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Una Noterella al telefono con Armando Sarti

Affamati con la pancia piena

Perché la fame non è solo una questione di quantità

di Amos Tozzini | 26 01 2026

Di cosa parliamo in questa Noterella al telefono

Quest’anno, per la prima volta, si è registrata una maggiore incidenza dei casi di persone in sovrappeso rispetto a quelle in condizioni di sottopeso a livello globale. 

Gli argomenti che con questo contributo vorremmo mettere in luce sono i rischi per la salute legati al sovrappeso e all’obesità (soprattutto in giovane età), l’importanza dell’alimentazione per la salute psico-fisica, le conseguenza di una dieta che comprende troppi alimenti ultra-processati e le possibili soluzioni individuali e collettive al problema della cattiva alimentazione.

Il report da cui siamo partiti

Il Benessere Equo e Sostenibile in Italia

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Il report di Unicef presenta i dati più recenti sullo stato, le tendenze e le disuguaglianze nel sovrappeso e nell’obesità tra bambini e adolescenti in tutto il mondo.

L’esperto al telefono

Armando Sarti

Armando Sarti è medico e specialista in cardiologia, pediatria, anestesia e rianimazione, già primario dell’ospedale Santa Maria Nuova

Il nemico invisibile della salute

Nelle scorse settimane l’UNICEF ha pubblicato il Child Nutrition Report 2025, puntando i riflettori su sul tema dell’alimentazione delle fasce di età più giovani. Il titolo del documento, “FEEDING PROFIT. How food environments are failing children”, è già esplicativo, e dipinge uno scenario paradossale: l’industria alimenta una dieta assai poco attenta alla salute e molto al profitto.
C’è un dato che da solo condensa il quadro: nel 2025, per la prima volta la presenza globale dell’obesità tra bambini e adolescenti di età compresa tra 5 e 19 anni ha superato quella del sottopeso. È il segno di un passaggio storico, perché se per anni abbiamo parlato del problema della fame nel mondo e ci siamo adoperati affinché ci fosse più cibo, infine ciò non si è tradotto in un ambiente alimentare migliore.

Progetto

Comunicare il cibo per costruire comunità in salute

Il progetto di ricerca “Comunicare il cibo per costruire comunità in salute” promuove una strategia di Comunicazione Generativa per costruire una comunità di portatori di interesse impegnati a diffondere stili di vita sani, accessibili e sostenibili per tutte le famiglie.

Entra su Genesis e scopri di più sul progetto (coming soon)

Il ruolo degli alimenti ultra-processati

Tra i tanti fattori che hanno determinato l’attuale scenario, i cibi ultra-processati sono uno dei più influenti. I dati UNICEF sono chiari: nei 20 paesi sondati con redditi medio-bassi, più della metà dei bambini tra i 6 e i 23 mesi avevano assunto cibi ultra-processati. Inoltre, il 60% degli adolescenti dichiarava di aver assunto almeno un alimento o una bevanda zuccherati nei giorni precedenti.

Tra questi, non solo quelli che vivono in aree urbane o vivono una situazione economica agiata, dove c’è maggiore reperibilità, ma anche chi vive in aree rurali (53%)e chi appartiene a famiglie povere (52%).
Tuttavia, essi sono solo l’epifenomeno di cause più profonde. Piuttosto, come suggerisce il dottor Armando Sarti nel suo approfondimento, dovremmo indagare le nostre diete e chiederci cosa ci spinga a mangiare in un determinato modo. 

Dovremmo chiederci perché l’industria e la GDO (che pure sono stati fondamentali nel soddisfare la richiesta alimentare globale, ottimizzando i processi produttivi, proponendo alimenti adatti alle esigenze odierne e offrendo una varietà mai vista) si concentrino su certe produzioni e non su altre.

Cos’è

La Noterella al telefono?

Le Noterelle al Telefono sono uno strumento con il quale selezioniamo e segnaliamo studi e ricerche affini agli ambiti del Centro Ricerche sAu, proponendo riflessioni che non sono soltanto comunicative ma che coinvolgono anche esperti ed esperte delle diverse materie in conversazioni di commento e approfondimento.
Come accade per le recensioni, anche per i dati riteniamo necessario mediare tra i bisogni di conoscenza di un pubblico non specialistico e la garanzia della scientificità e dell’interpretazione qualificata dei contenuti.

Dieta, ovvero stile di vita

Sappiamo che in greco antico, la parola dieta indica non ciò che mangiamo, ma lo stile di vita complessivo. Alla luce di questo, possiamo interpretare il vasto consumo di cibi ultra-processati come una tra le molte conseguenze alimentari delle abitudini e delle possibilità di oggi. In effetti, il cosa e il come mangiamo sono molto cambiati rispetto ai nostri nonni, contrariamente a quanto ci piace a volte pensare. Con tutti i pregi e i difetti del caso.
Mangiare è, insomma, un atto culturale, un insieme complesso di fattori materiali e immateriali. E proprio per questo non necessariamente ottimale in senso biologico.
Trovare un equilibrio che sappia amalgamarli tutti in modo omogeneo è perciò una sfida che richiede di essere affrontata su più fronti.

