Salute e sanità

La medicina del futuro non esiste, la medicina si fa curando

Highlights dell’intervista a Marco Carini

di Amos Tozzini| 29 10 2025

Di cosa parliamo in questo articolo? 

In questo articolo esponiamo i punti salienti dell’intervista a Marco Carini, Professore Emerito di Urologia e Chirurgia Andrologica presso l’Università degli Studi di Firenze.
Carini è stato Primario della SOD Urologia Oncologica Mininvasiva Robotica e Andrologica e Direttore del Dipartimento Oncologico e di Chirurgia a indirizzo robotico di Careggi, Direttore della Scuola di Specializzazione in Urologia, Presidente del Collegio dei professori ordinari di Urologia, Presidente e Fondatore dell’Accademia Italiana di Urologia.
Nell’intervista, abbiamo chiesto al professore di raccontare come lungo sua esperienza professionale la chirurgia sia cambiata, e di immaginare come potrebbe essere quella del futuro.
Di seguito, facciamo luce su alcuni passaggi incisivi sull’impatto della robotica nel lavoro dei medici, nei benefici per i pazienti e nell’evoluzione della formazione professionale.

Ambito di Intervento

Salute e sanità

Il Centro Ricerche sAu è da anni impegnato nella realizzazione di progetti incentrati sul coinvolgimento di portatori d’interesse con lo scopo di avviare processi generativi di conoscenza in cui aziende sanitarie e ospedaliere, associazioni, istituzioni cooperino per aumentare il livello di health literacy della cittadinanza in campo medico-scientifico. Con un focus sulla medicina del lavoro.

Una chirurgia più democratica

«Donare è un atto che consente alla memoria di diventare azione concreta. Donare al Terzo settore ha il valore aggiunto di contribuire a creare una rete di salvataggio, che è un aspetto fondamentale per le comunità locali. Ognuno ha le sue motivazione per donare, ma il ritorno di un dono deve essere orientato alla costruzione o al rafforzamento di un bene comune», ha dichiarato Laura Alcaro, moglie di Claudio Pontremolesi. 

Le sue parole raccontano una scelta precisa: quella di fare del ricordo una risorsa collettiva, un’eredità morale che si trasforma in infrastruttura per il bene comune.

Claudio Pontremolesi è stato un uomo profondamente legato alla sua comunità. Noto per l’impegno, il senso di appartenenza e la dedizione alla vita sociale del territorio, ha lasciato un segno che l’Associazione a lui intitolata ha saputo onorare e prolungare. Tra le tante azioni promosse, spicca anche la donazione di un mezzo per i trasporti sociali alla Misericordia di Mercatale. La recente donazione per il rinnovo dell’ambulatorio oculistico di San Casciano in Val di Pesa, che ha permesso l’acquisto di strumenti diagnostici all’avanguardia come il sistema OCT, il perimetro computerizzato e il frontifocometro, è quindi parte di un percorso di lungo periodo, coerente e radicato nella visione di una comunità coesa e solidale e di un impegno sociale ed etico che vanno al di là del semplice fatto locale.

Ad esempio, sono state sistematizzate tutte le attività svolte dai servizi toscani di medicina del lavoro. Con una Delibera Regionale ad hoc (metà 2022), abbiamo tabellato tutte le attività disponibili, in modo che le tre Aziende offrano gli stessi servizi a tutti i cittadini della Regione.
Parallelamente, è stato individuato un codice di esenzione per rendere gratuito l’accesso ai principali programmi di sorveglianza sanitaria. Fino al giugno 2022, la sorveglianza sanitaria era gratuita solo per gli ex-esposti ad amianto: ora abbiamo reso possibile l’accesso a tutte le visite di sorveglianza sanitaria, che rientrano nei piani regionali di prevenzione, e stiamo utilizzando per il loro finanziamento, per la prima volta, il cosiddetto fondo sanzioni, previsto dal Decreto Legislativo 81/08 (Testo Unico sulla Sicurezza). Il fondo si alimenta con i proventi delle sanzioni comminate nei luoghi di lavoro che devono essere re-investiti in prevenzione. Tutto questo, insieme alle azioni per rendere accessibili i servizi di medicina del lavoro, è stato oggetto di corsi di formazione specifici, che abbiamo avviato per tutti i medici del lavoro, compresi quelli che lavorano nell’ambito del privato. 

Verso una medicina personalizzata

La diffusione dei robot potrebbe far pensare a una medicina mediata e più distante, metaforicamente e non, dal paziente. La formazione non sarà più praticata con interventi reali, ma tramite simulazioni su corpi anatomici artificiali. Ad interagire con gli organi da operare non sarà più la mano del medico, ma l’arto robotico. In realtà, sono questi strumenti che stanno aprendo le porte della medicina personalizzata. 

Grazie a visori di realtà aumentata e a telecamere ad alta risoluzione, porzioni dell’organismo altrimenti inosservabili saranno comodamente a disposizione di tutta l’equipe, nel luogo e al momento in cui è necessario. Sistemi di tracciamento e analisi di dati biologici descriveranno un quadro clinico del soggetto in tempo reale, individuando con inedito anticipo possibili complicanze (come dimostra uno studio sul tumore dell’ovaio condotto dal Centro Humanitas). La tecnologia, in questo senso, non sarà un muro tra pazienti e medici. Al contrario, sarà un canale di collegamento per un rapporto personalizzato come mai prima d’ora.

