L’insostenibile comunicazione della sostenibilità

Sostenibilità quotidiana e cambiamenti climatici
L’insostenibile comunicazione della sostenibilità
Le risorse della complessità
di Marco Sbardella | 02 05 2023
Di cosa parliamo in questo articolo?
Stiamo vivendo un paradosso, quello della Sostenibilità. Quest’ultima, infatti, mentre è al centro di ogni discorso pubblico, fonte di previsioni inquietanti e di eventi catastrofici, se, viceversa, è valutata come pratica quotidiana, come cultura diffusa nel privato e nel pubblico, risulta essere debolissima, se non assente. A monte di questo paradosso c’è la comunicazione, che non può più essere intesa come uno strumento per “trasmettere” ma può e deve diventare una risorsa per “generare”. In questo articolo ci si interroga sulla relazione tra comunicazione e sostenibilità, argomentando la necessità e l’urgenza di ridefinire radicalmente entrambi i poli di questa relazione. Questa è la struttura dell’articolo:
  • Le Terre di mezzo e il Paradosso della sostenibilità
  • Una sfida da cogliere 
  • Cambia il sistema, cambia il paradigma comunicativo
Una prima versione più ampia di questo articolo è stata pubblicata nel volume La sostenibilità scomunicata. Cosa stiamo sbagliando e perché (Maggioli, 2019)

Ambito di Intervento

Sostenibilità quotidiana e cambiamenti climatici

Il Centro Ricerche sAu porta avanti progetti di ricerca basati sull’obiettivo di ridurre la distanza tra ciò che sappiamo – in termini di sostenibilità – e ciò che quotidianamente facciamo, a livello individuale e collettivo

Le Terre di mezzo e il Paradosso della Sostenibilità

L’avventura dell’uomo sulla Terra è iniziata più di due milioni di anni fa, quando i nostri antenati Homo habilis hanno fabbricato le prime tecnologie e si sono differenziati dagli altri primati. 65.000 o 70.000 anni fa ci eravamo già evoluti in Homo sapiens e abbiamo per la prima volta abbandonato l’Africa per colonizzare tutto il mondo a scapito delle altre specie di ominidi, mentre tra i 10.000 e gli  11.000 anni fa abbiamo “inventato” l’agricoltura e iniziato un lungo percorso che si è concluso con l’abbandono del nomadismo e l’adozione di stili di vita stanziali: abbiamo allora iniziato a scrivere la nostra storia più recente. In realtà abbiamo iniziato a scriverla nel vero senso della parola soltanto 5.500 anni fa circa, proprio quando abbiamo inventato la scrittura.
Gli ultimi 10.000 anni – l’Olocene – sono stati un periodo particolarmente favorevole per lo sviluppo della nostra specie, perché ci hanno garantito climi stabili e un numero relativamente ridotto di cataclismi naturali. È grazie a queste condizioni che le prime sparute tribù di esseri umani hanno colonizzato l’intero pianeta e dato vita alle città, agli imperi e alle civiltà che conosciamo.
In tutto questo periodo, abbiamo riflettuto a lungo sul rapporto che lega l’uomo al suo ambiente e agli altri esseri viventi, ma non ci siamo mai posti il problema della sostenibilità, semplicemente perché non ce n’era bisogno. La Terra e i suoi ecosistemi ci hanno fornito tutte le risorse di cui avevamo bisogno e hanno accolto senza difficoltà i nostri rifiuti, hanno resistito alla costante opera manipolatoria dell’uomo senza subire danni irreparabili se non in contesti circoscritti. 
Abbiamo iniziato a porci il problema del nostro rapporto con l’ambiente solamente da qualche decennio, un battito di ciglia in confronto ai “tempi storici” e ancor meno rispetto ai “tempi biologici” che caratterizzano la nostra avventura terrestre.
Oggi, infatti, la quasi totalità della comunità scientifica è concorde sulla necessità di rendere più sostenibile il nostro rapporto con l’ambiente naturale, la gran parte dei capi di stato e di governo ribadisce in continuazione la propria volontà di impegnarsi in questa direzione, le aziende fanno a gara a pubblicare i bilanci di sostenibilità e ad attivare iniziative “green” e sempre più cittadini dimostrano interesse e consapevolezza per l’argomento. Eppure qualcosa non torna. L’umanità non è mai stata, neppure durante la Guerra Fredda e l’incubo nucleare, così lontana dal soddisfare «i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle future generazioni di soddisfare i propri», per riprendere la più condivisa definizione di sviluppo sostenibile, quella formulata nell’ormai lontano 1987 nel report finale della Commissione Brundtland. Questo è il Paradosso della sostenibilità: oggi sembra non esserci nulla di più insostenibile e incomunicabile della sostenibilità. Di questa sostenibilità scomunicata. Questo paradosso ha molto a che fare con la comunicazione. Se proviamo ad andare alla fonte di questo Paradosso, notiamo come tutto riconduca allo iato che quotidianamente sperimentiamo tra i nostri valori e le nostre aspirazioni, da una parte, e i comportamenti che riusciamo a mettere in pratica, dall’altra. Tra le parti e il sistema, tra l’ideale e il possibile, tra il simbolico e il fisico. E proprio quelle “terre di mezzo”, che costituiscono un aspetto fondamentale, ma spesso ignorato, della comunicazione, sono l’ambito che merita maggiore attenzione. Perché è lì che dobbiamo guardare se vogliamo costruire una “sostenibilità realmente sostenibile”. Che sia pensabile e praticabile, ideale e reale, simbolica e fisica, individuale e collettiva, una e molteplice. Una sostenibilità che, come l’orizzonte e l’utopia, ci indichi la strada da percorrere, e ci tenga lontani dall’equilibrio statico che, come insegnano i biologi, corrisponde alla morte di un sistema.

