Ricerca e terzo settore
Oltre l’assistenza: il mutualismo come progetto collettivo
Intervista a Sergio Costalli
di Marco Sbardella | 25 02 2026
Di cosa parliamo in questo articolo?
L’articolo propone una riflessione sul senso originario del mutualismo e della cooperazione, interrogandone l’evoluzione storica e le trasformazioni più recenti nel contesto del terzo settore e del non profit. Attraverso il dialogo con Sergio Costalli, il testo mette in relazione l’esperienza del movimento cooperativo — a partire dai Probi Pionieri di Rochdale — con le sfide contemporanee: il rapporto tra impresa e missione sociale, il rischio di una deriva assistenziale, la perdita di visibilità di modelli economici alternativi fondati sulla proprietà comune e sulla democrazia economica.
L’intervista affronta, inoltre, il tema della cultura come strumento di emancipazione e quello del ruolo delle nuove generazioni, chiamate a rinnovare il mutualismo senza rinunciare alla capacità di sintesi e di progetto collettivo.
Sergio Costalli
Una delle voci più autorevoli nel mondo della cooperazione. Già vicepresidente e amministratore delegato di Unicoop Tirreno, Presidente della Camera di Commercio di Livorno e Presidente della Fondazione Memorie Cooperative.
Storicamente, nella tradizione mutualistica del movimento cooperativo, l’obiettivo non era semplicemente quello di fare del bene o di erogare servizi, ma di costruire istituzioni basate sulla reciprocità e capaci di durare nel tempo. Alla luce di questo, secondo te in che modo oggi il mondo del terzo settore, del non profit e del movimento cooperativo può superare una logica puramente assistenziale e ritrovare quello spirito originario di creazione di comunità e di legami?
Questa è, in un certo senso, la madre di tutte le domande. Io provengo dal mondo del consumo, quindi da un settore specifico in cui l’attività d’impresa è centrale, perché senza l’impresa non è possibile svolgere le proprie attività, né perseguire la propria missione. Se guardiamo ai famosissimi Probi Pionieri di Rochdale, ai quali si fa storicamente risalire una delle prime cooperative di consumatori, emerge un elemento fondamentale che li caratterizzava. Pur essendo collocati temporalmente nell’Inghilterra dello sviluppo industriale e spazialmente nell’area di Manchester, segnata da un altissimo sfruttamento della manodopera e da un elevato tasso di povertà, questi primi cooperatori si diedero una serie di regole. Tra queste, la prima e fondamentale, nonostante il bisogno diffuso che tutti avevano, fu quella di non effettuare vendite a credito.
Questo era un elemento di grandissima importanza, perché, se volevano continuare a perseguire la loro missione, avevano la necessità che l’impresa funzionasse e andasse ben al di là delle esigenze immediate dei singoli associati o dei lavoratori della zona. La cooperativa, in questo senso, doveva rispondere a un interesse collettivo che superava quello del singolo cooperatore.
Ambito di Intervento
Ricerca e terzo settore
Crediamo che sia quanto mai urgente difendere l’autonomia del mondo della ricerca, e la relativa autorevolezza e credibilità, ridefinendo il rapporto, da una parte, con i valori che la ispirano, e dall’altra con il mondo degli atti di quotidiano vivere di cittadine e cittadini
Questo principio ha rappresentato nel tempo un elemento di profonde discussioni all’interno del movimento cooperativo, perché si intrecciava con i diversi filoni politici della sinistra dell’epoca e di quella successiva, in Inghilterra come in Germania, in Francia e in Italia: correnti più o meno rivoluzionarie, più o meno socialdemocratiche, più o meno democratiche. Ognuna di queste portava il proprio contributo, rendendo talvolta il percorso più complesso, anche perché la politica, inevitabilmente, cercava di svolgere il proprio ruolo.
Guardando oggi al passato — ed è più un esercizio di memoria che di storia — mi rendo conto che la prospettiva cambia molto. Quando si è dentro i processi, si ha una visione diversa degli obiettivi; quando li si osserva dopo, con l’esperienza accumulata e sapendo già come sono andati a finire, è più facile reinterpretare le scelte e persino giustificarle.
