Dai dati del sistema sanitario italiano alle campagne pilota sul tumore alla prostata: il ruolo della comunicazione nella prevenzione oncologica.
di Marta Degl’Innocenti | 06 06 2026
Di cosa parliamo in questo articolo?
Il rapporto Health at a Glance, presentato al CNEL, evidenzia come il Sistema Sanitario Nazionale italiano si collochi sopra la media OCSE per qualità e accesso ai servizi, ma con livelli di soddisfazione dei cittadini ancora bassi. Questa contraddizione emerge in modo evidente nei programmi di screening oncologico, dove l’adesione resta spesso inferiore al 50%. Una delle principali criticità riguarda la comunicazione, ancora legata a strumenti tradizionali e a modelli poco coinvolgenti. L’articolo analizza il rapporto tra screening e comunicazione sanitaria, con un focus sulle campagne pilota per lo screening del tumore alla prostata avviate in Lombardia e Basilicata.
Ambito di Intervento
Crediamo che le tante forme di partecipazione alle scelte di salute e alle modalità di fruizione dei servizi socio-sanitari debbano diventare atti di cittadinanza attiva e consapevole
Introduzione
Il rapporto Health at a Glance, presentato al CNEL nel corso di quest’anno, offre una panoramica aggiornata sullo stato della sanità italiana. Gli indicatori analizzati mostrano come il Sistema Sanitario Nazionale presenti, nel complesso, livelli di qualità e accessibilità superiori alla media OCSE. Tuttavia, questo quadro positivo si accompagna a una criticità significativa: soltanto il 44% degli italiani dichiara di essere soddisfatto della qualità dell’assistenza sanitaria ricevuta, a fronte di una media OCSE pari al 64%.
Questa discrepanza riflette una situazione che trova nei programmi organizzati di screening oncologico un esempio particolarmente rappresentativo. I dati raccolti in uno studio dal titolo “I programmi di screening oncologico organizzati in Italia: differenze tra macroaree da un’indagine su Regioni e Province Autonome” del 2023 e pubblicato sul Bollettino epidemiologico nazionale dell’ISS restituiscono infatti un quadro meno incoraggiante rispetto alla capacità del sistema di coinvolgere attivamente la popolazione: l’adesione agli screening oncologici raramente supera il 50% e, nel caso dello screening per il tumore del colon-retto, raggiunge appena la metà della popolazione target.
Una parte rilevante di queste difficoltà appare legata alle modalità di comunicazione adottate. Nonostante le differenze territoriali tra le diverse macroaree del Paese, le campagne informative continuano a basarsi prevalentemente su strumenti tradizionali, come opuscoli e poster distribuiti in ospedali, ambulatori, farmacie e consultori.
La strategia comunicativa degli screening e il formato stesso della lettera di invito rivestono invece un ruolo centrale nella costruzione di una cultura della prevenzione. L’analisi condotta da IQVIA italia nel 2023 dal titolo: “Rilevazione sulla conoscenza dello Screening Mammografico Organizzato: le motivazioni dell’adesione o della non adesione” e da SWG S.p.A. nel 2024 dal titolo: “Ogni seno ha una storia, lo screening te la può raccontare. Indagine sulle attività di prevenzione e screening mammografico” evidenziano infatti la necessità di un rinnovamento complessivo della comunicazione in questo ambito. Sebbene l’invito tramite lettera postale rappresenti ancora uno strumento efficace sul piano istituzionale, il suo linguaggio spesso eccessivamente formale non favorisce una partecipazione realmente consapevole e attiva da parte dei cittadini. Inoltre, dall’analisi delle diverse campagne esaminate per questo articolo, è emerso che la quasi totalità appare priva di una reale valutazione critica delle strategie comunicative adottate, limitando così la possibilità di valorizzarne gli elementi efficaci, correggere le debolezze e aggiornare i modelli comunicativi in funzione dei cambiamenti sociali e culturali.
L’articolo si propone quindi di offrire una panoramica sullo stato degli screening oncologici in Italia e sulle modalità con cui vengono comunicati, basandosi su una prima ricognizione condotta attraverso l’analisi di report, siti web istituzionali e altre risorse disponibili a livello nazionale e internazionale. Particolare attenzione verrà dedicata alle recenti campagne per lo screening del tumore alla prostata attivate in Lombardia e Basilicata, due progetti pilota che mirano a valutare l’introduzione del test PSA come strumento di screening di popolazione.
