Non la, ma le sostenibilità: società, economia e ambiente nella questione ecologica. Intervista a Giulia Galli

Sostenibilità quotidiana e Clima
Non la, ma le sostenibilità:
società, economia e ambiente sono sfide inscindibili

Intervista a Giulia Galli

di Amos Tozzini e Marco Sbardella | 09 07 2026

Di cosa parliamo in questo articolo?  L’intervista a Giulia Galli, assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agrarie, Alimentari, Ambientali e Forestali – Università di Firenze (DAGRI) e collaboratrice della Fondazione per il Clima e la Sostenibilità, fa luce sulla complessità del concetto di sostenibilità. Con la Dottoressa Galli abbiamo parlato degli impatti sociali, economici e ambientali della scarsa attenzione al tema della sostenibilità; delle responsabilità dei singoli cittadini, delle aziende e delle istituzioni nella salvaguardia ambientale; dei comportamenti attuabili a livello individuale e collettivo per mitigare gli effetti del cambiamento climatico; dell’urgenza di riportare la sostenibilità al centro del dibattito pubblico. 
Questa intervista è parte di una serie di articoli dedicati all’approfondimento dei temi trattati nel volume Caro Maestro… I Care! Lettere a don Lorenzo Milani di studenti e studentesse, nato nel contesto del progetto Lettere ad un maestro. Gli studenti e le studentesse “scrivono” a don Lorenzo Milani.

Introduzione

A cavallo tra la fine del decennio scorso e l’inizio di quello attuale, la questione ambientale è tornata prepotentemente al centro del dibattito pubblico. In quegli anni, sulla spinta di movimenti come Fridays for Future e di attivisti come Greta Thunberg, cittadini e persone comuni hanno esercitato una forte pressione sulle istituzioni politiche e non solo. Se nel mondo religioso Papa Francesco aveva fatto propria quella battaglia con l’enciclica Laudato si’, nel mondo secolarizzato, mentre in tutta Europa i cosiddetti Verdi acquisivano seggi e visibilità nei parlamenti nazionali ed europeo, venivano intraprese iniziative di ampio respiro, come gli Accordi di Parigi e il Green Deal europeo. In questo scenario, la parola più emblematica era “sostenibilità”.

Recentemente, la crisi climatica che è suonata come un campanello d’allarme per quei movimenti non è certo venuta meno. Anzi: gli eventi climatici estremi sono sempre più ricorrenti, più lunghi e più intensi, con conseguenze che toccano da vicino sempre più persone, anche chi fino a poco tempo fa se ne poteva sentire distante. Eppure, la parola “sostenibilità” oggi riecheggia molto meno. 

Per questo, occorre tornare a coltivare una consapevolezza ecologica e capire la centralità sistemica di questo tema nelle nostre vite e in quelle delle generazioni che verranno dopo di noi.

Nel capitolo “I ragazzi di oggi,  la sostenibilità di domani”, lei e il Prof. Orlandini evidenziate come la sostenibilità sia un concetto complesso, che al suo interno ha una componente ambientale, una economica e una sociale. Apparentemente, questi potrebbero essere percepiti come interessi in contrasto tra loro: come far capire ai cittadini che, al contrario, si tratta di elementi che devono necessariamente procedere in parallelo?

Sicuramente non è un concetto facile da trasmettere, perché spesso lontano dall’esperienza quotidiana. Generalmente, la sostenibilità viene rappresentata visivamente come un tavolo a tre gambe, in cui le tre gambe sono le tre dimensioni della sostenibilità: sociale, economica e ambientale. Se manca una di queste tre componenti, il tavolo non sta in piedi e quindi la sostenibilità stessa viene meno.
Un esempio in cui questa compresenza dei tre elementi emerge chiaramente è quello dell’agricoltura: se si ha solo un approccio economico, al fine di massimizzare le rese e avere un profitto immediato, a lungo andare questo sistema porta a un impoverimento delle risorse naturali del suolo che con il tempo si riversa anche sulla resa, e quindi sul profitto stesso. Si innesca così una spirale in cui la produzione cala, il guadagno diminuisce, i costi di produzione aumentano, e infine il prezzo finale per i consumatori si fa più gravoso, con tutta una serie di danni e svantaggi non solo economici, ma anche sociali.
Un altro esempio che negli ultimi anni è diventato più tangibile è quello che riguarda gli eventi climatici estremi: questi non sono una questione esclusivamente ambientale, perché si tratta di avvenimenti che in poche ore non creano problemi solo nelle zone rurali, ma che hanno impatti anche sui centri abitati, con danni sociali ed economici di cui lo Stato, ovvero la collettività tutta, deve farsi carico.

