Salute e sanità

Il paesaggio come coscienza: letteratura, natura e identità
Un’intervista a Gino Tellini

di Eugenio Pandolfini | 17 11 2025

Di cosa parliamo in questo articolo?

La letteratura italiana, fin dalle sue origini, ha riconosciuto nel paesaggio non un semplice sfondo, ma un interlocutore vivo dell’esperienza umana. Dai paesaggi mentali di Dante ai colli di Leopardi, dalle Langhe di Pavese ai fiumi di Fenoglio, la natura antropizzata è diventata specchio dell’anima, misura morale dell’uomo, terreno di verifica della sua responsabilità etica e civile. In un’epoca dominata dal consumo rapido dei luoghi — trasformati in scenografie effimere per il turismo o in risorse da sfruttare — riscoprire questa dimensione significa restituire al paesaggio la sua voce profonda: la voce che unisce memoria, linguaggio e sguardo.
Riflettere sul rapporto tra letteratura e paesaggio significa oggi immaginare un nuovo modello culturale di comunicazione dei territori, fondato non solo sulla promozione o sulla retorica della “bellezza”, ma sulla consapevolezza del loro valore complesso: ambientale, culturale, emotivo. Significa costruire un dialogo interculturale sui temi della natura, della sostenibilità, del turismo e dell’identità; proporre la letteratura come strumento educativo capace di farci comprendere la necessità di nuovi equilibri fra uomo e ambiente; rafforzare l’immagine dell’Italia come Paese della “bellezza pensata”, dove estetica, etica e sostenibilità si fondono.
Da queste premesse nasce il dialogo con Gino Tellini, tra i più autorevoli studiosi della letteratura italiana, che ha indagato a fondo il rapporto tra scrittura, paesaggio e civiltà. Nel suo sguardo si intrecciano la memoria dei classici, la responsabilità del presente e la fiducia nella parola letteraria come forma di conoscenza e di educazione. «La letteratura — spiega Tellini — non è un deposito di buoni sentimenti, ma lo specchio delle nostre paure, delle nostre colpe e della nostra fragilità. È proprio in questa capacità di mostrarci a noi stessi che essa diventa formativa: perché non fa prediche, ma ci fa vivere esperienze».

Ambito di Intervento

Cultura e Società

Il Centro Ricerche sAu collabora da anni con scuole, Università, associazioni e istituzioni, lavorando sull’educazione alla cittadinanza attiva e consapevole per le giovani generazioni e sullo sviluppo delle competenze necessarie ad esercitarla. Uno dei focus sui quali l’azione del Centro converge riguarda il paesaggio, inteso non come sfondo o cornice estetica, ma come patrimonio vivo che racconta la storia dei territori, delle comunità che li abitano e delle trasformazioni che li attraversano. Per questo il Centro Ricerche sAu ritiene fondamentale continuare a insistere su percorsi di riflessione, formazione e informazione, capaci di avvicinare cittadini e cittadine, in particolare i più giovani, alla complessità del paesaggio.
Paesaggi e territori: la complessità dell’eredità italiana