Gli screening di popolazione in Italia
Per comprendere il ruolo della comunicazione nei programmi di prevenzione è necessario definire innanzitutto cosa siano gli screening di popolazione. Secondo AIRC, i programmi di screening sono esami rivolti a una specifica popolazione a rischio che consentono di individuare una malattia in fase precoce, o addirittura prima della comparsa dei sintomi, attraverso l’identificazione di eventuali lesioni precancerose o fattori predittivi.
Attualmente in tutte le regioni d’Italia sono attivi tre programmi di screening oncologico organizzato:
> screening per il tumore della cervice uterina nelle donne tra i 25 e i 64 anni;
> screening per il tumore del colon-retto negli uomini e nelle donne tra i 50 e i 69/70 anni;
> screening per il tumore della mammella nelle donne tra i 45 e i 74 anni.
La valutazione della qualità dei programmi è affidata principalmente all’Osservatorio Nazionale Screening, che si occupa del monitoraggio e della valutazione delle attività di screening sul territorio nazionale. Tra i diversi indicatori analizzati, il parametro più rilevante è quello dell’adesione, calcolato come rapporto tra il numero di cittadini che effettuano il test di primo livello e la popolazione target residente individuata dalle raccomandazioni ministeriali.
Accanto a questo indicatore esistono ulteriori criteri di qualità definiti dai principali gruppi scientifici italiani di settore — GISMa (Gruppo Italiano per lo Screening Mammografico), GISCoR (Gruppo Italiano Screening ColoRettale) e GISCi (Gruppo Italiano Screening del Cervicocarcinoma) — che comprendono aspetti strutturali, organizzativi, logistici, diagnostici e indicatori precoci di impatto.
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I dati sull’adesione e le criticità comunicative
L’attenzione riservata al dato dell’adesione non è casuale: nessun programma di screening può considerarsi realmente efficace se coinvolge soltanto una quota limitata della popolazione target. L’importanza dell’adesione è legata agli effetti concreti della diagnosi precoce: L’individuazione di una neoplasia nelle fasi iniziali aumenta significativamente le possibilità di trattamento e di guarigione, riducendo al tempo stesso la mortalità associata alla malattia. Se prendiamo il tumore al seno come esempio la diagnosi precoce permette di individuare la malattia in uno stadio iniziale dove la sopravvivenza a 5 anni supera il 90%. Sempre in questa prospettiva, la prevenzione assume un valore strategico che spesso viene sottovalutato nel dibattito pubblico. Nonostante i continui progressi terapeutici, l’identificazione precoce della malattia rappresenta uno degli strumenti più efficaci a disposizione della medicina, infatti nessun trattamento farmacologico può pareggiare il risultato in termini di prognosi ottenuto attraverso programmi di screening ben organizzati e caratterizzati da un’elevata adesione.
Per questo motivo il tema della partecipazione dovrebbe occupare un ruolo centrale anche nelle strategie comunicative elaborate dai decisori politici e sanitari.
I dati più recenti dell’Osservatorio Nazionale Screening mostrano che nel 2024 l’adesione allo screening cervicale si è attestata intorno al 42%, quella allo screening mammografico al 53,8% e quella allo screening colorettale al 35,8%. Si tratta di valori che rappresentano una media nazionale e che non riflettono le marcate differenze territoriali esistenti tra Nord, Centro e Sud Italia.
Sebbene l’Italia si collochi sopra la media OCSE per adesione agli screening e i dati risultino in crescita rispetto agli anni precedenti, soprattutto dopo il forte rallentamento registrato durante la pandemia da COVID-19, questi numeri continuano a evidenziare importanti criticità.
In questo contesto, la comunicazione rappresenta uno degli elementi più delicati. Una parte significativa della popolazione continua infatti a non aderire a test offerti gratuitamente dalle regioni, segnale di una distanza ancora presente tra istituzioni sanitarie e cittadini. Lo stesso Osservatorio Nazionale Screening ha rilasciato un report dal titolo: “Screening oncologici: dieci buone pratiche per la comunicazione”, che sottolinea come una corretta informazione sia essenziale per aumentare fiducia, consapevolezza e partecipazione.