Progetto

Lettere ad un maestro. Gli studenti e le studentesse scrivono a don Lorenzo Milani

Il progetto Lettere ad un maestro. Gli studenti e le studentesse scrivono a don Lorenzo Milani ha inteso sperimentare, con gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado, la Scrittura Generativa per lavorare su tematiche sentite da loro come di grande attualità.

Oltre 200 ragazzi e ragazze di 10 classi di scuole fiorentine hanno riflettuto su temi di attualità e di interesse condiviso (ambiente, sostenibilità, inclusione, razzismo), facendo il punto sui valori alla base della reciproca convivenza e realizzando attività di ricerca e documentazione.

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Tra i fattori più impattanti per la sostenibilità, citate pratiche messe in atto sia nel micro che nel macro, come lo spreco alimentare e l’uso dei combustibili fossili. Quanto sono importanti le scelte individuali nella lotta al cambiamento climatico? E quanto invece lo sono i comportamenti collettivi e le pratiche di istituzioni e grandi industrie? 

Nel contesto globale è chiaro che l’azione individuale è molto marginale. L’efficacia delle azioni di ognuno poi è subordinata anche ai vincoli strutturali del contesto sociale. Per esempio, anche chi volesse ridurre la propria impronta ecologica limitando l’uso dell’automobile, poi si scontra con un sistema dove i trasporti pubblici non sono adeguati o accessibili, costringendolo a ricorrere alla macchina privata. Il singolo individuo risponde certamente delle proprie scelte, però poi sono le istituzioni e  il sistema produttivo ad avere la responsabilità di garantire l’attuabilità e la fattibilità di scelte ecologiche.

Il ruolo individuale diventa cruciale nel momento in cui assume una dimensione collettiva, ovvero quando tutti i membri di una collettività iniziano a fare la loro piccola parte. È in questo modo che il gruppo è in grado di influenzare le decisioni politiche ed economiche, determinando un cambiamento di massa nei modelli di consumo e nella mentalità che si rifletterà poi nel comportamento delle industrie e della politica, le quali dovranno stare al passo con la volontà popolare se vorranno averne il sostegno. 

L’iniziativa individuale quindi è importante quando diventa dimensione collettiva.

Detto questo, le componenti industriale, macro-economica e politica restano fondamentali nel determinare la scala e la velocità del cambiamento.

Il volume

Caro Maestro… I Care! Lettere a don Lorenzo Milani di studenti e studentesse

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Il volume nasce per comunicare i risultati di un progetto al quale hanno partecipato nell’anno scolastico 2024/2025 oltre 200 studenti e studentesse delle scuole secondarie di secondo grado della Città Metropolitana di Firenze.

Nel testo distinguete, rispetto al cambiamento climatico, tra adattamento e mitigazione: quali azioni siamo ancora in tempo ad attuare per mitigare le conseguenze del riscaldamento globale?

In primo luogo, bisogna sottolineare che mitigazione e adattamento devono andare di pari passo, perché una delle due da sole non basta a fronte di una situazione irreversibile in tempi antropici.