Quando si osserva la storia della nostra letteratura, appare subito chiaro che il paesaggio non vi è mai stato trattato come un elemento accessorio. Fin dal Cantico delle creature di San Francesco — che Tellini cita come punto d’origine di una sensibilità ecologica ante litteram — la natura è vissuta come sorella, madre, specchio di un ordine morale e cosmico. «Laudato si’, mi Signore, per sora nostra matre Terra», scriveva il santo di Assisi, riconoscendo nella terra una potenza che “sustenta et governa”. È un gesto fondativo: l’uomo non domina la natura, ma le parla.
Da quel momento in poi la letteratura italiana non smette di interrogarsi sul rapporto fra paesaggio e civiltà. «Nella nostra tradizione — osserva Tellini — la natura è abitata dall’individuo umano, è una natura coltivata, armonizzata, disciplinata dalla mano dell’uomo. Pensiamo all’idea stessa del giardino all’italiana, geometrico e misurato, simbolo di un ordine razionale che riflette la civiltà umanistica».
Ma questo controllo — questa forma di armonia — non è mai pura estetica: è una tensione morale. Nei Fermo e Lucia, e poi nei Promessi sposi, la “vigna di Renzo” è metafora perfetta di questa relazione: ordinata e produttiva finché vigilata, “diventa un terreno mostruosamente rigoglioso, ma improduttivo e infestato dalle erbacce” appena viene abbandonata a sé stessa.
«La natura — commenta Tellini — è vitalissima», ma senza la cura umana diventa cieca e selvaggia. È come se Manzoni ci ricordasse che l’equilibrio tra uomo e ambiente non è mai dato una volta per tutte, ma va continuamente rinnovato con la responsabilità.
In questa prospettiva, la letteratura italiana appare come una lunga educazione al paesaggio. Dante ordina l’universo morale attraverso il paesaggio simbolico dell’aldilà; Petrarca scopre nella montagna lo spazio dell’interiorità; Leopardi trasforma il colle di Recanati in una finestra sull’infinito. «Da Dante a Leopardi a Primo Levi — osserva Tellini — la sensibilità letteraria avrebbe potuto renderci più consapevoli delle conseguenze del nostro agire. Forse, se avessimo ascoltato di più i poeti, lo scempio che oggi vediamo nei territori sarebbe stato meno devastante».

La letteratura come strumento di consapevolezza
Per Tellini, la letteratura non è soltanto testimonianza o decorazione del reale, ma veicolo di consapevolezza culturale e memoria collettiva. «I pubblicitari — nota con ironia — saccheggiano il nostro patrimonio letterario per rendere più efficaci i loro messaggi promozionali, sia sul turismo sia sui prodotti della natura. Ma questo è un impiego strumentale. Alla letteratura spetta invece un ruolo attivo e primario: deve aiutarci a riconoscere le stratificazioni culturali dei territori e a ritrovare in esse la nostra identità». In questa prospettiva, il paesaggio non è soltanto “natura”, ma testo da leggere, palinsesto di memorie linguistiche, sociali e affettive. Ogni luogo diventa un racconto collettivo, in cui la storia, le tradizioni e i linguaggi si intrecciano. «Restituire voce ai paesaggi — suggerisce Tellini — significa restituire coscienza a noi stessi. La letteratura può essere lo strumento più potente per ricomporre questa memoria e per educare a una nuova percezione del territorio».

Sostenibilità: dal limite al linguaggio

Il tema della sostenibilità attraversa oggi ogni discorso pubblico, ma la letteratura — ricorda Tellini — lo ha anticipato da secoli. Già Leopardi e Pasolini avevano denunciato gli eccessi di un progresso cieco, mostrando le crepe di un modello di sviluppo che ignorava il limite.
«Riflettere sul Dialogo della Natura e di un Islandese o su La ginestra — spiega — significa confrontarsi con autori che avevano chiara la necessità di rispettare la natura. In Leopardi questo rispetto nasce dalla consapevolezza della nullità dei viventi di fronte alla terribilità della natura: una consapevolezza che è al tempo stesso poetica e morale».
La letteratura, dunque, educa non con precetti, ma con esperienze vissute. «Ci mostra i meccanismi delle nostre paure e delle nostre colpe. È educativa proprio perché ci costringe a guardare dentro di noi».
In un mondo che ha smarrito il senso del limite, la letteratura può ancora offrirlo. Tellini cita Montale, che nel 1925 scriveva: «Un primo dovere potrebb’essere dunque nello sforzo verso la semplicità e la chiarezza, a costo di sembrar poveri». È un invito alla sobrietà come valore morale, alla “coscienza dei propri limiti” come forma di maturità civile.
«Ci vogliono spesso le tragedie — commenta Tellini — per richiamare la coscienza dei limiti. La prosperità porta all’ambizione e alla volontà di potenza. Ecco perché la letteratura, che ci richiama alla fragilità dell’esistere, può essere un potente correttivo contro la malattia dell’onnipotenza».