Una sfida da cogliere

Ci troviamo oggi in una situazione del tutto inedita per la nostra specie, se non per l’intero pianeta. Una situazione che sempre più persone stanno iniziando a riconoscere come una nuova era geologica che, seguendo un’intuizione di Paul Crutzen, viene chiamata Antropocene. Le possibilità di cui ora disponiamo, per lo più inconsapevolmente, di modificare e perturbare l’ambiente non hanno eguali nella storia umana. E la velocità con cui  entrambi i poli della relazione (l’ambiente da una parte e le nostre azioni dall’altra) mutano ed evolvono sono oggetto di una costante e incontrollata accelerazione. Tutto questo rende estremamente difficile definire una volta per tutte la sostenibilità. Ciò che è certo è che la sostenibilità è del tutto incompatibile con la conservazione dello status quo, o ancora peggio con la rincorsa a un passato tanto idilliaco quanto mai esistito. La sostenibilità, per avere senso, deve essere proiettata al futuro, un futuro tutto da progettare e costruire, in cui la necessaria armonia con l’ambiente non precluda la straordinaria creatività della nostra specie, che dovrà essere in grado di individuare risorse inedite proprio in quella complessità che, solo a causa del persistere da parte nostra di un grave errore di prospettiva, tendiamo a leggere come un inestricabile matassa di problemi. Dobbiamo allora rigettare con forza quelle visioni conservatrici o nichiliste – dal punto di vista culturale e politico prima ancora che ambientale – che hanno incontrato una discreta fortuna negli ultimi anni e che sempre più spesso si insinuano anche in larga parte delle posizioni progressiste. Ma con altrettanta forza dobbiamo rigettare i punti di vista fideistici che prospettano l’intervento di un deus ex machina – tipicamente rappresentato da una tecnologia sempre più nuova – in grado di tirarci fuori dal vicolo cieco che abbiamo imboccato.
Allo stesso modo, la ricerca della sostenibilità non può essere affidata né ai grandi summit dell’ONU, né allo spontaneismo delle azioni e delle scelte di ciascun individuo, meno che mai quando queste siano riferibili a dinamiche proprie della società dello spettacolo (si veda il fenomeno dell’imbrattamento di opere d’arte, che tra le vittime ha visto anche la Primavera del Botticelli agli Uffizi). Queste ultime, infatti, se non hanno la capacità di modificare le grammatiche economiche e sociali del nostro modello di sviluppo finiscono nel migliore dei casi a limitarsi a nobili e gratificanti, ma alla fine inutili, attestazioni di buona volontà o, nei casi peggiori, ad azioni dannose per la causa che vorrebbero promuovere.
Il nuovo sistema che siamo chiamati a realizzare non sarà solo nuovo, ma sarà appunto inedito, apparterrà, cioè, ad un paradigma di sistema mai esistito prima, a cominciare dalla natura delle relazioni che non dovranno essere più meccaniche, ma generative. La sostenibilità va allora ricercata, progettata e praticata nel campo dinamico delle relazioni che si generano tra i due poli rappresentati dalle strategie sovranazionali da una parte e dalle scelte individuali dall’altra. È, di conseguenza, un gioco di potere, un campo di contesa in cui i saperi e i poteri di foucaultiana memoria sono prodotti e diffusi nella e sulla società, e sono oggetto di con- tinua negoziazione, in base a rapporti di forza che non sono mai dati una volta per tutte, perché «il potere non si dà, non si scambia né si riprende, ma si esercita e non esiste che in atto», esatta- mente come la comunicazione. Per questo, sostenibilità, potere e comunicazione rappresentano tre elementi difficilmente scindibili.
