Salute e sanità

La medicina del futuro non esiste, la medicina si fa curando

Highlights dell’intervista a Marco Carini

di Amos Tozzini | xx xx 2026

Di cosa parliamo in questo articolo? 

In questo articolo esponiamo i punti salienti dell’intervista a Marco Carini, Professore Emerito di Urologia e Chirurgia Andrologica presso l’Università degli Studi di Firenze. Carini è stato Primario della SOD Urologia Oncologica Mininvasiva Robotica e Andrologica e Direttore del Dipartimento Oncologico e di Chirurgia a indirizzo robotico di Careggi, Direttore della Scuola di Specializzazione in Urologia, Presidente del Collegio dei professori ordinari di Urologia, Presidente e Fondatore dell’Accademia Italiana di Urologia.
Nell’intervista, abbiamo chiesto al professore di raccontare come lungo sua esperienza professionale la chirurgia sia cambiata, e di immaginare come potrebbe essere quella del futuro. Di seguito, facciamo luce su alcuni passaggi incisivi sull’impatto della robotica nel lavoro dei medici, nei benefici per i pazienti e nell’evoluzione della formazione professionale.

L’intervista, qui pubblicata sui Quaderni di sAu, presenta gli highlights di un colloquio esteso che sarà inserito in un progetto editoriale dedicato alla collana sAu Community.

Il prof. Carini è tra i fondatori del Master in Comunicazione Medico Scientifica e dei Servizi Sanitari dell’Università di Firenze

Una chirurgia più democratica

Aristotele, parlando dell’agire umano, distingueva tra poiesis e praxis. La prima consiste in un atto creativo, dal quale ha luogo qualcosa di nuovo. Poiesis è ad esempio scolpire una statua o costruire un edificio. La seconda si riferisce invece a un’azione fine in sé, come uno scambio commerciale o il soccorso di una persona in difficoltà.
Sebbene la chirurgia odierna sia una disciplina che richiede un alto grado di formazione e un aggiornamento costante, dove quindi la teoria occupa un ruolo fondamentale, la sua natura è intimamente e etimologicamente pratica. Operare richiede una manualità fuori dal comune e una preparazione fisica che non tutti hanno, come avviene in altri mestieri. O almeno, questo è quello che richiede la chirurgia tradizionale, fatta con pinze, bisturi e guanti. Ora, con l’introduzione delle nuove tecnologie all’interno delle sale operatorie, è proprio questa dimensione la prima a cambiare.

La chirurgia robotica è sempre più una realtà consolidata. Secondo un report dell’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali, gli interventi robotici di chirurgia generale tra 2018 e 2023 sono più che triplicati, e la crescita non sembra destinata a rallentare. Come spiega il prof. Marco Carini, primario della SOD Urologia Oncologica Mininvasiva Robotica e Andrologica e direttore del Dipartimento Oncologico e di Chirurgia a indirizzo robotico all’Ospedale Careggi di Firenze, si tratta di un’enorme semplificazione del lavoro dei medici ai quali sono richiesti sforzi fisici minori, permettendo loro di concentrare meglio le energie.
L’abbattimento delle barriere di accesso tradizionali alla pratica chirurgica si traduce in benefici evidenti per tutti.
Per i medici, perché avverrà una democratizzazione della professione. In un contesto prevalentemente maschile, le differenze di genere si ridurranno, accelerando il processo di femminilizzazione, come testimoniato dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli Odontoiatri.
Ma anche per i pazienti, la cui richiesta di interventi robotici, come riferisce lo stesso prof. Carini, è in aumento. Essi potranno così beneficiare di tecniche meno invasive e di competenze tecniche e umane di un personale fino a questo momento poco valorizzato se non addirittura escluso.

«La chirurgia tradizionale richiedeva una manualità fine e una resistenza fisica notevole: alcuni interventi durano 6-7 ore. La robotica ha ridotto notevolmente la fatica. Le donne, in molte attività, hanno dimostrato di avere una manualità anche superiore a quella maschile. La chirurgia robotica, che potremmo definire una “chirurgia di ricami”, favorisce quindi anche le donne. Fatica fisica, resistenza prolungata e modalità di apprendimento tradizionali erano barriere implicite. Con la chirurgia robotica e la simulazione, queste barriere si sono notevolmente ridotte.»
Prof. Marco Carini

Oggi segnaliamo

Global Evidence on Gender Gaps and Generative AI

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Il gender gap tra le professioni sanitarie è un tema sensibile. Non solo per l’equo trattamento di tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori, ma anche per garantire il miglior servizio possibile ai pazienti. Perché un medico non adeguatamente formato, inserito o retribuito, uomo o donna che sia, è un medico meno performativo. Per questo, uno studio della Harvard Business School ha approfondito come le disuguaglianze di genere si verificano in un ambito che ormai è parte fondamentale anche della medicina: quello dell’intelligenza artificiale.