A scuola di alimentazione

Un primo intervento necessario è sicuramente educativo. In modo emblematico, l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ha recentemente rilevato che solo il 22% della popolazione sa che bisogna consumare almeno cinque porzioni al giorno di frutta e verdura, e solo il 17% riconosce correttamente le diverse fonti di zuccheri nelle etichette.
Secondo il rapporto di OKkio alla Salute 2023 dell’ISS, l’83,8% delle scuole campionate ha introdotto l’educazione alimentare come attività curriculare, nel 63,5% sono attivi programmi che prevedono la distribuzione di alimenti sani, il 63,5% ha previsto iniziative di promozione di sane abitudini alimentari, e il 27,7% iniziative di promozione dell’attività fisica con la partecipazione attiva delle famiglie. Tuttavia, nonostante una proposta di legge sull’introduzione dell’insegnamento dell’educazione alimentare sia in esame, al momento non vi è alcun obbligo.

Dato poi che meno del 28% degli istituti che propongono attività coinvolgono anche le famiglie, le iniziative devono essere rivolte anche agli adulti. Infatti come confermano i dati del Centro di Ricerca Alimenti e Salute (CREA) e il rapporto sopracitato dell’ISS, madri con un basso livello di istruzione hanno una percezione meno accurata dello stato ponderale dei propri figli, mentre il 78% delle madri di bambine e bambini in sovrappeso e il 56% di coloro che presentano obesità pensano che la quantità di cibo assunta dalla propria figlia e dal proprio figlio sia giusta.
Ciò che sembra emergere, in sintesi, è il bisogno di una grande scuola di alimentazione. Una scuola in senso ampio, inclusiva, per grandi e piccoli.

Comunicare il cibo

L’etichetta del prezzo è anche il riflesso del valore globale di un prodotto. In un certo senso, infatti, potremmo dire che, a fronte degli aumenti, i prodotti più sani costano troppo poco. È il mercato a innescare questa dinamica. Per fare concorrenza, si fanno tutti i tentativi possibili (anche i meno leciti) per abbassare il prezzo finale. Anche a costo di depauperare la ricchezza nutrizionale, culturale e sociale che distingue un alimento naturale da uno industriale.
Per questo il cibo ha bisogno di una sua comunicazione. Perché acquistare un pomodoro fresco, coltivato naturalmente, tramite una filiera corta e controllata non è una spesa, ma un investimento per il benessere proprio e collettivo. Significa investire nella propria salute, nella cura del territorio, nel sistema agricolo locale, nella cultura che i nostri antenati ci hanno trasmesso e che a nostra volta trasmetteremo, in un tutt’uno inscindibile tra individuo e collettività.
Solitamente, siamo abituati a pensare alla fame in termini di quantità. In realtà, si può avere fame anche con la pancia piena. Il cibo è la base di una vita e di una cittadinanza fisicamente, emotivamente, economicamente, socialmente e culturalmente sane.
La prossima volta che andremo a fare la spesa, ricordiamolo.

L’esperto al telefono

Il ruolo dei cibi ultra-processati nella nostra dieta

Come l’industria alimentare sta plasmando la nostra salute

di Armando Sarti

Alimenti integri e ultra-processati, ovvero il totale e la somma

Gli alimenti ultra-processati sono il risultato del frazionamento e del ri-assemblamento di specifici nutrienti. Solitamente, consistono in grassi, zucchero sotto varie forme, e sale: ingredienti dal basso costo, che stimolano il gusto e inducono assuefazione, pensati per offrire alti guadagni a chi li produce piuttosto che cibi di qualità a chi li acquista.
Infatti, se regolarmente assunti, oltre ad aumentare la massa grassa, i cibi ultra processati agiscono sull’intestino, causando problemi digestivi e alterando l’equilibrio del microbiota, e da esso sul sistema nervoso stesso, modificando la normale regolazione di ormoni come la dopamina e la serotonina. Nei casi più gravi, è ormai certificata la correlazione con malattie cardiovascolari, complicanze neurologiche e addirittura tumori.
Ma non è solo la salute individuale ad essere a rischio. La dieta ha il potere di modificare l’attività di alcuni geni. In questo senso le cellule seminali, prima ancora della gravidanza stessa, hanno un ruolo di primo piano nel determinare la qualità della vita della prole.
Ora, è innegabile che l’industria alimentare ha risolto molti problemi. In generale, la possibilità di scomporre e ricomporre i nutrienti per selezionarne alcuni, come nel caso degli integratori, può essere molto utile. Ma solo in circostanze ben determinate, e sempre su raccomandazione medica.
In realtà, la scelta migliore è sempre quella di trattare il cibo quanto meno possibile, poiché quelle stesse sostanze che troviamo in un alimento appositamente processato perdono l’efficacia che invece hanno quando sono assunte in sinergia con gli altri nutrienti che un alimento naturale già contiene.
Oggi siamo sempre alla ricerca di prodotti “senza x” e “con aggiunta di y”, quando basterebbe riscoprire il valore nutritivo degli alimenti integri.