La Storia è da scrivere in maniera inedita rispetto al passato, prima di tutto perché sono gli strumenti di cui dispone a non appartenere più al sistema passato.
Strumenti di “scrittura” della realtà ma prima di tutto di analisi, di interpretazione e di conoscenza, di “lettura” di un reale che come mai prima nella storia del genere umano è ormai impossibile studiare, cercare di capire, senza contemporaneamente trasformarlo.
Il senso del Paradosso della sostenibilità in cui, in maniera universalmente angosciante, siamo immersi è il risultato di questa impossibilità: pensare e agire – e quindi comunicare – il nuovo sistema-mondo con un’idea di natura e di forza appartenenti ad una realtà che non c’è più. È una sfida spaventosa e appassionante allo stesso tempo, e sta a noi decidere se accettarla o no, sapendo comunque che il processo generativo che abbiamo innescato non si spegnerà certo a causa della nostra scelta di non scegliere e che la macchina che abbiamo avviato ci porterà inevitabilmente, se non iniziamo a gubernarla, dritti dritti nel dirupo.
Cambia il sistema, cambia il paradigma comunicativo
Il Paradosso della sostenibilità è determinato dal fatto che l’attuale accezione di sostenibilità non è adatta allo scenario in cui si colloca, perché figlia del paradigma comunicativo attualmente dominante, che a sua volta è chiaramente collegato – ne è causa e effetto al tempo stesso – a una riduttiva visione del mondo caratteristica dell’Homo oeconomicus.
Addentrandosi nell’ampio e denso mondo della sostenibilità risulta evidente che fino a quando, come singoli individui e come collettività, non ci libereremo di questo approccio predatorio nessuno sviluppo realmente sostenibile sarà possibile.
Dobbiamo quindi spezzare il circolo vizioso di hybris e némesis che abbiamo attivato ben prima dell’avvento del neoliberismo, ma che con quest’ultimo ha raggiunto livelli quantitativamente e qualitativamente inediti.  
E non possiamo farlo scendendo dal treno della Storia per rifugiarci in passati tanto idilliaci quanto irreali, ma accettando la sfida che la complessità con la sua scoperta ci ha consegnato, e cioè che la nostra non è una crisi da scarsità ma da eccesso di risorse. E non perché le singole risorse siano infinite, ma perché la trama che si può scrivere tra loro, fisicamente e simbolicamente, materialmente e immaterialmente, offre infinite combinazioni, ognuna delle quali ridefinisce a sua volta l’identità di ciascuna di queste fonti di energia singolarmente considerata.
Per questo è errato e poco sostenibile continuare a pensare che la sostenibilità difetti di una comunicazione vincente, per cui se si riuscisse a individuare una strategia efficace si riuscirebbe a favorirne l’affermazione. 