Un programma di screening può definirsi realmente equo ed efficace quando è organizzato in maniera sistematica, invita attivamente la popolazione target e garantisce standard qualitativi uniformi. Molte regioni italiane sembrano oggi possedere questi requisiti sul piano organizzativo; le criticità appaiono quindi legate soprattutto alla capacità di coinvolgere i cittadini attraverso modalità comunicative più aggiornate, partecipative e attente anche alla dimensione emotiva che accompagna il tema della prevenzione oncologica.
Un ulteriore elemento di riflessione riguarda l’evoluzione futura dei programmi di screening. I modelli attualmente adottati sono costruiti prevalentemente su criteri anagrafici e vengono offerti senza alcun filtro a popolazioni ampie considerate a rischio. Il futuro degli screening, tuttavia, si orienta verso forme di screening personalizzato, in grado di integrare fattori individuali come familiarità, predisposizione genetica e profilo di rischio. Questa rappresenta una delle principali prospettive di sviluppo della prevenzione oncologica.
Il tumore alla prostata: il prossimo screening di popolazione?
In Italia vengono diagnosticate ogni anno oltre 40.000 nuove forme di tumore alla prostata, la neoplasia più frequente nella popolazione maschile e la quarta per incidenza in assoluto. La diagnosi si basa inizialmente sul dosaggio del PSA (Antigene Prostatico Specifico) e, nei casi in cui emergano valori sospetti o altri elementi di rischio, viene approfondita tramite biopsia prostatica.
Attualmente, programmi organizzati di screening di popolazione per il tumore alla prostata sono attivi soltanto in due regioni italiane: Lombardia e Basilicata. Entrambi i modelli prevedono l’esecuzione del test PSA come primo livello di valutazione, con successivi approfondimenti diagnostici in presenza di valori alterati o familiarità. In Lombardia lo screening è rivolto agli uomini tra i 50 e i 70 anni, mentre in Basilicata la fascia target si estende dai 45 ai 70 anni.
L’innovazione digitale nei progetti pilota di Lombardia e Basilicata
Uno degli elementi più innovativi di queste campagne pilota riguarda le modalità di coinvolgimento della popolazione. Diversamente dagli screening mammografico, cervicale e colorettale — tradizionalmente basati sull’invio di una lettera cartacea — i programmi per il tumore alla prostata hanno introdotto un questionario online dedicato alla raccolta dell’anamnesi personale e familiare.
Essendo iniziative avviate recentemente — nel 2024 in Lombardia e nel 2025 in Basilicata — i dati disponibili risultano ancora preliminari, ma offrono già indicazioni interessanti sul rapporto tra cittadini e prevenzione. In Lombardia i risultati del progetto “Sotto, la Vita – Superare il silenzio, scegliere la salute”, una campagna nata dalla collaborazione tra ATS Insubria ed Europa Uomo mostra come il 78,2% dei rispondenti dichiara di conoscere lo screening per il tumore alla prostata, mentre circa una persona su cinque non ne ha ancora consapevolezza. Inoltre, il 30,64% afferma di non conoscere il test PSA. Allo stesso tempo emerge un dato particolarmente rilevante nella fascia tra i 50 e i 55 anni, dove il 92% degli uomini si dichiara disponibile ad aderire allo screening.
In Basilicata, invece, al 31 dicembre 2025 le adesioni avevano già raggiunto quota 6.375, con una partecipazione significativa sia nella fascia 45-49 anni sia in quella 50-70 anni.
Questi primi risultati permettono di individuare alcuni elementi utili per valutare l’efficacia delle campagne e orientare le future strategie comunicative. Da un lato emerge una diffusa fiducia nei confronti dei percorsi di diagnosi precoce; dall’altro, permane una limitata conoscenza del significato stesso di screening e, nello specifico, del test PSA. Questo aspetto rappresenta una criticità rilevante: affinché un programma di prevenzione possa essere realmente efficace, è necessario che i cittadini dispongano di informazioni scientificamente corrette, comprensibili e facilmente accessibili.
Come si potrebbe migliorare la comunicazione e il paradosso della paura
Se l’obiettivo è migliorare i livelli di adesione agli screening oncologici, è necessario intervenire sulle cause profonde che spingono molte persone a ignorare la lettera di invito ricevuta a casa o a non completare un semplice questionario online per accedere gratuitamente a un esame di prevenzione. Accanto alla disinformazione, uno degli elementi più rilevanti è rappresentato dal disagio emotivo e da quello che potremmo definire un vero e proprio “paradosso della paura”.