Per Tellini, la sostenibilità autentica non è una moda, ma una forma di civiltà. «La buona letteratura è la nemica giurata delle mode», osserva. E aggiunge: «Già nei Promessi sposi vediamo che anche le catastrofi naturali, come la peste, sono di responsabilità umana. La letteratura ci insegna che la natura non è colpevole, lo è l’uomo che nega la propria responsabilità».

La sostenibilità scomunicata

Cosa stiamo sbagliando e perchè
Stiamo vivendo un paradosso, quello della Sostenibilità. Quest’ultima, infatti, mentre è al centro di ogni discorso pubblico, fonte di previsioni inquietanti e di eventi catastrofici, se, viceversa, è valutata come pratica quotidiana, come cultura diffusa nel privato e nel pubblico, risulta essere debolissima, se non assente. A monte di questo paradosso c’è la comunicazione, che non può più essere intesa come uno strumento per “trasmettere” ma può e deve diventare una risorsa per “generare”

 

Da qui l’idea che la lettura dei paesaggi — geografici e interiori — possa diventare una forma di “ecologia culturale”, capace di trasformare la percezione collettiva dei territori. «Credo — conclude Tellini — che leggere e raccontare i paesaggi possa educare a una nuova percezione del mondo. Possa diventare una forma di educazione culturale dal punto di vista ecologico».

Paesaggi inclusivi: la letteratura come spazio democratico

C’è poi un’altra dimensione, meno discussa ma decisiva: quella dell’inclusione. Troppo spesso il paesaggio è stato pensato come bellezza per pochi, riservata a chi possiede gli strumenti o i privilegi per comprenderla. Tellini ribalta questa prospettiva: «Credo nella funzione formativa della letteratura come educazione critica e autoconsapevolezza. Ritengo possibile che la letteratura possa educare a una fruizione (diciamo) democratica del paesaggio».

Certo, esiste una tradizione estetizzante ed elitaria — si pensi a D’Annunzio — che considera la bellezza un privilegio delle “anime belle”. «Ma questa idea — afferma Tellini — non mi interessa, e anzi la considero pericolosa». La bellezza deve essere condivisa, vissuta, partecipata. Il paesaggio appartiene a tutti, e la letteratura può insegnarci a guardarlo con occhi eguali.

Le migrazioni e i nuovi flussi culturali, secondo Tellini, hanno già trasformato la narrazione dei territori. «Le scritture degli autori migranti — spiega — aguzzano lo sguardo e l’ingegno: sanno vedere oltre i luoghi comuni e gli stereotipi. Anche il paesaggio cambia, diventa più complesso, più stratificato. È un campo di voci, non più un monologo».

Così il racconto del paesaggio italiano si arricchisce di nuove prospettive: quelle di chi arriva, di chi parte, di chi torna, di chi osserva da lontano. È un paesaggio in movimento, che riflette la realtà di un paese in trasformazione.

Il paesaggio nascosto

Quale comunicazione nei luoghi della complessità

l paesaggio è descritto come una realtà mai fissa, che cambia insieme alle persone che lo attraversano, agli usi che ne fanno e alle trasformazioni lente o improvvise che lo modellano. Il paesaggio in movimento è dunque un intreccio dinamico di natura, storia e percezioni: ciò che vediamo non è mai identico a ciò che vedremo, perché ogni luogo porta in sé tracce di mutamenti continui, spesso nascosti o poco visibili, ma fondamentali per comprenderne l’identità profonda
L’altro sguardo: dialogo con la sensibilità nordamericana

Come si confronta questa tradizione con le culture che hanno un diverso rapporto con la natura? Tellini guarda con interesse alla sensibilità nordamericana, spesso percepita come “più selvaggia” e primaria. «Negli Stati Uniti e in Canada — spiega — manca la tradizione umanistica europea, fondata sul controllo razionale del mondo. Lì è radicata l’idea di una natura libera, affrancata da ogni disciplina, padrona di sé. È uno spettacolo di suggestiva potenza, ma anche di furia terribile e distruttiva».
Il contrasto è netto, ma proprio per questo fertile. Se la letteratura italiana ha costruito un’immagine del paesaggio come luogo della civiltà, quella americana lo ha celebrato come spazio della libertà originaria

«Il dialogo — dice Tellini — è possibile e utile, con reciproca attrazione: noi siamo affascinati dallo spontaneismo vitalistico, loro dalla misura e dalla disciplina della nostra ragione civile».

