la scrittura. L’esperimento Nulla Dies sine Linea, Franco Angeli: Milano

Autore

Alessandra Anichini

Ricercatrice INDIRE – Istituto Nazionale per la Documentazione, l’Innovazione e la Ricerca Educativa
Socia fondatrice del Centro Ricerche “scientia Atque usus” per la Comunicazione Generativa ETS