Le strategie di mitigazione restano tuttavia centrali per ridurre al minimo i danni ed evitare che la situazione peggiori ulteriormente nel futuro. Tanto a livello individuale, attuando tutte quelle piccole azioni che si riflettono nella collettività e hanno un impatto, quanto a livello globale, agendo soprattutto sulla produzione di energia, principale responsabile delle emissioni di gas climalteranti in atmosfera. Chiaramente, questo è un fronte su cui devono impegnarsi in prima battuta i governi e il settore industriale, ottimizzando i trasporti, tutelando il patrimonio naturale, e ripensando i nostri modelli di consumo, perché è insostenibile pensare che tutto il mondo viva come si vive nei paesi industrializzati. Le risorse, purtroppo, non bastano per tutti, e ognuno dovrà rinunciare a qualcosa per salvaguardare il futuro.

Quali sono i problemi più evidenti della comunicazione della sostenibilità oggi e quali strategie potremmo mettere in atto per far percepire l’urgenza di un tema oggi, alla luce del nuovo scenario internazionale, passato in secondo piano? 

Il termine sostenibilità è stato troppo spesso abusato e adesso ha perso la forza originaria del suo significato. Molte politiche come il Green Deal europeo, già vissute in certi ambienti come un’imposizione dall’alto, hanno generato quasi un senso di distacco e ostilità, perché talvolta implementate senza un’adeguata strategia comunicativa e senza far capire correttamente in che misura tali iniziative si ripercuotono sulla vita di tutti noi e delle generazioni future. Se a questo si aggiungono i vari scandali di greenwashing venuti alla cronaca, insomma, si capisce come è stato possibile perdere questa iniziale fiducia su certi temi. Negli ultimi anni poi, altre crisi hanno oscurato un po’ la questione ambientale. 

Questione che però non è sparita: tutti noi viviamo estati torride, vediamo persone vulnerabili morire per il caldo, conosciamo qualcuno che è stato toccato da vicino da disastri ambientali. Inoltre, a ben vedere, anche i conflitti armati e i fenomeni migratori, solitamente in cima all’agenda pubblica, sono strettamente legati ai fattori ambientali. Le guerre spesso, infatti, nascono per il controllo di risorse limitate e strategiche come il petrolio o l’acqua, la cui scarsità o necessità è determinata da una crisi climatica, intensificandola a loro volta. Questo meccanismo alimenta l’instabilità socio-economica dei territori, provocando i flussi migratori che sfociano in nuove tensioni anche in quei luoghi, come l’Italia, che accolgono questi flussi. Perciò ritengo che la chiave per far acquisire coscienza di queste tematiche stia nel mostrare alle persone come tutte le crisi, sociali, economiche, politiche, in qualche modo sono collegate alla crisi climatica. 

Per evitare di assistere a ulteriori escalation in futuro, serve dunque promuovere un approccio olistico, che, per tornare alla metafora di partenza, si appoggi su tutte e tre le gambe del tavolo per mantenere uno stato di equilibrio.

Conclusioni

L’intervista mette in luce come la crisi ambientale non sia sparita dalle nostre vite. La sostenibilità infatti è un concetto complesso, che tocca temi sociali ed economici oltre che strettamente ambientali. Ignorare un solo aspetto di questa triade significa avere una visione parziale. In questo senso, abbiamo tutti quanti, come individui e come membri di una comunità più ampia, la responsabilità di adottare e promuovere un approccio olistico, che non tenga niente fuori.

La sostenibilità, in definitiva, è un atto civico, un progetto di cittadinanza la cui mancanza ha un prezzo caro che, per quanto vogliamo nasconderlo, paghiamo tutti.

Autore

Amos Tozzini

Laureato in Pratiche, linguaggi e cultura della comunicazione presso l’Università degli Studi di Firenze. È collaboratore presso il Centro Ricerche “scientia Atque usus” per la Comunicazione Generativa ETS.

Autore

Marco Sbardella

Ph.D., Ricercatore e socio fondatore del Centro Ricerche scientia Atque usus per la Comunicazione Generativa ETS. Consulente presso il Generative Communication Lab

Intervistata

Giulia Galli

Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agrarie, Alimentari, Ambientali e Forestali – Università di Firenze (DAGRI) e collaboratrice della Fondazione per il Clima e la Sostenibilità.