Questo scambio interculturale apre un terreno di riflessione contemporaneo: in un mondo globalizzato, dove i modelli di consumo e rappresentazione della natura si omologano, riscoprire le diversità di sguardo significa arricchire la coscienza collettiva. Il paesaggio, dunque, non è solo un luogo fisico, ma un campo di traduzioni simboliche, in cui ogni civiltà misura sé stessa.

Dialoghi transatlantici: verso un turismo narrativo

Tra Italia, Stati Uniti e Canada, Tellini vede le condizioni per un dialogo reciprocamente costruttivo sui temi del paesaggio, della sostenibilità e della cultura.
«Milioni di statunitensi e canadesi — ricorda — sono di origine italiana, anche di seconda o terza generazione. Sono sensibilissimi a scoprire o riscoprire i valori culturali generati nella terra delle loro origini. Ma anche chi non ha radici italiane è attratto dalla nostra tradizione plurisecolare e pluriculturale. La letteratura è uno dei canali più profondi per trasmettere questo patrimonio».

L’Italia, con la sua stratificazione di memorie e di bellezze pensate, può diventare il laboratorio di un nuovo modello di turismo narrativo: non un consumo estetico dei luoghi, ma un’esperienza di conoscenza e di partecipazione. Raccontare un territorio attraverso le parole dei suoi scrittori significa renderlo vivo, rileggerlo, restituirgli senso.

Il paesaggio come misura dell’umano
Nell’intervista di Gino Tellini si delinea una visione limpida e profonda: la letteratura non salva la natura, ma può salvare il nostro sguardo su di essa. Può restituirci il senso del limite, della misura, della responsabilità. Il paesaggio, nella tradizione italiana, è stato il luogo dove si misura l’anima — uno spazio morale prima ancora che fisico. Oggi, in un tempo di crisi ecologica e di spaesamento culturale, recuperare questo rapporto significa rieducare la sensibilità collettiva, costruire una nuova alleanza tra linguaggio e ambiente. La sfida che Tellini ci affida è culturale e civile insieme: imparare a leggere il mondo come un testo, e i paesaggi come pagine di una coscienza comune. Solo così potremo restituire voce ai luoghi che abitiamo — non per nostalgia, ma per responsabilità. E forse, riprendendo il Leopardi della Ginestra che riconosceva la fratellanza “de’ mortali” davanti alla potenza della natura, la letteratura ci può aiutare finalmente a ritrovare una forma di umanità condivisa: fragile, sì, ma capace di misura, di cura e di bellezza pensata.

Autore

Eugenio Pandolfini

Ph.D., Ricercatore e socio fondatore del Centro Ricerche “scientia Atque usus” per la Comunicazione Generativa ETS. Dal 2019 è ricercatore a tempo Determinato di tipo A del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Firenze. Porta avanti attività di ricerca centrate sulla relazione tra tecnologie, territorio e paesaggio, tocco umano.

Intervistato

Gino Tellini

Gino Tellini, professore emerito, è un critico letterario, docente universitario e direttore del Centro di Studi “Aldo Palazzeschi”. Già Ordinario di Letteratura italiana presso l’Università di Firenze, ha tenuto lezioni, seminari e conferenze nelle Università di Parigi, Digione, Poitiers, Chambéry, Francoforte sul Meno, Bonn, Eichstätt, Varsavia, Toronto, Klagenfurt, Praga, e in Italia all’Università Cattolica di Milano e alla Scuola Normale Superiore di Pisa.
Ha insegnato Letteratura italiana dal 1994 al 2023 nei corsi estivi del Middlebury College, in Vermont e in California (Usa).
È stato fondatore della Scuola di dottorato in Italianistica e del Centro di Studi “Aldo Palazzeschi” dell’Università di Firenze.
Dirige inoltre le collane «Le Parole ritrovate» e «Biblioteca di letteratura», e la rivista «Studi italiani»