Tuttavia, con gli occhi di oggi e con tutto il dovuto rispetto, consapevole delle difficoltà che i miei colleghi ed ex colleghi hanno dovuto affrontare in questi anni, ritengo che alcune occasioni importanti siano state perse. Negli anni Novanta, dopo la caduta di molti sogni giovanili, avevamo infatti la possibilità — e mi ci metto dentro anch’io — di proporre un modello fortemente alternativo, profondamente democratico e solidamente radicato nei territori. Un modello alternativo al dibattito, che si era aperto nei lunghissimi anni precedenti, tra pubblico e privato. La cooperativa, la cooperazione, infatti, non era né pubblica, né privata. Le imprese cooperative io le definisco di proprietà comune: una proprietà comune che stava sul mercato, accettava il mercato; una proprietà comune aperta, democratica, libera, perché puoi starci dentro così come puoi uscirne. Una via democratica all’impresa. Questa occasione, io ritengo, l’abbiamo perduta. Almeno sui giornali non ne vedo più traccia e non ne sento più parlare; sui mezzi di informazione non esiste più. È chiaro che da qualche parte si continua ancora a parlarne, ma non c’è più quella visibilità che sarebbe stato necessario dare a questa alternativa, che io — forse scioccamente — ritenevo possibile, perseguibile, io insieme a molti altri.
A proposito dei Probi Pionieri di Rochdale, una cosa che mi ha sempre colpito è che sopra allo spaccio avevano realizzato una biblioteca. Questo aspetto, rispetto a quanto dicevi sul modello economico alternativo al pubblico e al privato, mi sembra significativo: non si trattava solo di un’idea economica o di mercato, ma di una vera e propria concezione di società alternativa. È corretto leggerla in questo modo?
La necessità che loro avvertivano era sia personale sia sociale: come classe sociale, ma anche come imprenditori e gestori di un’impresa completamente diversa, in contrasto con le idee dominanti del tempo. Sentivano il bisogno non solo di approfondire, perché c’era molto da imparare, ma anche di acquisire competenze di base: imparare a leggere, a scrivere, a fare di conto. Se volevi davvero cambiare le cose, anche tu, operaio, dovevi conoscere almeno il significato di un certo numero di parole, saperle mettere in fila, essere in grado di leggere un libro o un articolo di giornale e comprenderne il contenuto, di leggere un bilancio, di mettere insieme dei numeri. Altrimenti non ci sarebbe mai stata emancipazione. Da qui nasceva la convinzione che la cultura — parola forse impegnativa, ma efficace — potesse rendere, se non liberi, almeno più liberi.
In questo contesto, che ruolo pensi possano avere le giovani generazioni? Al di là degli stereotipi, credi che possano rinnovare il mutualismo, magari attraverso nuove forme, nuovi linguaggi e nuove tematiche — come quella della sostenibilità — salvaguardandone però i valori fondamentali attraverso il passaggio generazionale?
Per rispondere devo fare un passo indietro, per poi farne due avanti. È indubbio che dobbiamo avere fiducia nelle nuove generazioni. Tuttavia, parlo dal mio punto di vista, che è locale, provinciale: non sono a Parigi, a New York o a Londra, ma a Cecina, che non rappresenta certo il centro del mondo. Detto questo, al di là degli stereotipi — giovani sempre al telefono, chiusi nelle loro stanze o ossessionati dai social — io osservo in alcuni casi un eccesso di “specializzazione”. Ci sono giovani impegnati nel volontariato, altri molto attivi sui temi della tutela dell’ambiente e del clima, e questo è senza dubbio positivo. Quello che però non vedo quasi mai, né nei giovani né nelle organizzazioni in cui operano, è una reale capacità di sintesi. Ognuno svolge un’azione meritevole nel proprio ambito specifico, ma senza collegarla a un quadro più ampio. Se ci si occupa della pulizia delle spiagge, ad esempio, raramente si mette questa azione in relazione con i problemi della sanità, del welfare, della disabilità. Eppure tutto è connesso: il sistema è uno solo e le sue contraddizioni si tengono insieme.