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La disponibilità di oggi, l’atteggiamento di ieri

La dieta attuale è molto diversa da quella di qualche decennio fa. Le tante limitazioni di una volta imponevano un regime alimentare parsimonioso e monotono, mentre oggi abbiamo un’abbondanza e una varietà tali da permettere una dieta ottimale. Eppure, mangiamo male spendendo molto.

I piatti pronti che troviamo al supermercato sono una risposta facile ad un problema complesso. Piuttosto, dovremmo rivedere le nostre abitudini nel loro insieme, perché non basta una pasticca a risolvere le conseguenze di uno stile di vita sbilanciato. Comprare alimenti naturali e cucinarli autonomamente, oltre che conveniente, non è uno spreco di tempo, ma un investimento che facciamo per la salute individuale e collettiva.
In fondo, basterebbe saper coniugare la disponibilità del presente con l’atteggiamento del passato. Tornare quindi al biologico, un tempo scelta obbligata, a mangiare molta frutta e verdura, che dovrebbero essere il 50% del piatto, a seguire la stagionalità, a prediligere i cereali integrali e a variare le fonti proteiche, favorendo uova, legumi e pesce azzurro. Basterebbe avere la pazienza di ascoltare meglio il nostro corpo e tornare alla moderazione dei nostri nonni, soprattutto ora che viviamo vite più sedentarie.
Basterebbe mangiare meno, ma mangiare meglio.

Un’azione collettiva

Piuttosto che colpevolizzare il singolo individuo, dovremmo agire attraverso un vasto numero di soggetti dagli ambiti più diversi, ad ogni livello.
In primo luogo, serve diffondere in modo efficace informazioni affidabili. In un panorama mediatico come quello attuale, gli organismi internazionali come l’OMS, l’ONU e la FAO sono le fonti che meritano più spazio.
Le istituzioni nazionali poi hanno il potere di attuare un ampio ventaglio di azioni preventive, oltre che riparative. Alcuni paesi hanno già attuato misure restrittive, ma quelle migliori sono di tipo proattivo, attraverso degli incentivi.
In ogni caso, il coinvolgimento dei bambini è imprescindibile. Se da un lato replicano gli insegnamenti “della tavola” che apprendono in famiglia, dall’altro questi insegnamenti li influenzano. Per questo sono bersagli perfetti per il marketing, ma anche dei vettori di buone abitudini, soprattutto attraverso la pratica e l’esperienza diretta. I bambini non hanno bisogno di nozioni di agricoltura, ma di vedere gli orti; non di lezioni teoriche, ma di mettere le mani in pasta in cucina; non di prediche vuote, ma di esempi incarnati.

Mangiare è amare

Per ogni persona che fa una scelta alimentare sostenibile, è la collettività tutta, insieme ad essa, a stare meglio. Non è retorica astratta: è cura del territorio, attenzione al portafogli, longevità, alleggerimento dei costi sociali. Adottare un buono stile di vita è un atto di civiltà e di amore per se stessi e gli altri, una presa di coscienza di ascolto verso l’esterno e di auto-ascolto verso l’interno.
Anche nella sua versione travisata, la massima di Feuerbach “siamo ciò che mangiamo” ha un suo fondo di verità.

Conclusioni

La contrapposizione tra alimenti integri e ultra-processati non riguarda solo la salute individuale, ma il benessere collettivo e futuro. Riscoprire cibi semplici, poco trattati e abitudini più consapevoli significa usare l’abbondanza del presente con la saggezza del passato. Mangiare meno ma meglio, oggi, è una scelta di responsabilità, e di cura, un atto a cui tutti noi, come società, dovremmo concentrare tutte le nostre attenzioni.

Bibliografia/Sitografia

Autore

Amos Tozzini

Laureato in Pratiche, linguaggi e cultura della comunicazione presso l’Università degli Studi di Firenze. È collaboratore presso il Centro Ricerche “scientia Atque usus” per la Comunicazione Generativa ETS.

Intervistato

Armando Sarti

Medico e specialista in cardiologia, pediatria, anestesia e rianimazione, mette in luce l’importanza di un approccio umano e personalizzato nella pratica medica. Ex primario dell’ospedale Santa Maria Nuova