Verso una medicina personalizzata

La diffusione dei robot potrebbe far pensare a una medicina mediata e più distante, metaforicamente e non, dal paziente. La formazione non sarà più praticata con interventi reali, ma tramite simulazioni su corpi anatomici artificiali. Ad interagire con gli organi da operare non sarà più la mano del medico, ma l’arto robotico. In realtà, sono questi strumenti che stanno aprendo le porte della medicina personalizzata. 

Grazie a visori di realtà aumentata e a telecamere ad alta risoluzione, porzioni dell’organismo altrimenti inosservabili saranno comodamente a disposizione di tutta l’equipe, nel luogo e al momento in cui è necessario. Sistemi di tracciamento e analisi di dati biologici descriveranno un quadro clinico del soggetto in tempo reale, individuando con inedito anticipo possibili complicanze (come dimostra uno studio sul tumore dell’ovaio condotto dal Centro Humanitas). La tecnologia, in questo senso, non sarà un muro tra pazienti e medici. Al contrario, sarà un canale di collegamento per un rapporto personalizzato come mai prima d’ora.

Non per questo l’esperienza diretta perderà centralità. Anzi, dovrà assumere un ruolo ancora più importante. Se le simulazioni avranno un alto valore formativo dal punto di vista tecnico, all’interno degli ospedali c’è la consapevolezza che il lato emotivo, inevitabilmente assente quando si ha a che fare con riproduzioni artificiali di corpi vivi e, fenomenologicamente parlando, vissuti, andrà sviluppato in modo parallelo attraverso il rapporto diretto con pazienti e familiari. La chirurgia robotica allora rappresenta non tanto una minaccia all’umanità che c’è nella medicina, quanto piuttosto l’opportunità per liberare tutti gli attori in gioco dalle preoccupazioni e dalle fatiche che impediscono di coltivare una relazionalità generativa.

Progetto

“Robotica, Intelligenza Artificiale, Chirurgia e Comunicazione”

L’intervista, pubblicata sui Quaderni di sAu, presenta gli highlights di un colloquio esteso inserito nel progetto editoriale del volume “Robotica e chirurgia: ieri, oggi e domani” della collana sAu Community.

La ricerca esplora l’impatto delle tecnologie sulla chirurgia, la relazione medico-paziente, la professionalità clinica e la formazione, valorizzando l’integrazione tra competenze umane e strumenti innovativi.

«Oggi un intervento eseguito al simulatore è, per certi versi, paragonabile a uno reale. Ovviamente manca la componente emotiva, ma la preparazione tecnica può essere altrettanto valida. Va anche considerato che il simulatore riproduce un’anatomia “standard”. Nella realtà, invece, ogni paziente è diverso. Ed è proprio qui che entra in gioco l’esperienza del chirurgo. […]
A partire da TAC e risonanze, possiamo ottenere una riproduzione fedele dell’organo da operare. In più, realtà aumentata e intelligenza artificiale ci permettono di sovrapporre queste informazioni direttamente al corpo del paziente durante l’intervento. Possiamo letteralmente “vedere” la malattia all’interno del corpo mentre operiamo.»
Prof. Marco Carini

Quale formazione oggi per i chirurghi di domani?

Non è questione di tecnofobia o tecnoentusiasmo. È la constatazione di chi, come il prof. Carini, da molti anni pratica la chirurgia e ne ha vissuto in prima persona le evoluzioni degli ultimi decenni: siamo alle porte di un nuovo paradigma rivoluzionario. Una rivoluzione che se da un lato spalanca scenari promettenti, dall’altro mette in discussione anche le certezze più assodate. E qui sorge il dilemma: come raggiungere quegli scenari quando non solo non c’è una rotta chiara da seguire, ma il terreno stesso su cui finora tutto poggiava ci viene tolto da sotto ai piedi?