A questo proposito può essere utile richiamare un piccolo episodio personale. Nel corso di un’esperienza lavorativa presso un’azienda impegnata nella produzione di kit diagnostici per il tumore alla vescica, ai dipendenti veniva offerta la possibilità di utilizzare gratuitamente alcuni test non destinabili alla commercializzazione per piccoli difetti di fabbrica. Nonostante la semplicità dell’esame e l’assenza di costi, diversi colleghi decisero di non effettuare il test, motivando la scelta con la paura di ricevere un eventuale risultato positivo.
Naturalmente un singolo episodio non può spiegare da solo il fenomeno della bassa adesione agli screening, ma evidenzia una dinamica psicologica molto diffusa: per molte persone il timore di scoprire una possibile malattia è più forte della consapevolezza dei benefici legati a una diagnosi precoce. In altre parole, la paura di sapere prevale spesso sulla paura di scoprirsi malati troppo tardi.
È proprio su questo aspetto che la comunicazione sanitaria dovrebbe intervenire in maniera più incisiva, favorendo un cambiamento culturale capace di spostare la percezione del rischio: non più “ho paura di sapere se sono malato”, ma “ho paura di non scoprire la malattia in tempo”. I programmi di screening nascono infatti con l’obiettivo di aumentare le possibilità di trattamento e ridurre l’impatto della malattia attraverso l’individuazione precoce.
Per raggiungere questo risultato è necessaria una comunicazione che, da un lato, si fondi su dati scientifici solidi e verificabili e, dall’altro, sia in grado di rassicurare i cittadini, trasmettendo il valore concreto della prevenzione. In questo senso diventano fondamentali anche l’analisi delle campagne precedenti, attraverso questionari, survey e strumenti di valutazione, e l’osservazione delle best practice adottate in altri Paesi europei, adattandole però alle specificità culturali e sociali del contesto italiano.
Un ulteriore elemento riguarda infine i canali comunicativi utilizzati. Sebbene la popolazione target degli screening appartenga spesso a fasce d’età medio-alte, la comunicazione non può più limitarsi esclusivamente a opuscoli informativi o poster affissi negli ambulatori. È necessario costruire strategie più diversificate e integrate, che includano strumenti digitali, siti web aggiornati, campagne social dedicate all’informazione sanitaria e iniziative nei luoghi della comunità e del lavoro. Collaborazioni con associazioni, società sportive e realtà culturali potrebbero inoltre contribuire a rendere la prevenzione più vicina alla quotidianità delle persone, favorendo la costruzione di una più ampia cultura della salute e della prevenzione, capace non solo di informare ma anche di ridurre paure, resistenze e diffidenze legate ai percorsi di screening. In questo modo le campagne avrebbero maggiori possibilità di raggiungere pubblici differenti attraverso linguaggi e strumenti molteplici.
Conclusioni
I dati mostrano come l’Italia si collochi al di sopra della media europea per diversi indicatori legati alla qualità del sistema sanitario, ma questo non significa che i risultati raggiunti possano considerarsi pienamente soddisfacenti. Una quota significativa della popolazione continua infatti a non aderire ai programmi di screening oncologico e a questa criticità si aggiungono le persistenti disuguaglianze territoriali. Questo fenomeno non può essere ignorato.
La prevenzione rappresenta non solo una questione di salute pubblica, ma anche di equità e sostenibilità del sistema sanitario. Garantire un accesso consapevole agli screening significa ridurre le disuguaglianze e, allo stesso tempo, limitare i costi associati a diagnosi tardive e trattamenti più complessi. Prevenire, sotto questo profilo, rimane significativamente meno oneroso che curare.
Le campagne pilota avviate in Lombardia e Basilicata per lo screening del tumore alla prostata offrono un’importante opportunità per analizzare l’efficacia delle strategie comunicative adottate e comprendere come queste possano essere adattate alle differenti tipologie di cittadini. La comunicazione, in questo contesto, assume un ruolo centrale e dovrebbe essere considerata parte integrante del progetto di prevenzione, al pari dell’affidabilità dei test diagnostici.
Diventa quindi fondamentale coinvolgere non solo i responsabili istituzionali dei programmi, ma anche chi lavora quotidianamente a contatto con i pazienti oncologici, chi progetta le campagne informative e chi ne gestisce operativamente risorse e strumenti. Analizzare dati, raccogliere feedback e individuare le best practice consente infatti di comprendere quali iniziative abbiano prodotto risultati concreti e quali, invece, abbiano mostrato limiti o criticità.
