Verso una Citizen science generativa
In questo articolo parliamo della Citizen Science, un approccio partecipativo alla ricerca che troppo spesso si traduce in forme di sfruttamento. Una scienza che abbia ricadute socialmente utili, al contrario, ha bisogno di un coinvolgimento autentico di tutti gli attori in gioco: persone dal mondo dell’usus e della scientia che possano collaborare per valorizzare in un sistema generativo le proprie conoscenze.
La ricerca scientifica ormai non è più una questione che riguarda un ristretto numero di esperti, ma è diventata una pratica che coinvolge tutti noi. È il concetto di Citizen Science: la possibilità di una partecipazione estesa a progetti di ricerca anche complessi ed importanti. Oggi, infatti, è diffusa la consapevolezza dell’importanza delle competenze anche di chi non appartiene al mondo scientifico. Conoscenze popolari tramandate tra generazioni, know how legati a professioni artigianali che stanno scomparendo, esperienze individuali e preziose sono risorse difficili da reperire e allo stesso tempo irrinunciabili. Inoltre, grazie alla connettività delle nuove tecnologie dell’informazione,mentre da un lato gli scienziati possono inglobare e valorizzare la saggezza del mondo dell’usus, dall’altro per i cittadini comuni diventa più facile comprendere nozioni tecniche e maneggiare strumenti un altrimenti esclusiva di pochi. Quello che sarebbe un approccio democratico vantaggioso tanto per la cittadinanza quanto per il mondo della scientia, è tuttavia troppo spesso frainteso. Il coinvolgimento viene confuso con l’arruolamento, il volontariato con lo sfruttamento, la condivisione con la spartizione. Dietro a nomi altisonanti, spesso c’è poco. A volte è sufficiente mettere a disposizione il proprio smartphone per fornire Citizen Generated Data, altre si chiede di completare test ripetitivi come fossimo parte di una catena di montaggio, mentre in ambito sanitario si arriva perfino a ridurre il cittadino a cavia di laboratorio. Così, nonostante i proclami e le buone intenzioni, ai partecipanti viene chiesto di compilare tabelle, portare a termine compiti meccanici, raccogliere semplici dati empirici. Con il risultato di ridurli a poco più che piccoli crawler sparsi per il mondo senza la minima idea di ciò che stanno facendo, senza che abbiano alcun potere sul lavoro per cui stanno contribuendo. Eppure la Citizen Science, quando è ricerca fatta non DA ma CON le persone, ha un potenziale enorme per il benessere della società. Il valore aggiunto di questo paradigma infatti non sta in un’apertura della ricerca fine a se stessa o, peggio ancora, strumentale e utilitaristica. Ciò che la contraddistingue, al contrario, è la sua capacità restituire potere alla cittadinanza. Ovvero di aumentarne le conoscenze, di avere maggiore consapevolezza della realtà e, di conseguenza, di avere la capacità di agire e prendere decisioni individuali e collettive impattanti. Che significa dare voce nella creazione stessa di un progetto di ricerca, farne capire l’importanza nelle vite, comprendere le aspettative e dare loro seguito. Serve dar seguito alla consapevolezza della necessità di un cambiamento radicale. Dell’esigenza sempre più avvertita, di una prospettiva, appunto, che, al di là delle intenzioni, è ancora in cerca di soluzioni operative veramente adeguate agli ambiziosi obiettivi dichiarati. Non è un caso che il Report “Science with and for Society in Horizon 2020 – Achievements and Recommendations for Horizon Europe” della Commissione Europea per la Ricerca, Scienza e Innovazione l’abbia indicata come risorsa fondamentale per garantire un maggiore empowerment sociale, per l’acquisizione di nuove conoscenze scientifiche, per il consolidamento della fiducia nella scienza, e, soprattutto, per l’implementazione di politiche che ascoltino i cittadini e ne migliorino concretamente le condizioni di vita. Come è emerso dai risultati di SISCODE, un progetto finanziato con quasi 4 milioni di euro dall’Unione Europea e guidato dal Politecnico di Milano, se la Citizen Science non ha ancora espresso tutto il suo potenziale è perché molti progetti tendono a limitarsi alla fase di consultazione piuttosto che andare verso una vera e propria partecipazione. In realtà, stimolare processi di co-creazione non-lineari che coinvolgano una molteplicità di attori in tutte le fasi della ricerca è un potentissimo strumento che può rendere la scienza più rilevante a livello sociale, accelerare e consentire la produzione di nuove conoscenze scientifiche, aiutare i decisori politici a monitorare l’attuazione e la conformità normativa, aumentare la consapevolezza pubblica sulla scienza e stimolare un processo decisionale politico basato sull’evidenza scientifica. In questo senso, un primo passo da cui partire è quello intrapreso dall’European Citizen Science Association (ECSA), che ha pubblicato, nel 2015, quelli che a suo parere sono i 10 principi della Citizen Science. Qui, tra i principi elencati, si specifica l’importanza di coinvolgere i cittadini con diversi ruoli nelle varie fasi di una ricerca, il riconoscimento del valore scientifico del coinvolgimento della cittadinanza e l’opportunità di avere, grazie a questo processo, un maggior impatto sociale nell’ottica di una progressiva democratizzazione della scienza. Oggi più che mai, con le nuove tecnologie che sembrano rendere tutto più semplice e veloce, abbiamo bisogno di uno sguardo umano, di un confronto critico tra posizioni diverse. Il digitale permette connessioni un tempo impensabili che consentono processi realmente democratici in cui le persone abbiano un ruolo consapevole e attivo. È per non farsi sfuggire quest’irrinunciabile occasione che il Centro Ricerche sAu si impegna con i suoi progetti. Uno è il progetto “Scienza partecipata per il miglioramento della qualità di vita delle persone con malattie rare”, mira a coinvolgere cittadini, scuole, associazioni, ricercatori e istituzioni a livello progettuale, promuovendo la condivisione di strumenti, idee ed esperienze che abbiano la forza di generare processi migliorativi per la vita delle persone e delle loro famiglie. L’altro è il progetto “Il ruolo degli Enti del Terzo Settore nella Ricerca: un valore che non ha prezzo?”, intrapreso per sviluppare e condividere una riflessione sul mondo degli Enti del Terzo Settore che si occupano di ricerca scientifica con un focus sulle necessità di definire un modello di volontariato sociale che promuova, rafforzi a valorizzi la partecipazione di queste organizzazioni – e di tutte le persone che rappresentano – al mondo della scientia, favorendo un proficuo scambio con gli aspetti dell’usus che, per loro natura, portano avanti. La convinzione che unisce i progetti del Centro Ricerche sAu e le iniziative europee è che la Citizen Science non sia conseguenza automatica dell’evoluzione tecnologica, ma il frutto di decisioni e progetti profondamente umani. Ovvero di prese di posizione, scelte valoriali il cui obiettivo sia dare luogo a processi generativi inediti che possano rivelarsi benefici per l’intera società. Una progettualità dunque non a discapito, ma costruita insieme alle persone, per le persone. |