Il problema non è quello di scegliere canali, contenuti d’effetto; neppure quello di affidarsi a sofisticate tecniche di persuasione. Tutte azioni che – avulse dal più ampio contesto – vanno a scapito di un reale processo di cambiamento basato sulla libertà, la creatività e la conoscenza.
Le nostre azioni causano reazioni che spesso non possiamo prevedere, i rischi e le sfide che abbiamo davanti sono sempre più di livello globale, la tecnica sembra avere una volontà propria, che non sempre coincide con gli interessi della nostra specie e le disuguaglianze nella distribuzione del benessere materiale e immateriale sono sempre più profonde.
Ma oggi – per la prima volta – abbiamo gli strumenti per progettare e scrivere il nostro futuro, attivando e disattivando relazioni inedite a tutti i livelli. Dall’infinitamente piccolo dell’ingegneria genetica all’infinitamente grande delle esplorazioni spaziali. E questa capacità di collegare ciò che è sempre stato scollegato e al contrario scollegare ciò che abbiamo sempre considerato per sua natura unito è proprio una delle caratteristiche principali della comunicazione.
A monte di tutto questo, infatti, c’è il vero problema, che è quello del paradigma comunicativo cui continuiamo ad affidare una rivoluzione culturale, sociale, politica, economica come quella che indichiamo come sostenibilita.
La sostenibilità per realizzarsi necessita di una ridefinizione di idee che sono alla base del nostro sistema socio-culturale, a cominciare dall’idea che si ha di energia, potere, forza, valore.

Dalle Anteprime della Library di sAu

L’impegno del Centro Ricerche sAu su Sostenibilità quotidiana e cambiamenti climatici

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Un paradigma meccanicistico come è quello della comunicazione che domina nel nostro sistema è incapace di progettare un sistema-mondo diverso da questo che sta implodendo. Questa comunicazione non è in grado di immaginare, di progettare, di concretizzare una realtà che non si basi su una visione della conoscenza e su una morale che non siano gerarchiche, trasmissive e che non impongano un comportamento emulativo. Ribaltare il paradigma comunicativo attualmente dominante, “abolire lo stato di cose presenti” per parafrasare Marx ed Engels, non è certamente facile, e sfugge alle possibilità individuali di ciascuno di noi preso singolarmente, ma è senz’altro una sfida che vale la pena – a livello di sistema e di conseguenza anche individuale – cogliere. Non abbiamo niente da perdere e anzi abbiamo tutto da guadagnare dall’invertire il processo di graduale degradazione del nostro ambiente naturale, sociale e politico, in ultima analisi della nostra autentica umanità.

Bibliografia

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    • Chelazzi, G. (2016). Inquietudine migratoria. Le radici profonde della mobilità umana, Roma: Carocci 
    • Crutzen, P. J. (2005). Benvenuti nell’antropocene! L’uomo ha cambiato il clima. La terra entra in una nuova era. Milano: Mondadori
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  • Sbardella, M. (2019). La sostenibilità scomunicata. Cosa stiamo sbagliando e perché. Sant’Arcangelo di Romagna: Apogeo
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Autore

Marco Sbardella

Ph.D., Ricercatore e socio fondatore del Centro Ricerche scientia Atque usus per la Comunicazione Generativa ETS
Consulente presso Lab CfGC
Svolge ricerca negli ambiti dello sviluppo rurale, del climate change e della comunicazione sanitaria.