Al centro di ogni strategia comunicativa dovrebbe rimanere soprattutto la comprensione dei cittadini: le loro paure, i loro bisogni informativi e le difficoltà emotive che spesso accompagnano il tema della prevenzione oncologica. L’obiettivo di una campagna di comunicazione efficace non è soltanto informare, ma anche costruire fiducia, partecipazione e una maggiore consapevolezza rispetto al valore della prevenzione.
La prevenzione oncologica rappresenta oggi un elemento strategico per il futuro della sanità italiana. Parallelamente, la ricerca medica sta orientando l’attenzione verso modelli di screening più personalizzati; una prospettiva promettente che richiede prima di tutto il rafforzamento e l’omogeneizzazione dei programmi oggi attivi sul territorio nazionale. Per questo motivo, accanto allo sviluppo di programmi di screening sempre più accurati ed efficienti, sarà necessario investire in modelli di comunicazione capaci di raggiungere i cittadini in modo chiaro, accessibile e realmente coinvolgente. L’analisi proposta in questo articolo vuole rappresentare un primo momento di approfondimento su questi temi, che verranno ulteriormente esplorati attraverso interviste e contributi diretti dei professionisti coinvolti nella progettazione, gestione e comunicazione dei programmi di screening oncologico della prostata in corso in Lombardia e Basilicata.
Bibliografia/Sitografia
- Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, “PRESENTATI AL CNEL I REPORT OCSE SULLA SANITÀ”. Online: https://www.cnel.it/Comunicazione-e-Stampa/Notizie/ArtMID/1174/ArticleID/6629/PRESENTATI-AL-CNEL-I-REPORT-OCSE-SULLA-SANIT192
- Timelli L, Marino MG, Menzano MT, Vaia F, Galeone D. I programmi di screening oncologico organizzati in Italia: differenze tra macroaree da un’indagine su Regioni e Province Autonome (2023). Boll Epidemiol Naz 2024. Online: https://www.epicentro.iss.it/ben/2024/1/screening-oncologico-italia-2023
- Europa Donna, Quaderni di Policy Brief “Diagnosi e Screening: obiettivi e richieste per un concreto diritto alla salute”. Online: https://www.europadonna.it/wp-content/uploads/2024/11/Quaderni_PrevenzioneScreening_WEB-1.pdf
- Osservatorio nazionale Screening, La diffusione degli screening oncologici in Italia nel 2024. Online: https://www.osservatorionazionalescreening.it/content/la-diffusione-degli-screening-oncologici-italia-nel-2024
- Osservatorio nazionale Screening, Screening oncologici: dieci buone pratiche per la comunicazione. Online: https://www.osservatorionazionalescreening.it/sites/default/files/allegati/Screening_10_buone%20pratiche%20per%20la%20comunicazione.pdf
- ATS Insubria, Screening della prostata in Lombardia: c’è chi ancora non lo conosce, ma (quasi) tutti vogliono partecipare (6/03/2026). Online: https://www.ats-insubria.it/news/9535-screening-della-prostata-in-lombardia-c-e-chi-ancora-non-lo-conosce-ma-quasi-tutti-vogliono-partecipare
- ISPRO, Screening in Toscana (23/06/2015). Online: https://www.ispro.toscana.it/screening_toscana/
- AIRC, Che cosa sono i programmi di screening. Online: https://www.airc.it/cancro/prevenzione-tumore/guida-agli-screening/che-cosa-sono-gli-screening
- Marco Zappa, Indicatori di qualità per la valutazione dei programmi di screening dei tumori. Online: https://www.epicentro.iss.it/focus/aie/pdf2012/AIE%2028%20maggio%202012/Zappa_AIE28mag12.pdf
- AIRC, Prevenzione maschile: come stanno cambiando gli screening oncologici. Online: https://www.airc.it/news/https-www-airc-it-news-prevenzione-maschile-screening-oncologici
Autrice
Marta Degl’Innocenti
Laureata in Biotecnologie Mediche e Farmaceutiche presso l’Università degli Studi di Firenze. È collaboratrice presso il Centro Ricerche “scientia Atque usus” per la Comunicazione Generativa ETS.