La chirurgia, e la scienza medica tutta, sta affrontando un momento di passaggio che assomiglia quasi a un paradosso. Per certi aspetti, potrebbe ricordare la crisi della matematica di fine ‘800, quando ci si accorse che le nozioni fondamentali su cui tutta la disciplina si basava non erano affatto chiare, e che di fatto nessuno sapeva davvero di cosa stesse parlando. Quello che serviva, e che filosofi e matematici come Frege, Russell, Whitehead e Wittgenstein hanno provato a fare, era un ripensamento del senso e del significato delle nozioni basilari. Un lavoro, per così dire, ontologico. Similmente, formare gli aspiranti chirurghi sulle basi della chirurgia cosiddetta open appare già oggi inadeguato. In primo luogo, perché inutilmente dispendioso: nel tempo in cui un singolo studente prima osserva e poi gradualmente interviene direttamente su un paziente reale, attraverso esercitazioni virtuali più specializzandi possono passare all’atto pratico nella più totale sicurezza. Ma soprattutto, perché già la maggior parte delle operazioni avvengono tramite tecniche mininvasive, mentre quelle tradizionali sono riservate a rari e complicati casi (nel 2023, secondo l’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali, robotica e laparoscopica ne coprivano oltre la metà). Casi che, dice il prof. Carini, in futuro saranno ancora più rari, mano a mano che la tecnologia migliorerà.

Questo è il senso del paradosso: ridefinire la professione nel momento stesso in cui la si pratica. Come se si dovesse cambiare il motore della macchina nel mezzo di una gara automobilistica. Il medico di oggi somiglia al Caminante di Antonio Machado, per il quale «non esiste il sentiero, [perché] il sentiero si fa camminando». E come un viandante che esplora vie mai battute, la chirurgia ha bisogno di procedere «colpo dopo colpo, verso dopo verso». Ovvero di farsi scienza sperimentale, di immaginare nuove soluzioni e metterle alla prova dei fatti: di governare, grazie ai valori umani delle persone, il cambiamento tecnologico in atto.

«Un tempo, per imparare un intervento, bisognava prima osservare da dietro il tavolo operatorio, poi assistere e infine intervenire in prima persona. Ora esistono simulatori avanzati: gli specializzandi si esercitano su modelli virtuali e possono essere valutati in base agli errori commessi, ai tempi di esecuzione, e solo dopo aver raggiunto determinati standard possono operare su pazienti reali. È un cambiamento epocale.
Nella chirurgia tradizionale, si iniziava con i casi più semplici, a basso rischio di complicanze. Oggi quei casi semplici vengono tutti trattati con tecniche mininvasive o robotiche, e la chirurgia open resta riservata a casi rarissimi e molto complessi. È impensabile formare un giovane partendo da quei casi. La chirurgia tradizionale, volenti o nolenti, è destinata a scomparire come pratica formativa.»
Prof. Marco Carini

Conclusione

L’intervista a Marco Carini illumina come la robotica non sostituisca l’umano nella chirurgia, ma lo potenzi, democratizzando l’accesso, personalizzando le cure e rivoluzionando la formazione attraverso simulatori e realtà aumentata. Emerge un bisogno urgente di riportare al centro della comunicazione con il paziente – e della formazione per i professionisti medici e sanitari – non solo la conoscenza degli strumenti tecnologici, ma anche le competenze comunicative per gestire una relazione medico-paziente in cui le tecnologie giocano un ruolo integrante. In un’epoca di rapidi cambiamenti, la medicina del futuro si costruisce curando oggi: integrando innovazione e valori umanistici per una sanità equa e centrata sulla persona.

Nell’ambito della chirurgia robotica in urologia, l’intervista al prof. Carini si collega a quelle del prof. Andrea Minervini, attuale primario a Careggi, e del prof. Nicita, che ha visto arrivare il primo Da Vinci a Firenze. Le tre interviste fanno parte del progetto editoriale che porta alla composizione del volume Robotica e chirurgia: ieri, oggi e domani della collana sAu Community.

Chi sa solo di chirurgia non sa niente di chirurgia: la salute è un concetto a 360 gradi. Highlights dell’intervista ad Andrea Minervini

L’articolo presenta i punti chiave dell’intervista a Andrea Minervini, Professore ordinario di Urologia presso l’Università degli Studi di Firenze e direttore della SOD di Urologia Oncologica mini-invasiva e Andrologica dell’Azienda Ospedaliero Universitaria Careggi. Forte di una lunga esperienza nella chirurgia robotica, Minervini descrive i benefici clinici per i pazienti, in particolare la ridotta invasività e il miglioramento degli esiti di cura.

L’intervista approfondisce inoltre le innovazioni attese nel campo della chirurgia robotica e le loro implicazioni etiche e sociali, evidenziando la necessità di accompagnare lo sviluppo tecnologico con una riflessione sulla formazione dei professionisti e sull’impatto complessivo sul sistema sanitario.

Bibliografia/Sitofragia

Autore

Amos Tozzini

Laureato in Pratiche, linguaggi e cultura della comunicazione presso l’Università degli Studi di Firenze. È collaboratore presso il Centro Ricerche “scientia Atque usus” per la Comunicazione Generativa ETS.