Non per questo l’esperienza diretta perderà centralità. Anzi, dovrà assumere un ruolo ancora più importante. Se le simulazioni avranno un alto valore formativo dal punto di vista tecnico, all’interno degli ospedali c’è la consapevolezza che il lato emotivo, inevitabilmente assente quando si ha a che fare con riproduzioni artificiali di corpi vivi e, fenomenologicamente parlando, vissuti, andrà sviluppato in modo parallelo attraverso il rapporto diretto con pazienti e familiari. La chirurgia robotica allora rappresenta non tanto una minaccia all’umanità che c’è nella medicina, quanto piuttosto l’opportunità per liberare tutti gli attori in gioco dalle preoccupazioni e dalle fatiche che impediscono di coltivare una relazionalità generativa.

«Oggi un intervento eseguito al simulatore è, per certi versi, paragonabile a uno reale. Ovviamente manca la componente emotiva, ma la preparazione tecnica può essere altrettanto valida. Va anche considerato che il simulatore riproduce un’anatomia “standard”. Nella realtà, invece, ogni paziente è diverso. Ed è proprio qui che entra in gioco l’esperienza del chirurgo. […]

A partire da TAC e risonanze, possiamo ottenere una riproduzione fedele dell’organo da operare. In più, realtà aumentata e intelligenza artificiale ci permettono di sovrapporre queste informazioni direttamente al corpo del paziente durante l’intervento. Possiamo letteralmente “vedere” la malattia all’interno del corpo mentre operiamo»

Prof. Marco Carini

Progetto

Desk SOS Comunicazione in Salute

Il Desk “SOS Comunicazione in Salute” è un prodotto del Centro Ricerche sAu, pensato come strumento di ascolto, di monitoraggio e d’intervento per l’effettivo miglioramento di ogni forma di comunicazione medico-scientifica e dei servizi sanitari – non solo digitale – cercando di dare agli aspetti comunicativi relativi all’E-HEALTH il senso di un valore aggiunto reale che vada oltre un’innovazione di sola facciata. Una prima sperimentazione sul campo è stata attivata a San Casciano in Val di Pesa in collaborazione con la Misericordia

Vuoi saperne di più? Scopri di più sul progetto

Quale formazione oggi per i chirurghi di domani?

Non è questione di tecnofobia o tecnoentusiasmo. È la constatazione di chi, come il prof. Carini, da molti anni pratica la chirurgia e ne ha vissuto in prima persona le evoluzioni degli ultimi decenni: siamo alle porte di un nuovo paradigma rivoluzionario. Una rivoluzione che se da un lato spalanca scenari promettenti, dall’altro mette in discussione anche le certezze più assodate. E qui sorge il dilemma: come raggiungere quegli scenari quando non solo non c’è una rotta chiara da seguire, ma il terreno stesso su cui finora tutto poggiava ci viene tolto da sotto ai piedi?

La chirurgia, e la scienza medica tutta, sta affrontando un momento di passaggio che assomiglia quasi a un paradosso. Per certi aspetti, potrebbe ricordare la crisi della matematica di fine ‘800, quando ci si accorse che le nozioni fondamentali su cui tutta la disciplina si basava non erano affatto chiare, e che di fatto nessuno sapeva davvero di cosa stesse parlando. Quello che serviva, e che filosofi e matematici come Frege, Russell, Whitehead e Wittgenstein hanno provato a fare, era un ripensamento del senso e del significato delle nozioni basilari. Un lavoro, per così dire, ontologico. Similmente, formare gli aspiranti chirurghi sulle basi della chirurgia cosiddetta open appare già oggi inadeguato. In primo luogo, perché inutilmente dispendioso: nel tempo in cui un singolo studente prima osserva e poi gradualmente interviene direttamente su un paziente reale, attraverso esercitazioni virtuali più specializzandi possono passare all’atto pratico nella più totale sicurezza. Ma soprattutto, perché già la maggior parte delle operazioni avvengono tramite tecniche mininvasive, mentre quelle tradizionali sono riservate a rari e complicati casi (nel 2023, secondo l’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali, robotica e laparoscopica ne coprivano oltre la metà). Casi che, dice il prof. Carini, in futuro saranno ancora più rari, mano a mano che la tecnologia migliorerà.

Questo è il senso del paradosso: ridefinire la professione nel momento stesso in cui la si pratica. Come se si dovesse cambiare il motore della macchina nel mezzo di una gara automobilistica. Il medico di oggi somiglia al Caminante di Antonio Machado, per il quale «non esiste il sentiero, [perché] il sentiero si fa camminando». E come un viandante che esplora vie mai battute, la chirurgia ha bisogno di procedere «colpo dopo colpo, verso dopo verso». Ovvero di farsi scienza sperimentale, di immaginare nuove soluzioni e metterle alla prova dei fatti: di governare, grazie ai valori umani delle persone, il cambiamento tecnologico in atto.

«Un tempo, per imparare un intervento, bisognava prima osservare da dietro il tavolo operatorio, poi assistere e infine intervenire in prima persona. Ora esistono simulatori avanzati: gli specializzandi si esercitano su modelli virtuali e possono essere valutati in base agli errori commessi, ai tempi di esecuzione, e solo dopo aver raggiunto determinati standard possono operare su pazienti reali. È un cambiamento epocale.

Nella chirurgia tradizionale, si iniziava con i casi più semplici, a basso rischio di complicanze. Oggi quei casi semplici vengono tutti trattati con tecniche mininvasive o robotiche, e la chirurgia open resta riservata a casi rarissimi e molto complessi. È impensabile formare un giovane partendo da quei casi. La chirurgia tradizionale, volenti o nolenti, è destinata a scomparire come pratica formativa»

Prof. Marco Carini

Conclusione

DA CONCORDARE IN SEGUITO

Bibliografia/Sitofragia

Autore

Amos Tozzini

Laureato in Pratiche, linguaggi e cultura della comunicazione presso l’Università degli Studi di Firenze. È collaboratore presso il Centro Ricerche “scientia Atque usus” per la Comunicazione Generativa ETS.