Scrivere per il terzo settore
Il progetto intende individuare – in collaborazione con il tessuto associativo, istituzionale e imprenditoriale del territorio – modalità più umane di comunicazione dei temi inerenti alla salute e ai servizi sanitari, basate su un’idea di scrittura che si pone come obiettivi la centralità dei contenuti e la costruzione di comunità. Una Scrittura Generativa di valore e di comunità per il Terzo Settore.
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Senza fare riferimenti ideologici, il punto è che senza un soggetto collettivo capace di fare sintesi, di tenere insieme queste istanze e trasformarle in un progetto politico complessivo, il cambiamento non avviene. In assenza di questo, si rischia di limitarsi a interventi parziali che, pur animati dalle migliori intenzioni, finiscono per tamponare le falle del sistema, senza metterlo davvero in discussione. Il volontariato supplisce alle carenze, ma non le risolve. Faccio un esempio: quando sto male, sono grato ai volontari della pubblica assistenza che mi portano in ospedale. Ma se questo intervento non è inserito in una riflessione più ampia sulla sanità territoriale, sui medici di base sovraccarichi, sull’impossibilità di una medicina realmente preventiva e di prossimità, allora il problema resta intatto. Il volontario aiuta, ed è fondamentale, ma da solo non cambia il sistema che genera quelle stesse emergenze.
Conclusioni
L’intervista a Sergio Costalli, che da decenni è tra i protagonisti del movimento cooperativo italiano, restituisce l’immagine di un mutualismo che, pur attraversato da crisi e occasioni mancate, conserva una forte carica generativa. Il nodo centrale non è solo quello dell’efficacia delle singole azioni solidali, ma della capacità di inserirle in una visione più ampia, capace di tenere insieme impresa, comunità, cultura e partecipazione democratica. Senza un progetto collettivo che sappia fare sintesi tra bisogni, territori e diritti, il rischio è che il volontariato e il terzo settore restino confinati a un ruolo di supplenza, prezioso ma insufficiente a incidere sulle cause strutturali delle disuguaglianze. Recuperare lo spirito originario del mutualismo significa allora tornare a pensare istituzioni durature, fondate sulla reciprocità e orientate a un cambiamento sistemico, non solo alla gestione dell’emergenza.
Mutualità: dalla genesi storica al nuovo potenziale ruolo per il volontariato e il Terzo Settore
La mutualità indica istituzioni associative basate sull’aiuto reciproco e sullo scambio di prestazioni, con adesione volontaria e senza fini di lucro. In sintonia con i valori del Terzo Settore, oggi rappresenta uno strumento importante per promuovere solidarietà, partecipazione e coesione sociale, contribuendo allo sviluppo di risposte innovative ai bisogni della collettività.
Autore
Marco Sbardella
Ph.D., Ricercatore e socio fondatore del Centro Ricerche scientia Atque usus per la Comunicazione Generativa ETS. Consulente presso il Generative Communication Lab.
Svolge ricerca negli ambiti dello sviluppo rurale, del climate change e della comunicazione sanitaria.
Intervistato
Sergio Costalli
Attualmente in pensione. È stato l’ultimo presidente della Camera di Commercio di Livorno. Precedentemente è stato vicepresidente di Unicoop Tirreno, cooperativa di consumatori, nella quale ha svolto anche il ruolo di amministratore delegato. Nel tempo ha ricoperto numerosissimi e importanti incarichi nella galassia delle società controllate dal movimento cooperativo. È stato inoltre promotore dell’Archivio Storico di Unicoop Tirreno e presidente della inerente Fondazione Memorie Cooperative. Tra il 1981 e il 1989 ha ricoperto incarichi apicali nell’ambito del Comune di Cecina.
Tra il 1968 e il 1992 ha svolto attività politica alternandola, tra il 1973 e il 1995, con attività sindacale.
Nel corso degli anni ha collaborato con numerose riviste. Ha pubblicato nove saggi sulla cooperazione e sull’economia.